Ventidue mila beni tolti alla mafia e restituiti. È da qui che si misura uno Stato
Il dossier di Ferragosto del Viminale racconta 37.576 beni sottratti alla criminalità e oltre 22 mila già restituiti alla collettività. Ma la vera partita si gioca sulla tenuta nel tempo.
I dossier di Ferragosto hanno una brutta fama. Escono quando le redazioni sono mezze vuote, i lettori al mare, e il rischio è che finiscano archiviati come numeri di stagione. Quello del Viminale di quest’anno merita qualcosa di più di una scorsa distratta, perché dentro ci sono due cifre che raccontano l’Italia meglio di molti discorsi.
La prima. I beni sottratti alla criminalità organizzata sono 37.576. La seconda, quella che conta davvero: dal 2022 più di 22 mila sono già stati restituiti alla collettività.
Quando un immobile smette di essere un simbolo di potere
Sequestrare un patrimonio mafioso fa notizia per un giorno. Riaprirlo come scuola, come centro sociale, come spazio pubblico è un lavoro lento, spesso senza telecamere, che dura anni tra procedure, ristrutturazioni e resistenze locali. Ma è lì che si gioca la partita vera.
Un immobile confiscato e lasciato marcire per un decennio manda al quartiere un messaggio preciso, e non è quello dello Stato che vince. Lo stesso immobile che riapre con dentro dei ragazzi ne manda un altro, opposto. Ventidue mila beni restituiti in meno di quattro anni significano ventidue mila luoghi che hanno cambiato segno. La legalità, in quei posti, ha smesso di essere un principio da conferenza e ha preso una forma concreta, con un indirizzo e una porta aperta.
I sette miliardi e cosa ci si aspetta in cambio
Il resto del dossier parla di risorse. Quasi 7 miliardi stanziati dal 2023 per la sicurezza urbana, con nuovi fondi per videosorveglianza, contrasto al degrado, truffe agli anziani, controllo delle aree più fragili. Una strategia che tocca anche manutenzione, rigenerazione urbana, efficienza energetica, tutela del suolo.
Qualcuno storcerà il naso davanti a un capitolo «sicurezza» che finanzia il rifacimento di una piazza. Ha torto. Chi vive in periferia lo sa da sempre che l’illuminazione che funziona, il verde curato e il campetto riaperto valgono quanto una volante in più. La paura attecchisce dove c’è abbandono, e l’abbandono si combatte con i cantieri prima ancora che con le manette.
Il ministro Matteo Piantedosi legge i dati con soddisfazione. «I dati confermano un calo generalizzato dei reati. Diminuiscono tutti i delitti a maggior allarme sociale, gli omicidi, e in particolare quelli con vittime di sesso femminile, le violenze sessuali, i furti e le rapine». Numeri che collocano l’Italia, secondo il Viminale, tra i luoghi più sicuri al mondo.
Trentaquattro donne uccise in sei mesi
Qui bisogna fermarsi. Il dossier segnala 34 donne uccise nei primi sei mesi dell’anno, in forte calo rispetto allo stesso periodo del 2025. Il calo è reale e va registrato con onestà, perché ignorarlo sarebbe scorretto quanto esibirlo come un trofeo.
Ma trentaquattro donne uccise restano trentaquattro famiglie distrutte, trentaquattro storie finite dentro casa, quasi sempre per mano di qualcuno che diceva di amarle. Nessuna percentuale in discesa rende quel numero accettabile. La prevenzione, i centri antiviolenza, la formazione di chi raccoglie le denunce non possono rallentare perché la curva scende. Anzi, è proprio quando i numeri migliorano che si smette di investire, e allora risalgono.
Chi ha pagato il conto
C’è poi un capitolo che riguarda chi il prezzo lo ha già pagato. Nei primi sei mesi dell’anno il Viminale ha erogato 18,2 milioni alle vittime di reati mafiosi, 2,7 milioni a vittime di reati violenti, 7,7 milioni per racket e usura.
Sono soldi che non restituiscono un padre né cancellano un negozio bruciato. Servono però a dire a un commerciante che ha denunciato il pizzo, e che magari da quel giorno vive sotto scorta, che non lo hanno lasciato solo. Nel Sud dove denunciare costa ancora carissimo, questo è un pezzo di credibilità dello Stato che vale quanto un arresto.
Il rischio dei numeri
I dossier estivi hanno un difetto congenito. Fotografano un momento e poi finiscono in archivio, mentre la sicurezza è una manutenzione quotidiana che non produce comunicati.
La domanda da porsi tra un anno non sarà quanti beni sono stati confiscati. Sarà quanti di quelli confiscati ieri sono ancora aperti oggi, quante scuole hanno retto, quanti presìdi sociali non hanno chiuso per mancanza di fondi. Perché uno Stato non si misura da quello che toglie alla mafia. Si misura da quanto tempo riesce a tenerselo.
