Umberto Bossi e la Sicilia: il racconto di una parentela politica e familiare
Umberto Bossi e la Sicilia: storia di un “parente difficile” tra invettive pubbliche, radici familiari e patti di ferro. Dalle origini favaresi della moglie Manuela Marrone ai retroscena dell’alleanza con l’Mpa svelati da Raffaele Lombardo, il racconto di un legame antropologico oltre la politica.
Il rapporto tra Umberto Bossi e la Sicilia è sempre stato un paradosso vivente. Se in pubblico il leader della Lega Nord inveiva contro il meridione, privatamente era legato all’isola dal matrimonio con Manuela Marrone, le cui radici portano direttamente a Favara e alla figura eroica del nonno Calogero Marrone, martire a Dachau per aver salvato centinaia di ebrei. Questo legame familiare rendeva le sue invettive, agli occhi dei siciliani, una sorta di “lite domestica” proiettata sulla scena nazionale.
Questo legame “acquisito” ha reso Bossi, per decenni, uno specchio deformante per la Sicilia: un parente spigoloso con cui litigare durante i pranzi di famiglia. In un’intervista rilasciata a Mario Barresi per il quotidiano “La Sicilia”, l’ex governatore Raffaele Lombardo arricchisce questo racconto di dettagli politici e umani. «Bossi lo incontrai la prima volta nel 2003», ricorda Lombardo, descrivendo un leader battagliero sulla questione settentrionale ma profondamente «diffidente» verso chi non appartenesse al suo mondo. Un feeling nato per necessità ma cresciuto su una base antropologica comune: la sfida al centralismo dei palazzi romani.
Il percorso non fu privo di ostacoli. Nel 1991, Bossi scese a Catania per lanciare la “Lega Sud Sicilia”, raccogliendo solo fischi e un misero 0,18%. Fu Silvio Berlusconi, anni dopo, a vestire i panni di mediatore per unire il Nord e il Sud in una lista comune per le Politiche del 2006. «Fu il Cavaliere a unirci, una volta sedò una lite fra noi», rivela Lombardo a Barresi, ricordando i contrasti millimetrici sulla grafica del simbolo comune. Nonostante le divergenze, il patto resse sulla parola data: «Noi leghisti siamo persone leali», promise il Senatùr, onorando ogni impegno economico e politico fino all’ultimo centesimo.
Oltre la strategia, emerge l’umanità di un leader che, pur nella sua durezza, riconosceva al siciliano la dignità di lingua ufficiale e spingeva per la mobilitazione delle piazze. Lombardo ricorda con tenerezza il Bossi segnato dalla malattia, un uomo fragile ma coerente, lontano dai “salotti romani” dell’attuale gestione salviniana. Un legame che si è chiuso simbolicamente anni fa con la visita di Renzo Bossi a Favara, alla ricerca delle tracce del bisnonno Calogero, lo “Schindler siciliano”, quasi a voler riconciliare, tra un assaggio di pasta di mandorle e una foto ricordo, quella parentela così spinosa ma indissolubile.
