Giornalisti e creator, prove di alleanza per il futuro dell’informazione

Dal Festival del Giornalismo Enogastronomico dei Nebrodi un confronto sul futuro dell’informazione tra social, deontologia, crisi dell’editoria e intelligenza artificiale.

Il giornalismo sa ancora trovare le notizie, verificarle e assumersi la responsabilità di pubblicarle. Ma riesce ancora a portarle dove oggi si trova il pubblico? È attorno a questa domanda che giornalisti, editori e creator si sono confrontati al Festival del Giornalismo Enogastronomico dei Nebrodi, provando a superare una contrapposizione che rischia di essere già vecchia.

A guidare il confronto è Nino Amadore, che mette sul tavolo l’idea di una possibile «filiera dell’informazione». Non si tratta di confondere professioni diverse, ma di capire se competenze differenti possano lavorare insieme mentre cambiano pubblico, linguaggi e strumenti.

La questione non riguarda soltanto i social. Dentro ci sono la crisi economica dell’editoria, la riduzione delle redazioni, le regole deontologiche, il rapporto con le nuove generazioni e un’intelligenza artificiale che comincia a modificare anche il modo in cui le persone cercano e ricevono le notizie.

Le regole restano il primo confine

Concetto Mannisi, presidente dell’Ordine dei giornalisti di Sicilia, non chiude alla collaborazione, ma parte dalle responsabilità. «Forse si può immaginare un rapporto di collaborazione, anche se credo che vada affinato enormemente».

Il giornalista opera dentro un sistema di regole professionali e deontologiche. Sul web, invece, contenuti che raggiungono migliaia o milioni di persone possono essere prodotti da soggetti che non rispondono allo stesso ordinamento. Da qui la domanda posta da Mannisi: «Gli influencer, i podcaster, quanto rispettano queste regole?».

Il problema diventa particolarmente evidente quando si raccontano vicende delicate e persone vulnerabili. La velocità e la capacità di raggiungere un pubblico vastissimo non possono sostituire la responsabilità di valutare le conseguenze di ciò che viene pubblicato.

La crisi è arrivata anche sul digitale

Tony Siino sposta però l’attenzione anche dentro la professione. «Mi preoccupa molto di più il fatto che invece chi è soggetto alle norme deontologiche molto spesso non le rispetti».

E c’è una seconda questione. La crisi non riguarda più soltanto la carta. Anche il modello dell’informazione online costruito sul traffico verso i siti e sulla pubblicità mostra i suoi limiti. Una ricerca può ormai ottenere una risposta direttamente da un sistema di intelligenza artificiale senza portare il lettore sulla pagina che ha prodotto l’informazione.

Siino guarda già al passaggio successivo. «Il prossimo dibattito che faremo il prossimo anno non sarà giornalisti versus blogger o versus creator, sarà giornalisti versus AI».

Il pubblico è già altrove

È il punto di vista dei creator a mettere il giornalismo davanti a una domanda meno teorica. Giuliana, creator e digital strategist, non sostiene che un creator debba sostituire un giornalista. La domanda è un’altra. Se le persone hanno cambiato abitudini, perché chi produce informazione professionale continua spesso a essere poco presente negli spazi che frequentano?

«Le persone oggi dove si trovano? Non si trovano in edicola, non si trovano davanti a un computer, si trovano il 90% delle volte davanti a un cellulare».

Non è soltanto una questione di piattaforme. È cambiato anche il linguaggio. «I creator funzionano perché raccontano le cose esattamente come delle persone normali». Una semplicità che non significa necessariamente banalizzazione e che una parte del giornalismo ha forse guardato troppo a lungo con diffidenza.

Pecoraro e la distanza dai lettori

Alfredo Pecoraro, giornalista dell’ANSA, riconosce il problema senza attribuirlo soltanto ai mezzi utilizzati. «Mandiamo ai lettori dei contenuti che, a mio avviso, sono vecchi, dei contenuti che sono vetusti. Spesso noi parliamo, ci parliamo tra di noi, parliamo solo agli addetti ai lavori».

Trasferire lo stesso giornalismo da una pagina di carta a uno schermo non basta. Ma cambiare richiede anche risorse. Le redazioni si sono ridotte e chi lavora nelle agenzie e nei quotidiani deve sostenere ritmi che lasciano poco spazio alla costruzione di una presenza personale sui nuovi canali.

Pecoraro lo chiarisce quando il confronto si fa più acceso. Non esiste una professione migliore dell’altra. Esistono lavori diversi, entrambi impegnativi, che richiedono tempo e competenze.

Assia La Rosa e il giornalista che cambia pelle

La trasformazione diventa esperienza personale nelle parole di Assia La Rosa. Giornalista professionista, racconta di avere sostenuto gli esami con la macchina da scrivere e ricorda ancora il giornale atteso di notte in edicola e il profumo dell’inchiostro.

«Io rimango romanticamente innamorata di quel mondo, però non esiste, non esiste più».

