Donna che evidenzia giornale

Cercare lavoro (Fonte: Canva) - www.cataniaoggi.it

Oggi l’Italia si ferma. O almeno ci prova. È la Festa dei Lavoratori e per una volta i telegiornali non apriranno con lo spread, con il PIL, con la produttività che sale o scende di uno zero virgola. Apriranno con le persone. Con le facce. Ed è giusto così, perché il 1° maggio è l’unico giorno dell’anno in cui il lavoro non è un numero, è un nome, è una storia. Ma c’è un’Italia che il 1° maggio non lo conosce. Non fa cortei, non sale sui palchi, non finisce nei cartelloni dei sindacati. Non ha il megafono, ha il turno. È l’Italia che tiene in piedi la festa degli altri, in silenzio, senza chiedere applausi.

Sono gli infermiere che alle otto di stamattina smonteranno dalla notte. Hanno gli occhi rossi, la mascherina segnata sul viso, la divisa che sa di disinfettante. Hanno passato il 1° maggio a fare flebo, a rispondere ai campanelli, a tenere la mano a chi non aveva nessuno accanto. Sono i panettieri che alle quattro avevano già le mani nella farina. Fuori era buio, la città dormiva, loro avevano il forno acceso. Se non impastano loro, tu alle nove il cornetto caldo non ce l’hai.

Sono i macchinisti che portano il primo treno del mattino, le guardie giurate davanti a un supermercato vuoto, chi sta in una centrale elettrica a controllare che le lancette non si muovano, chi guida la spazzatrice quando le strade sono ancora sporche della notte prima. Sono i camerieri che oggi correranno tra i tavoli pieni, con il sorriso stampato e le gambe che alla sera non sentiranno più. Sono i contadini che guardano il cielo e non possono dire «oggi è festa», perché la terra non aspetta i calendari, aspetta le mani.

Noi li chiamiamo “servizi essenziali” quando c’è l’emergenza. Li abbiamo chiamati eroi durante il Covid, abbiamo applaudito dai balconi. Poi l’emergenza è finita e li abbiamo rimessi nell’ombra, come si fa con le cose che diamo per scontate. Il 1° maggio serve a questo. A ricordarli quando non c’è niente da applaudire. Perché un Paese si misura da come tratta chi lavora mentre tutti gli altri riposano. Non dai discorsi, dai fatti.

Il lavoro, in questi anni, ha cambiato pelle. E ha cambiato odore. Gli uffici si sono svuotati e le cucine si sono riempite di riunioni su Zoom. Lo smart working ha tolto il traffico alle otto, ma ha messo il computer sul tavolo della colazione.

Ci sono ragazzi che dicono di no. Dicono no a mille euro al mese per dodici ore, a contratti di tre mesi, a stage che non finiscono mai. Li chiamano choosy, viziati, bamboccioni. Non sono viziati. Hanno solo capito che lavorare per non vivere non è lavorare, è sopravvivere. E hanno ragione da vendere.

E poi ci sono i cinquantenni. Quelli che mandano curriculum come messaggi in bottiglia. Hanno esperienza, hanno famiglia, hanno il mutuo. Nessuno li chiama. Nessuno li vuole.

C’è il lavoro povero. Quello che c’è, ma non basta. Fai il turno, timbri, torni a casa e i conti non tornano. Paghi l’affitto o fai la spesa. Non tutte e due. E c’è il lavoro che non c’è. Soprattutto al Sud. Soprattutto per le donne.

Ma la dignità del lavoro non sta solo nella busta paga, anche se la busta paga è sacra. Sta nel rispetto. Sta nel non dare per scontato chi alle sei è già in piedi perché la tua giornata di festa fili liscia. Sta nel dire grazie senza che ci sia una telecamera accesa.

Dietro ogni gesto semplice c’è una catena di mani che lavorano. E oggi quelle mani non si fermano.

A chi lavora: grazie. Grazie davvero. Siete l’Italia che non si ferma.

Buon 1° maggio. Soprattutto a voi.