Caso Delmastro immunità parlamentare, il nodo articolo 68

La Camera vota per tenere segrete le chat dell’ex sottosegretario. Un caso che riapre il dibattito sull’immunità parlamentare e sull’articolo 68

C’è una legge per tutti, o almeno dovrebbe

Il caso Delmastro e il nodo dell’immunità ripropongono una domanda semplice: quando un cittadino qualsiasi finisce sotto indagine, la procura lavora senza chiedere permesso a nessuno. Intercetta, acquisisce documenti, ricostruisce i fatti. È il funzionamento ordinario della giustizia. Nessun voto in aula blocca le chat di un artigiano di Biella o di un impiegato di Palermo. Nessuna giunta si mette a esaminare se i tabulati di un commerciante di Catania possano ledere le sue prerogative costituzionali.

Per un deputato le cose vanno diversamente. Lo stabilisce la Costituzione, all’articolo 68. L’autorizzazione preventiva nasce per proteggere il Parlamento come istituzione, non il singolo eletto. Una garanzia pensata per evitare che la magistratura diventi arma politica contro chi ha un mandato popolare. La distinzione tra tutelare l’organo e tutelare la persona è sottile sulla carta, enorme nella pratica.

Caso Delmastro immunità: il voto sulle chat

Il caso Delmastro ha mostrato dove finisce una cosa e dove comincia l’altra. La Camera ha votato per tenere blindate le chat tra l’ex sottosegretario Andrea Delmastro e Mauro Caroccia, ritenuto dalla procura di Roma vicino al clan Senese. Il risultato è stato netto: 206 no, 133 sì.

Non è stato un voto tecnico sull’articolo 68. Secondo Giovanni Salvi, già procuratore generale della Cassazione, si è trattato di una prova di forza. La relazione della giunta, ha osservato l’ex magistrato, sarebbe entrata nel merito delle scelte procedimentali della procura, valutando la fondatezza della richiesta. Non è compito della Camera. L’articolo 68 non trasforma il Parlamento in un secondo grado di giudizio sulle indagini. Eppure è finita così.

Le chat negate ai commissari

A complicare il quadro, ai membri della giunta per le autorizzazioni è stato negato l’accesso alle chat, nonostante la richiesta esplicita del procuratore Francesco Lo Voi. Il presidente della giunta Devis Dori ha parlato di un possibile conflitto istituzionale con il presidente Fontana.

Salvi non esclude tensioni, ma ricorda che qualcosa di simile è già successo. Il rifiuto sistematico di usare l’autorizzazione a procedere come strumento di tutela, e non di impunità, fu tra le cause che ne portarono all’abolizione. L’opinione pubblica ha memoria. Non sempre, non subito. Ma alla fine i conti si fanno.

«Chi non ha nulla da nascondere»

Chi non ha nulla da nascondere non teme le intercettazioni. È una frase che ritorna ogni volta che si parla di sicurezza, controlli, sorveglianza. La ripetono i politici quando devono giustificare misure che riguardano i cittadini: telecamere, banche dati, tabulati telefonici. Vale per tutti, o vale solo per alcuni?

In questa vicenda la risposta sembra già scritta. E stride con qualsiasi idea di uguaglianza davanti alla legge.

Il paradosso del Melonellum

Mentre Montecitorio si consumava in bagarre su Scalfaro e sul 41 bis, i leader della stessa maggioranza si vedevano altrove per chiudere l’intesa sul cosiddetto Melonellum. Capolista bloccato, tre preferenze da esprimere su una lista di sei nomi, un correttivo minimo sulla parità di genere. Una riforma che ridisegna le regole con cui i cittadini scelgono chi li rappresenta. Da settembre l’iter riprende al Senato, poi passerà alla Camera.

C’è qualcosa di stridente nell’accostamento. Da un lato si scrive una legge che decide chi entra in Parlamento. Dall’altro si usa quel Parlamento per stabilire che le regole valide per i comuni cittadini non valgono per chi siede tra i suoi banchi. Senatori e deputati sono eletti per fare le leggi, non per sottrarsi a quelle che già esistono.

Una democrazia seria dovrebbe saper fare i conti con questa contraddizione. L’immunità parlamentare ha senso quando difende la funzione. Lo perde quando diventa rifugio del singolo. E i cittadini, prima o poi, la differenza la vedono.