Le nuove linee guida del CSM riaprono il confronto tra presunzione di innocenza, tutela della reputazione e diritto dei cittadini a essere informati
Il nodo non è scegliere tra dignità degli indagati e libertà di stampa, ma capire come tenere insieme due diritti fondamentali senza sacrificare né l’uno né l’altro.
C’è una riunione in programma a Palazzo Bachelet, sede del Consiglio Superiore della Magistratura, a Roma. All’ordine del giorno c’è un documento che sta facendo discutere da settimane: le nuove linee guida sulla comunicazione delle Procure. In apparenza è una questione tecnica. Nella sostanza, riguarda tutti. Il testo aggiorna le linee guida del 2018 e stabilisce nuove regole su come i pubblici ministeri possano comunicare con la stampa e con l’opinione pubblica. Le indicazioni sono stringenti: niente interviste sui singoli procedimenti, conferenze stampa solo in casi eccezionali, divieto di usare espressioni enfatiche e maggiore attenzione alla diffusione di nomi e dettagli personali.
L’obiettivo dichiarato è la protezione reputazionale degli indagati. Chi è sotto inchiesta ha diritto a non essere distrutto pubblicamente prima che un tribunale si pronunci. È un principio sacrosanto, soprattutto nell’epoca del web, dove una notizia resta indicizzata per anni e può continuare a produrre effetti anche quando un procedimento si chiude senza condanna. Su questo punto, l’ex procuratore generale della Cassazione Luigi Salvato ha richiamato un dato importante: secondo la sua lettura, la delibera del CSM non introdurrebbe un bavaglio nuovo, ma renderebbe più espliciti principi già presenti nell’ordinamento, nelle direttive della Procura generale della Cassazione e nelle norme sulla presunzione di innocenza.
È un’osservazione da non liquidare. Sarebbe sbagliato raccontare questa vicenda come se il CSM avesse improvvisamente deciso di oscurare le Procure. Molte di queste regole esistono già. Il punto, però, è un altro: come saranno applicate concretamente e quale effetto produrranno sul diritto dei cittadini a conoscere fatti di interesse pubblico. Perché se la comunicazione giudiziaria diventa eccessivamente prudente, se ogni parola viene percepita come un rischio disciplinare, se i capi degli uffici scelgono il silenzio per evitare problemi, il risultato può essere una riduzione della trasparenza. Non per scelta dichiarata, ma per effetto pratico.
La Federazione Nazionale della Stampa Italiana ha lanciato l’allarme, richiamando l’articolo 21 della Costituzione e il rischio di una compressione della libertà di informare. È una preoccupazione legittima. Le inchieste giudiziarie, soprattutto quando riguardano politica, pubblica amministrazione, economia o criminalità organizzata, non appartengono solo agli atti processuali. Hanno anche una rilevanza pubblica. Questo non significa trasformare ogni indagato in un colpevole. Non significa usare titoli urlati, fotografie esposte senza misura o dettagli irrilevanti per alimentare la curiosità morbosa del pubblico. Significa però riconoscere che la giustizia, quando incrocia il potere, deve restare anche sotto lo sguardo dei cittadini.
Il caso che ha acceso ulteriormente il dibattito è quello di Francesco Pinto, sostituto procuratore generale di Genova, sanzionato dal CSM per alcune dichiarazioni ritenute lesive della presunzione di innocenza. Una vicenda che, per molti magistrati e osservatori, ha mostrato quanto sia sottile il confine tra tutela della reputazione e limitazione del racconto pubblico dei fatti giudiziari.
MA UNA PARTE DI RESPONSABILITÀ È ANCHE NOSTRA
Ma sarebbe disonesto fare finta che il problema riguardi solo magistrati e istituzioni. Una parte di responsabilità ce l’ha anche il giornalismo. La cronaca giudiziaria è un terreno delicato, dove basta una parola sbagliata per compromettere la reputazione di una persona. E oggi quella parola resta online, viene condivisa, rilanciata e spesso sopravvive perfino alle eventuali assoluzioni. Non tutte le informazioni che emergono durante un’indagine hanno lo stesso valore. Confondere una semplice segnalazione investigativa con un provvedimento già valutato da un giudice significa alimentare processi mediatici che possono travolgere persone ancora lontane da qualsiasi accertamento di responsabilità. È qui che il giornalismo è chiamato a fare la differenza: verificando, contestualizzando e resistendo alla tentazione della velocità a tutti i costi.
C’è poi il tema delle cosiddette “soffiate”. Una notizia passata al giornalista, un nome fatto circolare, un documento consegnato fuori contesto. Non tutte le fonti sono disinteressate. Anzi, raramente lo sono. Il bravo cronista deve chiedersi sempre chi parla, perché parla e quale interesse può esserci dietro quella rivelazione. Se una parte del giornalismo avesse lavorato meglio, forse oggi non saremmo davanti a circolari percepite come un possibile silenziatore. Certe restrizioni non nascono dal nulla. Nascono anche da eccessi reali, da nomi bruciati senza prove, da processi celebrati sui giornali e sui social prima ancora che nelle aule di giustizia.
IL CONFLITTO CHE RESTA APERTO
Il punto vero, allora, non è contrapporre magistrati e giornalisti. Il punto è trovare un equilibrio. Da un lato c’è il diritto di chi è indagato a non essere condannato prima del processo. Dall’altro c’è il diritto dei cittadini a sapere cosa accade nelle Procure, nei tribunali e nei luoghi in cui si esercita il potere. Nessuno dei due diritti può cancellare l’altro. La presunzione di innocenza non può diventare invisibilità pubblica dei fatti. Il diritto di cronaca non può trasformarsi in condanna anticipata. La tutela della reputazione non può essere usata come scudo assoluto. La libertà di stampa non può diventare licenza di ferire.
La nuova circolare del CSM sarà giudicata per gli effetti concreti che produrrà. Se contribuirà a rendere la comunicazione giudiziaria più sobria e rispettosa delle persone sarà un passo avanti. Se invece produrrà paura, autocensura e silenzi istituzionali, il prezzo lo pagheranno i cittadini. Mentre l’Italia celebra gli 80 anni della Repubblica, il dibattito che domani approderà al CSM richiama una delle sfide più complesse della nostra democrazia: trovare un equilibrio tra diritti e garanzie senza sacrificarne alcuno. La libertà di stampa, la presunzione di innocenza, la dignità della persona e il diritto dei cittadini a essere informati appartengono allo stesso patrimonio costituzionale. Difenderne uno non può significare indebolire gli altri.
Perché una democrazia matura non ha bisogno né di gogne mediatiche né di stanze chiuse. Ha bisogno di informazione responsabile, di magistrati prudenti, di giornalisti preparati e di cittadini capaci di distinguere un’indagine da una condanna. Ma sarebbe altrettanto sbagliato fare le vittime. Gli errori commessi negli anni da una parte del giornalismo hanno certamente alimentato questo dibattito. Proprio per questo la sfida non è cercare colpevoli, ma ritrovare un equilibrio tra diritto di cronaca e tutela delle persone.
