Il Re, i soldati e l’impronta: tre storie incredibili su Sant’Agata che (forse) non conosci
Dalla corona di Riccardo Cuor di Leone alla fuga a Costantinopoli: quando Sant’Agata rischiò di non tornare più a Catania. E quella misteriosa impronta nel carcere…
Gisliberto e Goselmo, gli “eroi” del 1126: ecco chi riportò le reliquie a casa. Sapevate che la corona sul busto fu un dono di un Re inglese?
Se oggi Catania può abbracciare la sua Patrona, lo deve a due nomi spesso dimenticati: Gisliberto e Goselmo. Nel 1040, infatti, il generale bizantino Giorgio Maniace rubò le reliquie della Santa per portarle a Costantinopoli come trofeo di guerra. Rimasero in esilio per ben 86 anni, finché due soldati della corte imperiale (uno francese e uno pugliese), spinti da un sogno premonitore, decisero di trafugarle e riportarle in Sicilia. Nascondendo i resti sacri in una faretra coperta di rose, affrontarono un viaggio avventuroso che si concluse il 17 agosto 1126 al Castello di Aci: è per questo motivo che Sant’Agata si festeggia due volte l’anno, a febbraio per il martirio e ad agosto per il ritorno in patria.
Osservando il preziosissimo Busto Reliquiario, lo sguardo cade spesso sulla corona che ne cinge il capo. La tradizione vuole che quel gioiello sia un dono regale nientemeno che di Riccardo Cuor di Leone. Il re d’Inghilterra, di passaggio in Sicilia durante la Terza Crociata, avrebbe omaggiato la Martire con la sua stessa corona per ingraziarsi la protezione divina durante la spedizione in Terra Santa. Anche se gli storici dell’arte dibattono sulla datazione esatta dell’oreficeria, il legame tra il sovrano leggendario e la “Santuzza” resta una delle storie più affascinanti del Tesoro.
C’è poi un luogo dove la storia si fa pietra: la chiesa di Sant’Agata al Carcere. Qui, proprio all’ingresso della cella dove la giovane morì nel 251 d.C., è conservata una lastra di pietra lavica con un’impronta ben visibile. La leggenda narra che sia l’orma lasciata dal piede della Santa nel momento in cui fu spinta violentemente in prigione dai suoi aguzzini dopo il supplizio dei carboni ardenti. Un segno indelebile di resistenza che, si racconta, nemmeno un ladro devoto riuscì a portar via: un sacerdote messinese che tentò di rubarne un frammento fu bloccato da una tempesta improvvisa finché non restituì il maltolto.
