Caponnetto Falcone Borsellino
A trentaquattro anni dalla strage di Capaci, l’Italia continua a confrontarsi con l’eredità di Giovanni Falcone: una battaglia che oggi passa anche dal contrasto alla mafia economica e dalla possibilità di salvare i figli delle famiglie criminali.
Fra qualche giorno Palermo si fermerà ancora. Lo farà come accade ogni 23 maggio, alle 17.57. Un minuto preciso che da trentaquattro anni non appartiene più soltanto alla storia, ma alla memoria collettiva del Paese. È l’istante in cui sull’autostrada di Capaci il tritolo cancellò le vite di Giovanni Falcone, di Francesca Morvillo e degli agenti della scorta Antonio Montinaro, Vito Schifani e Rocco Dicillo.
Quel pomeriggio del 1992 non fu soltanto una strage mafiosa. Fu uno spartiacque. La mafia dichiarava guerra apertamente allo Stato e costringeva l’Italia a guardarsi dentro. Da allora ogni commemorazione porta con sé la stessa domanda: cosa abbiamo costruito davvero dopo Capaci?
Molto è cambiato. E molto, evidentemente, non basta ancora.
Quando Falcone venne assassinato, lo Stato aveva appena colpito Cosa Nostra con il Maxiprocesso. Per la prima volta centinaia di mafiosi venivano giudicati insieme come appartenenti a un’unica organizzazione criminale. La conferma delle condanne in Cassazione segnò una vittoria storica della magistratura e rappresentò, per i vertici mafiosi, l’inizio della stagione stragista.
Negli anni successivi arrivarono arresti che sembravano impossibili: Totò Riina nel 1993, Bernardo Provenzano nel 2006, Matteo Messina Denaro nel 2023. Lo Stato introdusse il 41-bis, rafforzò le norme sui collaboratori di giustizia e costruì un sistema investigativo più moderno. Migliaia di beni confiscati vennero restituiti ai territori trasformandosi in cooperative, aziende agricole, centri sociali e simboli concreti di riscatto.
Eppure la mafia non è scomparsa. Ha cambiato pelle.
Oggi le organizzazioni criminali sparano meno, ma investono di più. Entrano nell’economia, nella finanza, negli appalti, nella logistica, nella sanità, nella ristorazione. Secondo i dati degli ultimi anni, il riciclaggio di denaro continua a muovere decine di miliardi di euro. La mafia contemporanea è spesso invisibile, silenziosa, capace di infiltrarsi nei circuiti economici senza mostrare il volto violento delle stragi degli anni Novanta.
Anche la geografia del fenomeno è cambiata. Le operazioni finanziarie sospette si concentrano soprattutto nel Nord Italia, segno di una criminalità organizzata che ormai ragiona come una grande impresa nazionale. Il Sud continua però a registrare il peso più forte delle organizzazioni storiche e il numero maggiore di sequestri patrimoniali legati ai clan.
Ma forse il cambiamento più profondo nella lotta alla mafia non riguarda soltanto arresti e confische.
C’è un altro fronte che negli ultimi anni ha iniziato a farsi strada. Più silenzioso. Più difficile. E forse persino più rivoluzionario. Il progetto «Liberi di scegliere», ideato dal magistrato Roberto Di Bella, nasce da una domanda semplice quanto drammatica: un figlio di mafia è destinato inevitabilmente a diventare mafioso?
La risposta costruita in oltre dieci anni di lavoro è stata no.
Il protocollo offre ai minori cresciuti dentro famiglie criminali – e alle madri che scelgono di allontanarsi da quei contesti – la possibilità concreta di cambiare vita. Non attraverso la repressione, ma attraverso la protezione, l’educazione, il trasferimento in altre realtà sociali e il sostegno dello Stato.
I numeri raccontano una realtà che fino a qualche anno fa sarebbe sembrata impensabile: oltre 200 minori coinvolti, decine di donne che hanno lasciato i clan, alcune diventate collaboratrici di giustizia, uomini appartenenti alle organizzazioni mafiose che hanno iniziato percorsi di collaborazione dopo aver visto i propri figli allontanarsi da quella cultura criminale.
È qui, forse, che si misura davvero cosa abbiamo costruito dopo Capaci.
Perché Falcone aveva compreso prima di molti altri che la mafia non era soltanto un’organizzazione armata, ma un sistema culturale, economico e sociale. Ed è per questo che oggi la battaglia non può limitarsi agli arresti. Deve riuscire a spezzare il consenso, l’eredità familiare, la normalità dell’illegalità.
Il 23 maggio Palermo, la Sicilia si fermerà ancora. Ci saranno gli studenti, i cortei, l’Albero Falcone, le sirene, i nomi letti ad alta voce. Ma la memoria rischia di diventare rituale se non riesce a trasformarsi ogni anno in una domanda attuale.
Capaci non chiede soltanto di ricordare chi è morto. Chiede di capire se lo Stato, la politica, la scuola e la società abbiano davvero imparato qualcosa da quel boato sull’autostrada.
