De Lucia accende la spia sulle carceri, la politica risponde con la polemica

Il procuratore De Lucia denuncia il potere dei clan dietro le sbarre, il ministro Nordio replica durissimo. Ma tra veleni e slogan, dalla rivolta di Piazza Lanza a Catania, il problema resta intatto.

C’è una frase, pronunciata ieri a Palermo dal procuratore Maurizio de Lucia, che dovrebbe togliere il sonno a chi ci governa. «Le carceri non sono più sotto il controllo dello Stato». Non l’ha detta un attivista, non un cronista in cerca di titoli. L’ha detta il capo della Direzione distrettuale antimafia, un uomo che le mafie le combatte da una vita e che sa scegliere le parole. E quelle parole raccontano un Paese che ha smarrito qualcosa di essenziale, il controllo dei luoghi dove dovrebbe esercitare la sua autorità più piena.

Quando il carcere parla la lingua dei clan

De Lucia ha descritto una realtà che sembra un romanzo criminale e invece è cronaca. Detenuti che organizzano call conference tra chi sta fuori, chi sta dentro e chi è rinchiuso in un altro istituto. Penitenziari dove il potere reale appartiene alle organizzazioni criminali, non allo Stato. Uomini ammassati oltre ogni capienza, tossicodipendenti che non dovrebbero stare dietro le sbarre ma in strutture di cura, un sistema di assistenza che semplicemente non esiste. È il ritratto di una polveriera, e chi conosce il carcere sa che quella polveriera, prima o poi, esplode.

L’ha fatto pochi giorni fa a Catania. Il 20 luglio, dentro la casa circondariale di Piazza Lanza, i detenuti hanno occupato due reparti e tentato di sfondare i cancelli. All’origine ci sarebbe una lite tra alcuni reclusi, per motivi ancora in via di accertamento. Quando la sommossa si è placata, lo Stato ha avviato una serie di perquisizioni nei reparti, e sono spuntati fuori anche alcuni telefoni cellulari. Cinque agenti della polizia penitenziaria sono finiti in ospedale, e la rivolta è rientrata soltanto dopo ore di trattativa. Ma i sindacati lo ripetevano da mesi, era tutto annunciato. Sovraffollamento, organici ridotti all’osso, uomini in divisa lasciati soli a reggere l’urto. Non è un caso isolato, è la spia di un incendio che cova sotto la cenere in mezza Italia.

La lite che non serve a niente

E allora colpisce, e amareggia, che davanti a una denuncia così grave la prima reazione delle istituzioni sia stata lo scontro. Il ministro Carlo Nordio ha replicato durissimo, accusando de Lucia di aver «perso il controllo di sé stesso» e di offendere la polizia penitenziaria. Ma qui nessuno offende gli agenti. Anzi, sono proprio loro le prime vittime di questo abbandono, mandati in prima linea senza mezzi e senza numeri sufficienti. Difendere davvero i baschi azzurri non significa zittire chi denuncia il problema, significa risolverlo.

Trasformare un allarme in una rissa politica è il modo migliore per non cambiare nulla. Mentre a Roma ci si divide sulle parole, dentro le celle il termometro supera i quaranta gradi, si dorme ammassati, e la dignità di chi sconta una pena, come quella di chi la fa rispettare, resta appesa a un filo.

Il coraggio di guardare in faccia il problema

De Lucia ha toccato anche un altro nervo scoperto, il ritorno del racket nelle periferie di Palermo, la mafia che «è tornata a essere violenta perché aveva perso il controllo». E sul possibile impiego dell’esercito ha invitato alla prudenza e al pragmatismo, senza scorciatoie propagandistiche. È l’atteggiamento che servirebbe a tutti. Meno slogan, meno veleni tra toghe e governo, più realismo davanti a una ferita che riguarda la tenuta stessa dello Stato di diritto.

Perché un carcere che non è più governato dallo Stato non è soltanto un problema di sicurezza. È il segno che qualcosa, nel patto tra un Paese e i suoi cittadini, si è incrinato. La Costituzione dice che la pena deve tendere alla rieducazione. Finché continueremo a litigare invece di intervenire, quella parola resterà solo inchiostro su una pagina, e ogni nuova rivolta ci ricorderà, ancora una volta, che eravamo stati avvertiti.