Dua Lipa a Bagheria, il Telegraph e lo stereotipo mafia sulla Sicilia
Due star come Dua Lipa e Callum Turner avrebbero potuto sposarsi ovunque. Hanno scelto la Sicilia. Hanno scelto Palermo, Palazzo Gangi, il palazzo del ballo de Il Gattopardo, la musica swing e i balli fino a notte fonda. E per il ricevimento hanno scelto Villa Valguarnera, a Bagheria: la villa settecentesca della famiglia Alliata, la famiglia materna di Dacia Maraini, dove la scrittrice trascorse parte della sua infanzia. «Ed ecco che, dopo avere camminato per un altro centinaio di metri, alzando gli occhi ci si trova davanti alla villa Valguarnera, in tutta la sua bellezza», scrisse in Bagheria.
Tre giorni di festa, invitati da tutto il mondo, e una scena che dovrebbe bastare a raccontare tutto: Callum Turner visto giocare a carte in un pub del centro, Dua Lipa seduta davanti a un piccolo locale dei vicoli, come una turista qualsiasi. Due tra le persone più desiderate del pianeta che, da noi, si sono sentite semplicemente bene. A casa.
Il titolo del Telegraph e il solito cliché
E come ha raccontato questa favola, una parte della stampa internazionale? Il Telegraph ha scelto l’unico cliché che ci portiamo addosso da decenni: la mafia. Nel titolo, Bagheria, la città di Renato Guttuso e di Giuseppe Tornatore, diventava «the Sicilian mafia nest», il covo della mafia siciliana. E Villa Valguarnera, la villa di Dacia Maraini, una «one-time Cosa Nostra stronghold», una roccaforte di Cosa Nostra. Solo dopo le proteste il giornale ha corretto, aggiungendo un «former», ex covo. Come se bastasse una parola a rimettere le cose a posto.
Eppure proprio quella villa, a guardarla bene, racconta l’esatto contrario. Secondo la storia ricostruita, negli anni Ottanta Villa Valguarnera fu occupata da uomini di Cosa Nostra, che ne devastarono il salone e la lasciarono nell’abbandono. A strapparla indietro alla criminalità fu la proprietaria, la principessa Vittoria Alliata di Villafranca, che da allora si è impegnata a salvarla e a restituirla alla sua bellezza. Non è dunque il covo della mafia: è una villa che la mafia invase e che una famiglia ha riconquistato. È una storia di riscatto, non di complicità.
Sia chiaro, un fondo di verità storica c’è. Negli anni Settanta e Ottanta Bagheria faceva parte del cosiddetto «triangolo della morte», dove i clan corleonesi torturavano e uccidevano i rivali. Ma stiamo parlando di quarant’anni fa. Prendere un fatto vero ma vecchio di mezzo secolo e appiccicarlo a una festa di nozze del 2026, dentro una villa che è patrimonio culturale, non è cronaca: è pigrizia travestita da colore.
Va detto, per onestà: l’articolo non si ferma al titolo. Racconta anche il riscatto, il turismo, le ville barocche, i B&B passati da due a oltre duecento, sul declino dei grandi capimafia. Ma l’impianto resta quello. Per raccontare un matrimonio, la chiave scelta è stata la fabbrica dismessa dove i boss eliminavano i rivali. I delitti. Le torture. Una festa d’amore filtrata attraverso il sangue di quarant’anni fa.
Un po’ la colpa è anche nostra
Ecco dove si fa male alla Sicilia. E non è onesto. Ma sarebbe troppo comodo prendercela solo con gli altri, perché un po’ la colpa è anche nostra. In tutto quello che diciamo e raccontiamo è come se dessimo per scontato che la mafia abbia il monopolio dell’isola, e che le forze dell’ordine e la magistratura non riescano a farci nulla. Non è così, e lo sappiamo bene. Negli ultimi anni la mafia, quella che si vede, è stata messa all’angolo: capi storici arrestati, organizzazioni smantellate. La Sicilia oggi è sicura come ogni grande città del mondo. Quello che succede a Palermo, o a Catania, succede ovunque ci sia turismo: a Barcellona, a Parigi, a Londra. Siamo noi i primi a doverlo dire, ad alta voce, invece di consegnare agli altri lo stereotipo già pronto.
E poi c’è la verità che fa più rabbia. La mafia non è siciliana. Non lo è mai stata davvero. Non è la lupara e la coppola, immagine comoda buona per le cartoline al contrario. La mafia è tutto ciò che mina l’economia onesta, qui come a Londra, a Milano, a Francoforte, nei salotti buoni della finanza dove si ricicla in giacca e cravatta. Ed è, soprattutto, la morte seminata con la droga: un traffico globale che non ha accento e non ha terra, e che arriva nelle vene dei ragazzi di ogni città del mondo. Anche di quelle città i cui giornali, oggi, ci spiegano cos’è il crimine.
Forse il Telegraph dovrebbe ricordare che il covo, quello vero, non sta in una villa barocca affacciata sul golfo. Sta nei conti correnti opachi, nelle rotte della droga, nei traffici che passano dai porti e dalle banche di mezza Europa. Bagheria, intanto, ieri suonava la banda sotto il sole. E ospitava una festa che il mondo intero avrebbe voluto. La nostra.
