Catania bella impossibile: Bisignani riflette sui limiti della pianificazione
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Biagio Bisignani, capo dell’Urbanistica comunale di Catania, firma un lungo e costruttivo articolo pubblicato oggi in edicola su “La Sicilia“, nel quale mette in discussione i dogmi della pianificazione tradizionale, sollecitando una riflessione critica tra urbanisti e amministratori. Con occhio esperto e passione per la città etnea, l’ingnegnere osserva come Catania si stia trasformando spontaneamente, senza attendere i ritardi dei piani regolatori: interi quartieri cambiano destinazione d’uso, case dismesse si convertono in accoglienti B&B, palazzi popolari un tempo degradati attraggono turisti affascinati dall’autenticità popolare, e startup digitali occupano spazi riconvertiti da mani private. “La città reale va oltre i nostri schemi“, scrive Bisignani, raccontando un episodio emblematico di Piazza Currò: un’abitazione familiare, svuotata dall’emigrazione verso Tremestieri negli anni passati, si è metamorfosata in struttura ricettiva senza che alcun atto amministrativo, nessun tavolo tecnico o variante urbanistica lo avesse previsto. Eppure, questa metamorfosi silenziosa ridisegna i quartieri, iniettando nuova vita nelle vene della città.
Al centro della riflessione di Bisignani c’è il Piano Regolatore Generale (PRG) del 1964, ancora vigente dopo 62 anni, un “relitto obsoleto” che ambiva accompagnare Catania fino agli anni ’90 ma si è rivelato incapace di anticipare la realtà. Quel piano calcolò fabbisogni industriali, tracciò assi viari futuristici e immaginò quartieri operai ordinati e geometrici, ma non previde la crisi dell’industria pesante che ha svuotato le fabbriche, né l’espansione spontanea e caotica delle periferie, né tantomeno la domanda turistica diffusa che oggi anima ogni angolo. “La città ha trovato equilibri suoi, talvolta precari ma vitali“, osserva Bisignani, supportando la sua tesi con esempi internazionali emblematici. Brasilia, la città utopica totalmente pianificata dal genio di Oscar Niemeyer e Lucio Costa, ha visto nascere ai suoi margini le vere città satellite, abitate dalla maggioranza dei residenti che hanno preferito il caos autentico al rigore modernista. Le new towns britanniche del dopoguerra, come quelle progettate per risolvere il sovraffollamento londinese, sono finite in degrado sociale e architetture aliene, mentre i quartieri storici caotici di Londra mantengono una vitalità economica ineguagliabile. “Il Piano non è uno spartito musicale da eseguire fedelmente“, conclude l’architetto, invitando a un’umiltà che riconosca i limiti del controllo dall’alto.
Anche la pianificazione partecipata, celebrata dagli urbanisti progressisti degli anni ’70 come panacea democratica, mostra i suoi limiti secondo Bisignani. “Ascoltare tutti produce spesso paralisi decisionale“, spiega, descrivendo scontri insanabili: cittadini storici che vogliono preservare l’identità dei rioni contro nuovi residenti che spingono per modernizzazioni radicali, commercianti che reclamano più parcheggi e ambientalisti che sognano pedonalizzazioni totali. Esperienze europee confermano questa difficoltà: a Berlino, il Tempelhofer Feld è diventato parco urbano grazie a un referendum che ha bloccato ogni proposta di edificazione, ma solleva interrogativi eterni: “Qual è la volontà popolare quando metà città vuole case e l’altra metà il verde?“. Intanto, Catania vive una mutazione profonda e affascinante. Non solo il barocco e l’Etna attraggono orde di visitatori, ma interi quartieri considerati degradati – San Cristoforo, Civita, Fortino e l’Antico Corso – rivivono grazie a un turismo che ha capito prima degli esperti il valore della bellezza “diffusa, stratificata, imperfetta“. La struttura urbana di fine Ottocento, catalogata dal Piano Piccinato come “tessuto storico esistente“, si rivela improvvisamente una risorsa preziosa: B&B nascono non solo nel centro saturo ma nei rioni popolari e nei paesi dell’area metropolitana, democratizzando l’economia turistica. Un secondo fenomeno rivoluzionario è l’imprenditoria under 40 che abbandona l’economia del mattone per startup digitali, software house e agenzie di marketing. “Questi giovani non costruiscono nuovi edifici ma riconvertono appartamenti in uffici flessibili“, nota Bisignani.
Come cronista che da anni osserva le pieghe di Catania, trovo la prospettiva di Bisignani non solo proiettata al futuro, ma anche profondamente responsabile, maturata nell’esperienza di un professionista di lungo corso. Qui non si tratta di un’utopia astratta: è la Catania reale che pulsa per istinto vitale. Bisignani pone interrogativi di rilievo – turismo spontaneo, dinamiche di riqualificazione con impatti sociali critici, startup digitali – e conclude con una metafora potente: “Il pianificatore non è un demiurgo ma il primo violino“. Eppure, manca un ingrediente essenziale: la responsabilità politica. Negli ultimi anni ho visto più corsa al potere e alla crescita partitica che impegno concreto per la collettività. Senza che nessuno metta in evidenza gli aspetti positivi, frutto non solo dell’impegno politico di pochi, ma anche di favorevoli opportunità storiche a livello europeo. Penso, ad esempio, alle recenti assunzioni al Comune di Catania, le prime realmente significative dopo decenni di blocco: forse le prossime arriveranno tra molti anni, ma rappresentano comunque un segnale che la macchina pubblica, pur con evidenti limiti, continua a funzionare.
Catania è bellissima proprio così, con il suo caos generativo. La città perfetta non esiste, perché è nel disordine che nascono le vere innovazioni. Che la cittadinanza continui a cambiare il volto di questa meravigliosa città etnea. Case dismesse che si trasformano in strutture ricettive? Meglio di palazzi vuoti. Startup negli appartamenti? Meglio di quartieri morti. I catanesi sono i veri architetti del futuro. È tempo di premere sull’acceleratore spontaneo, lasciando che l’istinto prevalga sui piani polverosi.
