Misterbianco, all’una di notte. L’ennesima storia che non dovremmo dover raccontare

Una donna di 49 anni è in prognosi riservata. Suo marito è in carcere. Sua figlia, all’una di notte, ha preso il telefono e ha chiamato il 113. Senza quella telefonata, probabilmente stamattina staremmo scrivendo un articolo diverso.

È accaduto a Misterbianco, provincia di Catania. Una lite familiare, un’aggressione, una donna per terra priva di sensi con una grave ferita alla testa. I carabinieri della Tenenza di Misterbianco e del Nucleo radiomobile di Catania sono arrivati, hanno trovato la scena, hanno arrestato l’uomo. Il 118 ha trasportato la donna d’urgenza al pronto soccorso. Intervento chirurgico delicato. Condizioni critiche. Prognosi riservata.

Quando si parla di violenza sulle donne, la prima immagine che viene in mente è quella di un pericolo esterno. Un aggressore sconosciuto. Un posto buio. Una strada di notte. Ma i numeri raccontano un’altra storia. La maggior parte delle violenze sulle donne avviene in casa. Il responsabile è quasi sempre qualcuno che la donna conosce. Spesso il marito, il compagno, il convivente. Per una donna, il posto più pericoloso al mondo può essere il proprio salotto.

L’Osservatorio Nazionale di Non Una Di Meno ha registrato 19 femminicidi in Italia nei primi mesi del 2026. A questi si aggiungono 2 suicidi indotti, 1 suicidio di una ragazza trans e diversi casi ancora in fase di accertamento. Nel 2025 il Ministero dell’Interno aveva registrato 97 donne uccise, 85 delle quali in ambito familiare o affettivo.

Per ogni donna uccisa ce ne sono decine che sopravvivono a un tentativo. Che escono dall’ospedale con i segni. O che non ci escono affatto. La donna di Misterbianco è viva. Per ora. Ma quante altre non hanno avuto quella fortuna?

La violenza domestica non avviene in pubblico. Non ha testimoni. Si consuma nell’intimità di un appartamento, dietro una porta chiusa, lontano da occhi che potrebbero vedere e da orecchie che potrebbero sentire. Chi subisce spesso non denuncia. Per paura. Per vergogna. Per dipendenza economica. Perché ha figli. Perché pensa che le cose possano cambiare. Perché è stata convinta nel tempo che quello che le sta succedendo sia normale. Che se lo meriti. Che sia colpa sua. Non è colpa sua. Non è mai colpa sua. In Italia solo una parte delle violenze domestiche viene denunciata. Molte vengono ritirate dopo poco. Molte non arrivano mai a processo. Molte finiscono con una misura cautelare che viene violata. E quando viene violata, spesso è troppo tardi.

Nel 2019 l’Italia ha approvato il Codice Rosso, una legge che ha accelerato i tempi di intervento della magistratura nei casi di violenza domestica e stalking. L’obbligatorietà dell’ascolto della vittima entro tre giorni dalla denuncia. L’introduzione di nuovi reati. Pene più severe. È stato un passo avanti. Un passo necessario. Ma non è sufficiente. La legge interviene quando la violenza è già in corso o è già avvenuta. Non la previene. Non agisce sulle cause. Non cambia la cultura che produce quella violenza. E la cultura, in questo caso, è tutto.

Perché un uomo decide di alzare le mani sulla propria moglie? Perché ritiene di avere un potere su di lei. Un potere che sente minacciato quando lei dice no, quando vuole fare qualcosa di diverso, quando prova a essere indipendente. È una questione di controllo. Di possesso. Di un’idea distorta di cosa significhi stare insieme. Quella idea non nasce per caso. Si costruisce negli anni. Si trasmette. Si impara guardando certi modelli, ascoltando certi messaggi, crescendo in certi ambienti. E si smonta solo con un lavoro culturale lungo, paziente, capillare.

Quello che manca non è la consapevolezza del problema. Dei femminicidi si parla. Si fanno campagne. Si accendono le luci di rosso sugli edifici pubblici. Si organizzano convegni. Quello che manca è la continuità. I centri antiviolenza esistono, ma sono pochi rispetto al bisogno reale. Le case rifugio ci sono, ma in molte province non bastano. Gli sportelli di ascolto nei servizi territoriali esistono, ma le risorse sono spesso insufficienti e il personale sovraccarico. Nelle scuole ci sono già progetti e percorsi dedicati alla prevenzione della violenza di genere, ma sono frammentati, legati alla sensibilità del singolo istituto o del singolo insegnante. Non sono strutturali. Non fanno parte del curriculo obbligatorio. Arrivano tardi, spesso alle superiori, quando certi modelli sono già formati. Bisognerebbe partire prima. Molto prima. E farlo in modo continuo, non con una giornata dedicata all’anno.

In questa storia c’è un dettaglio che non si può ignorare. Una figlia che all’una di notte chiama i carabinieri per far arrestare suo padre. Non è una decisione semplice. Non è automatica. È una scelta che si porta dietro un peso enorme, che cambierà per sempre i rapporti dentro quella famiglia, che richiede un coraggio che molti adulti non avrebbero. Quella ragazza ha fatto la cosa giusta. Ha scelto sua madre. Ha scelto la vita. Ha scelto di non restare in silenzio davanti a qualcosa di sbagliato solo perché era complicato parlare. Se c’è qualcosa che possiamo imparare da questa storia, è quella. Il silenzio non protegge nessuno. Spesso uccide.