Borsellino e Falcone appartengono a tutti, non a una parte sola
Ogni 19 luglio la memoria del giudice ucciso in via D’Amelio si trasforma in terreno di contesa politica. Ma un martire dello Stato non è proprietà di nessuno schieramento.
Paolo Borsellino
Ci sono nomi che non hanno bandiera. Paolo Borsellino è uno di questi. Come Giovanni Falcone, come gli agenti saltati in aria con loro, appartiene a chiunque creda che lo Stato debba avere più coraggio della mafia. Per questo fa una certa impressione, ogni 19 luglio, vedere la sua memoria trasformarsi in terreno di contesa. Quest’anno, a Palermo, le commemorazioni si sdoppiano ancora una volta. Da un lato le Agende rosse in via D’Amelio, dall’altro la fiaccolata dei movimenti vicini alla Destra che rivendica l’eredità del giudice. E in mezzo, una polemica a distanza che avvelena il ricordo.
Chi può dirsi erede di un martire
Salvatore Borsellino ha fissato i suoi paletti, sostenendo che nemmeno il presidente del Consiglio possa appropriarsi della figura del fratello, e chiedendo a Giorgia Meloni di smettere di ispirarsi a Paolo. La premier ha replicato rivendicando il lavoro della Commissione antimafia e il ringraziamento pubblico di Lucia Borsellino. Ignazio La Russa, dal canto suo, ha alzato la voce contro l’idea che qualcuno possa stabilire cosa avrebbe fatto oggi Borsellino, ricordando che «ci vuole rispetto per tutti».
Hanno ragione un po’ tutti e un po’ nessuno. Perché il punto vero è un altro. Nessuno, né un fratello segnato dal dolore né un leader di partito, dovrebbe avere il potere di decidere chi ha diritto di piangere Paolo Borsellino e chi no. Un magistrato ucciso per difendere lo Stato non è proprietà di una famiglia, di una corrente, di uno schieramento. È patrimonio di un popolo intero.
La verità sopra tutto il resto
C’è un dettaglio che andrebbe raccolto da chiunque abbia a cuore quella memoria. Lo stesso Salvatore Borsellino, ieri, si è scusato con i nipoti e con Lucia, riconoscendo che «possiamo seguire strade diverse ma l’importante è che tutti tendiamo ad arrivare alla verità e a nient’altro che la verità». Ecco la sola bussola che conta. La strada può essere una fiaccolata o un corteo silenzioso, un concerto o una maratona oratoria. Il punto d’arrivo deve restare uno solo, quella verità sulle stragi che a trentaquattro anni di distanza è ancora incompleta.
Fa tristezza, allora, leggere di chi mette confini attorno a una data che dovrebbe unire. Perché ogni volta che trasformiamo Borsellino in una bandiera da agitare contro qualcun altro, gli togliamo un pezzo di ciò che lo ha reso grande. Lui non è morto per una parte politica. È morto per tutti noi, compresi quelli che oggi la pensano diversamente da noi. E onorarlo significa, prima di ogni altra cosa, lasciare che ciascuno lo faccia a modo suo, senza permessi da chiedere a nessuno.
La verità che ancora manca
E mentre si litiga su chi abbia il diritto di ricordarlo, la verità per cui Borsellino è morto resta ancora là, incompiuta. Proprio in questi giorni le indagini sulla scomparsa della sua agenda rossa hanno imboccato una direzione nuova, quella dei mandanti esterni alla mafia, di apparati dello Stato che avrebbero depistato per proteggere assetti di potere più grandi di Cosa nostra. Si segue il filo del denaro, quello delle logge segrete, quello di uomini mai identificati visti in via D’Amelio il giorno della strage.
È qui che dovrebbe concentrarsi l’attenzione di tutti, al di là degli schieramenti. Perché finché quella verità resterà nascosta, ogni corteo e ogni fiaccolata rischiano di essere solo un rito. Onorare davvero Paolo Borsellino significa pretendere, insieme e senza divisioni, che chi ha voluto la sua morte e chi ne ha coperto le tracce abbia finalmente un volto e un nome.
