Resort di lusso e conti milionari: scoperto il tesoro da 200 milioni del boss Messina Denaro, tre arresti
Una maxi operazione internazionale ha portato al sequestro di beni per duecento milioni di euro, riconducibili al presunto tesoro del boss Matteo Messina Denaro. Tre persone sono finite in manette con l’accusa di aver gestito patrimoni e società off-shore finanziate dai proventi del narcotraffico.
Le indagini della Direzione Distrettuale Antimafia e della Guardia di Finanza di Palermo hanno varcato i confini nazionali, scoperchiando una rete finanziaria ramificata in mezza Europa e non solo. Secondo l’accusa, il patrimonio milionario – stimato in circa 200 milioni di euro – sarebbe il frutto del riciclaggio dei proventi legati al traffico di stupefacenti avviato negli anni ottanta dal clan del capomafia castelvetranese, deceduto in carcere nel settembre del 2023.
Gli arresti e il tesoro all’estero
Il gip del Tribunale palermitano ha disposto la custodia cautelare per tre soggetti: Giacomo Tamburello, il figlio Luca e l’ex moglie Antonina Bruno. Nell’ipotesi investigativa, i tre avrebbero amministrato una galassia di ricchezze celate dietro otto società con sede tra Spagna, Gibilterra e Isole Cayman. Gli accertamenti patrimoniali, nati da una segnalazione giunta dalle autorità di Andorra, hanno portato alla luce numeri imponenti: 12,5 milioni di euro depositati su svariati conti correnti, oltre 12 chili di oro, partecipazioni azionarie di rilievo in un istituto bancario libanese e 22 immobili di grande pregio, tra cui veri e propri resort di lusso situati lungo la Costa del Sol.
Le intercettazioni e le parole dei magistrati
A margine della conferenza stampa, i vertici della Procura hanno illustrato i passaggi chiave dell’inchiesta. Il procuratore nazionale Antimafia, Giovanni Melillo, ha posto l’accento sulle sfide investigative moderne: «È del tutto evidente che c’è un problema rilevante che riguarda l’uso criminoso delle tecnologie, rispetto alle quali le indagini fanno fatica. C’è bisogno di quadri normativi stabili che tengano nel massimo conto le esigenze di garanzia delle libertà fondamentali delle persone, ma anche l’efficacia dell’azione di contrasto dei più gravi fenomeni criminali».
Le dichiarazioni dei pentiti hanno tracciato il solco per risalire ai capitali. Il procuratore di Palermo Maurizio de Lucia ha spiegato la genesi delle scoperte: «Nelle indagini attuali abbiamo recuperato una conversazione intercettata diversi anni fa, in cui si parlava proprio di una parte di denaro che serviva a finanziare un’attività, in quel caso medica, di quello che all’epoca era il latitante Messina Denaro. Noi sappiamo, ed è confermato dalle dichiarazione dei collaboratori di giustizia, che tutte le attività nell’area trapanese sono in qualche modo monitorate da Cosa Nostra e che il 10% di queste attività è spettanza diretta della famiglia Messina Denaro».
Un dettaglio ripreso dal procuratore aggiunto Vito Di Giorgio, il quale ha ribadito l’impatto dei recenti filoni di indagine: «Un apporto fondamentale ci è derivato da due recentissimi collaboratori di giustizia, che hanno raccontato come i traffici di droga già dal 1980 erano effettuati per conto di Messina Denaro. Uno dei due ha riferito un fatto specifico, ossia che il 10% di ogni carico di droga piazzato sul mercato andava a Matteo Messina Denaro».
Il plauso delle istituzioni
A commentare i risultati delle Fiamme Gialle è intervenuta anche Chiara Colosimo, presidente della commissione parlamentare Antimafia: «Esprimo il più sentito ringraziamento alla Procura di Palermo, alla Direzione distrettuale antimafia e alla Guardia di finanza e a tutte le autorità giudiziarie e investigative italiane ed estere coinvolte nella vasta operazione internazionale che ha portato a tre custodie cautelari e al sequestro di beni e disponibilità finanziarie per oltre 200 milioni di euro, riconducibili al patrimonio accumulato negli anni da Matteo Messina Denaro e dai suoi fiancheggiatori. Oggi è un grande giorno per tutti, tranne per i mafiosi».
Le persone coinvolte sono da considerarsi innocenti fino a eventuale sentenza definitiva di condanna, nel pieno rispetto del principio di presunzione di innocenza. Chiunque voglia esercitare il diritto di replica può farlo nei modi e nei termini previsti dalla legge.
