Galvagno, un giovane che fa politica senza essere “prestato” alla politica
«Mi butterei dentro un cassonetto di Paternò se mai dovessi farmi corrompere per un abito, ma neppure per tutto l’oro del mondo». La battuta di Gaetano Galvagno, presidente dell’Assemblea regionale siciliana, può sembrare solo un modo ironico per sdrammatizzare, ma in realtà contiene il nucleo del suo modo di intendere la politica: trasparenza, distanza dalle logiche di scambio e radicamento nel territorio. Il suo nome, nelle ultime settimane, è finito dentro le carte di un’inchiesta palermitana, insieme a quello di altri otto indagati. Galvagno ricorda che alcuni capi di imputazione sono già stati archiviati: «Mi contestavano pure una macchina a noleggio – parliamo di 78 euro di noleggio alla signora Dragotto. Non so se questo genere di corruzione sia sostenibile… Per fortuna queste banalità sono state levate. Sono abbastanza fiducioso che riuscirò a dimostrare lo stato dell’arte». Anche qui, più che difendersi, sembra voler ridimensionare un clima che, a suo dire, appare sproporzionato.
Ma il punto politico è un altro. Galvagno non è un uomo “prestato” alla politica. È cresciuto dentro la politica. La sua è una carriera costruita passo dopo passo, senza scorciatoie, e soprattutto senza essere il prodotto di quelle leggi elettorali che, negli ultimi anni, hanno riempito i palazzi romani di senatori e deputati nominati dai vertici di partito e non scelti dagli elettori. È esattamente questo il nodo: mentre altrove i parlamentari vengono calati dall’alto, lui incarna un’altra traiettoria, quella di chi ha iniziato da militante e ha scelto di restare, anche nei momenti più complicati, a contatto con i bisogni reali delle persone. Nel merito delle accuse, Galvagno resta fiducioso: «Entro la data di scadenza prevista dalla legge consegneremo le memorie difensive, poi ci sarà un giudizio da parte della Procura che potrà chiedere il rinvio a giudizio, che ritengo probabile, e successivamente ci sarà chi, come giudice terzo, deciderà. Ci auguriamo che potremo fare chiarezza». A pesare, però, non è solo l’aspetto processuale. La sua figura, per molti, diventa cartina di tornasole di un modello politico in via d’estinzione: quello che nasce dal consenso e dal rapporto con i territori, non dalle alchimie di segreteria.
Le intercettazioni raccontano anche vicende di droga che toccano la sua ex portavoce Sabrina De Capitani, ma che non lo coinvolgono direttamente. Lui stesso chiarisce: «Io ogni anno faccio il test antidroga. Sono molto lontano dal mondo della droga». E ancora: «Mai avuto nulla a che fare con la droga». Dichiarazioni nette che trovano riscontro anche nell’inchiesta, dove si legge che la sostanza stupefacente fosse destinata esclusivamente a De Capitani. Sul piano politico, Galvagno ha le idee chiare: «La ricandidatura di Renato Schifani alla Regione per me è un fatto naturale, l’ho sempre detto e lo continuo a ribadire». Dalle carte emergono anche riferimenti a possibili ipotesi di successione, discusse in cene e conversazioni intercettate. Un dettaglio che aggiunge complessità alla sua posizione, ma che non scalfisce l’immagine di un giovane che, piaccia o no, rappresenta una generazione che non si è limitata a occupare poltrone, bensì ha cercato di dare continuità a un impegno.
In tempi in cui la politica è percepita sempre più distante, Galvagno diventa paradossalmente l’eccezione che conferma la regola. Ha 40 anni, guida il Parlamento siciliano e porta con sé la consapevolezza di appartenere a una stagione diversa: non quella dei professionisti del potere, ma quella dei ragazzi cresciuti nelle sezioni e poi arrivati nei palazzi. Un modello di politica che oggi sembra quasi fuori tempo, ma che resta forse l’unica risposta credibile a una legge elettorale che ha disabituato gli italiani a scegliere davvero chi li rappresenta.
L’inchiesta farà il suo corso, i magistrati prenderanno le loro decisioni e spetterà ai giudici stabilire le responsabilità. Ma al netto dei procedimenti giudiziari, Galvagno resta un simbolo: un giovane che interpreta la politica come servizio, in un’epoca in cui troppi si sono trovati a sedere nei palazzi del potere senza aver mai stretto la mano ai cittadini che oggi dovrebbero rappresentare.