Rivolta a Piazza Lanza, cinque agenti feriti. Fuori dal carcere il grido dei familiari

Dopo ore di tensione i detenuti hanno lasciato i due reparti occupati e le forze dell’ordine, compreso il Gom, sono rientrate. Il SAPPE denuncia una polveriera annunciata.

Piazza Lanza

È rientrata nel tardo pomeriggio, dopo una lunga mediazione, la rivolta scoppiata nella casa circondariale Catania Piazza Lanza. I detenuti hanno lasciato i due reparti che avevano occupato e le forze dell’ordine, tra cui i reparti del Gruppo di Intervento Operativo della polizia penitenziaria, sono rientrate nella struttura. Non sono ancora chiari i motivi che hanno fatto esplodere la rivolta, che però non sarebbero riconducibili a una protesta contro l’amministrazione carceraria. Ma il quadro che emerge, dentro e fuori dalle mura, è quello di un istituto arrivato al punto di rottura.

Cinque agenti in ospedale

Il bilancio è pesante. Secondo il Sindacato Autonomo Polizia Penitenziaria, almeno cinque agenti sono stati trasportati in ospedale, mentre altri hanno riportato contusioni durante le operazioni di contenimento. I detenuti dei reparti coinvolti avrebbero tentato di abbattere i cancelli interni, spingendosi fino alle ultime barriere di sicurezza nel tentativo di forzare il dispositivo. All’esterno erano già presenti contingenti del Corpo, poi rinforzati da numerose pattuglie delle forze di polizia confluite per mettere in sicurezza l’area.

Durissimo il segretario generale del SAPPE, Donato Capece. «Quanto sta accadendo a Catania non è un episodio imprevedibile ma la drammatica conseguenza di criticità che denunciamo da mesi, nell’indifferenza pressoché generale». Per il sindacalista, a pagare il prezzo dell’inerzia amministrativa sono i poliziotti penitenziari, «lasciati soli ad affrontare situazioni sempre più esplosive». Gli fa eco il delegato per la Sicilia Francesco Pennisi. «Da tempo denunciamo un clima esplosivo dentro Piazza Lanza. Le continue aggressioni e le condizioni operative insostenibili avevano ampiamente annunciato ciò che si sta verificando. Nessuno potrà dire di non sapere». Il sindacato chiede al ministero della Giustizia provvedimenti immediati, dal rafforzamento degli organici all’invio tempestivo dei reparti di supporto.

Le voci fuori dal cancello

Mentre dentro si trattava, fuori dal carcere si raccoglievano le parole dei familiari. Racconti che colpiscono più di ogni statistica. C’è chi spiega che i propri parenti sono costretti a dormire anche in sette dentro una sola cella, e che avere un ventilatore è considerato una fortuna, non un diritto. Eppure quegli stessi spazi, secondo i parametri fissati dalla Corte Europea, non dovrebbero ospitare più di due persone, al massimo tre. C’è chi, per ragioni economiche, non è riuscito a lasciare i soldi per l’acquisto di generi alimentari, perché il cibo dell’istituto non viene consumato da tutti, forse proprio da chi non ha la possibilità di comprarne altro. C’è poi chi racconta il rito dei pacchi. Ogni mese un familiare può portare al proprio parente generi alimentari e vestiti, ma non tutto si può consegnare, deve rientrare dentro un protocollo ferreo. E resta il limite fisso, invalicabile, di venti chili al mese tra cibo e altri beni per ciascuna famiglia.

Ma è il senso di quelle testimonianze a pesare più dei dettagli. «È giusto che paghino per quello che hanno commesso», dicono alcuni parenti, «ma essere trattati così non è giusto». Nessuno chiede sconti o impunità, solo condizioni degne per chi la pena la sta scontando. E c’è un particolare. Un familiare ricorda che negli anni Novanta, in una cella come quella, arrivavano a dormire in quattordici. Trent’anni dopo, siamo ancora lì a contare i corpi ammassati negli stessi metri quadri.

I numeri di una crisi nazionale

Piazza Lanza non è un caso isolato. Nonostante il continuo impegno della direttrice, la struttura catanese è schiacciata da un sovraffollamento che sfiora il 170 per cento e da una carenza di organico che supera le sessanta unità. Ma il dato riguarda tutta l’Italia. Secondo il XXII Rapporto di Antigone, al 30 aprile 2026 nelle carceri italiane c’erano 64.436 detenuti a fronte di appena 46.318 posti realmente disponibili, con un tasso di affollamento del 139 per cento. Settantatré istituti hanno superato il 150 per cento, otto hanno oltrepassato il 200. E c’è il dato più doloroso, quello dei suicidi. Ottantadue nel 2025, altri ventiquattro nei primi mesi del 2026. In un anno e mezzo si sono tolte la vita centosei persone dietro le sbarre.

Una questione che ci riguarda tutti

Non si tratta di schierarsi né di puntare il dito. Si tratta di riconoscere un fatto semplice. Un carcere che scoppia non protegge nessuno, né i detenuti né gli agenti costretti a lavorare in condizioni impossibili. La Costituzione dice che la pena deve tendere alla rieducazione. «Ma nessuno può essere rieducato dormendo in sette in una cella d’estate». La rivolta di Catania è rientrata. La domanda che lascia resta aperta e chiama in causa tutti, dalla politica alle istituzioni fino a chi guarda da fuori pensando che non lo riguardi.