Il ritorno del metodo La Torre: quando la politica anticipava le indagini su Cosa nostra
A Palazzo dei Normanni si è tornati a parlare di un metodo che, a distanza di mezzo secolo, suona ancora come una lezione di dignità e lungimiranza. Presentare oggi il volume “Leggere la mafia del territorio”, che raccoglie la relazione di minoranza di Pio La Torre, non è una semplice operazione nostalgia, ma un atto di accusa verso una parte della politica che ha smesso di osservare le strade, i mercati e gli uffici per rifugiarsi in una rassicurante quanto pericolosa indifferenza.
Pio La Torre non aspettava le sentenze per capire chi avesse davanti. Il suo metodo partiva dall’ascolto e dalla conoscenza profonda del territorio, arrivando a fare nomi e cognomi mentre il sistema preferiva girarsi dall’altra parte. Come ha sottolineato il presidente della Commissione Antimafia all’Ars, Antonello Cracolici, la sua relazione era una miniera di informazioni che anticipava di decenni l’opera della magistratura. Oggi, invece, ci troviamo in una condizione di debolezza strutturale: i partiti non riescono più a fare da filtro e la corruzione è diventata la “nuova lupara”, un mezzo silenzioso ma letale per condizionare la vita pubblica.
Il rischio concreto è quello di considerare Cosa nostra un reperto del passato solo perché spara meno. Eppure, le parole del procuratore nazionale Giovanni Melillo sono state nette: l’organizzazione è “viva e vegeta”, impegnata a ricostruire le proprie strutture e a infiltrarsi nei gangli vitali dall’economia, all’energia. La vera partita si gioca ancora su quell’immedesimazione tra reti criminali e mondo imprenditoriale che La Torre aveva già denunciato con estrema chiarezza. Melillo ha avvertito che i circuiti che permettono ai mafiosi scarcerati di mantenere i legami con l’organizzazione sono pienamente attivi, alimentati da ricchezze immense che derivano da traffici illeciti mai realmente interrotti.
Le recenti cronache giudiziarie, le cui condotte restano confinate nell’ambito della presunta responsabilità secondo l’accusa e nell’ipotesi investigativa, confermano quanto sia sottile il confine tra la gestione della cosa pubblica e gli interessi di una “borghesia mafiosa” pronta a convivere con i clan. Si tratta di un’area grigia composta da chi non appartiene alle famiglie per legami di sangue, ma ne sposa la logica per interesse economico. Luciano Violante ha ricordato che il ruolo della politica deve essere preventivo. Bisogna guardare dove la mafia può infilarsi prima che il reato venga commesso. Se la politica abdica a questo ruolo di sentinella e non riesce a sbarrare la strada a chi intende il potere come affare, la mafia guadagna inevitabilmente terreno.
Oggi come cinquant’anni fa, la Sicilia detiene il triste primato delle amministrazioni sciolte per mafia, un dato che ci obbliga a riflettere su quanto il sistema di relazioni sia ancora pervasivo. La lezione di La Torre, condivisa all’epoca con figure come Cesare Terranova, ci insegna che non basta reprimere. Bisogna capire i meccanismi di accumulazione della ricchezza, dal mercato ortofrutticolo agli appalti moderni, per intervenire prima che il condizionamento diventi irreversibile. La consapevolezza che Cosa nostra sia un fenomeno del presente, e non una vecchia storia da scaffale, è il primo passo per non restare intrappolati in una convivenza che distrugge il futuro dell’isola.