Da qui la scelta di imparare nuovi strumenti. Podcast, video, montaggio, sottotitoli e social entrano nel lavoro quotidiano. «Non faccio altro che pensare al cambiamento e quindi muto sempre pelle in continuazione, con una fatica mostruosa».

È la figura del «giornalista ambidestro», capace di conservare metodo e competenze della professione e allo stesso tempo imparare a utilizzare linguaggi che non appartenevano alla formazione tradizionale.

Credibilità e reputazione, il capitale dei giornali

Con Biagio Semilia il confronto arriva al nodo economico. Le redazioni sono sempre più piccole, il modello basato sulle pagine viste perde forza e la pubblicità programmatica non garantisce più le prospettive sulle quali una parte dell’editoria digitale aveva costruito il proprio sviluppo.

La sua posizione sulla collaborazione è netta. «Creator e giornalisti devono lavorare insieme senza se e senza ma».

Per Semilia la domanda decisiva non è chi vincerà tra giornalisti e creator. «La questione è la parola informazione e il pubblico dell’informazione: chi è e chi sarà?».

Se il valore del clic diminuisce, il giornale deve tornare a chiedersi cosa possiede che non sia facilmente replicabile. La risposta di Semilia è altrettanto chiara. «Credibilità e reputazione sono quello che possiamo offrire con i giornali».

Creator e giornalisti possono imparare gli uni dagli altri

Dal confronto arriva anche una proposta concreta. Giuliana parla di formazione reciproca. I creator possono trasferire ai giornalisti competenze tecniche, conoscenza delle piattaforme e capacità di dialogare con le comunità digitali. I giornalisti possono mettere a disposizione metodo, attenzione alle fonti e conoscenza delle regole.

Anche un evento può così essere raccontato su più livelli. Un video o un reel possono accompagnare ciò che accade in tempo reale e portare il pubblico dentro una storia. L’articolo può arrivare dopo, con il tempo necessario per ricostruire fatti, contesto e protagonisti. Non uno al posto dell’altro.

Pipitone e il mestiere di trovare le notizie

Giacinto Pipitone riporta il confronto al lavoro che precede qualsiasi formato. Il giornalista deve ancora andare nei luoghi dove le notizie nascono, cercare documenti, coltivare fonti e trovare quello che non è già disponibile su uno schermo.

«Io e Alfredo stiamo lì dove non ci sono quelli che tu consulti sui social. Ci andiamo io e Alfredo che passiamo l’intera giornata all’Ars, a Palazzo d’Orléans, negli assessorati e andiamo a scovare le cose che normalmente non si vedono».

Poi arriva forse una delle ammissioni più significative dell’intero confronto. Rivolgendosi al mondo dei creator, Pipitone riconosce: «Dov’è che hai ragione tu? Che io le racconto nel mezzo sbagliato».

Dentro quella frase c’è buona parte del problema. Il giornalismo possiede ancora gli strumenti per produrre informazione originale, ma deve imparare a portarla negli spazi nei quali si è trasferito il pubblico.

Il valore del lavoro professionale

Amadore torna allora all’idea dalla quale era partito. Se deve nascere una filiera dell’informazione, ogni competenza deve essere riconosciuta per il suo valore professionale.

La battuta del «mio cugino lo fa per meno» racconta una concezione ancora diffusa della comunicazione come attività che chiunque può improvvisare. Vale per i social, ma anche per il giornalismo e per gli uffici stampa.

«Il lavoro che fai di ufficio stampa ha un valore, non è “scrivo due parole”, è un lavoro».

L’alleanza tra giornalisti e creator acquista così un significato meno astratto. Non significa cancellare le differenze, ma riconoscere competenze diverse e capire come farle lavorare insieme.

Dopo la velocità, la profondità

La chiusura di Biagio Semilia sembra inizialmente andare nella direzione opposta rispetto alla corsa verso reel, social e contenuti sempre più rapidi.

«Ho cavalcato e stimolato la stagione dell’immediatezza», ammette. Poi indica quella che considera la fase successiva. «La stagione verso la quale stiamo andando non è quella dell’immediatezza, è la stagione della profondità».

Non è un invito a tornare indietro. È piuttosto la ricerca di un equilibrio. Utilizzare i nuovi strumenti senza lasciare che velocità, quantità e algoritmi decidano da soli cosa merita attenzione.

Alla fine del confronto dei Nebrodi, la contrapposizione tra giornalisti e creator appare meno interessante della domanda dalla quale tutto è partito. Come si continua a produrre informazione credibile quando il pubblico, gli strumenti e il modello economico sono cambiati?

Una risposta definitiva non arriva, ma una direzione sì. Il giornalismo deve continuare a cercare le notizie e verificarle. I creator hanno dimostrato di sapere raggiungere pubblici che i mezzi tradizionali hanno perso. L’editoria deve trovare un modello economico che restituisca valore alla qualità.

Il futuro potrebbe cominciare proprio dall’incontro di queste competenze. Non per fare tutti lo stesso mestiere, ma per evitare che ciascuno continui a parlare soltanto al proprio pubblico.