Referendum sulla Giustizia, scontro tra “sogno” e “Macedonia”: il dibattito Razza-Ardita
Ardita - Barresi - Ardita
All’antica galleria Bonfirraro, uno spazio che rianima il cuore culturale della città, il dibattito sulla riforma della giustizia ha acceso un confronto serrato e privo di sconti tra visioni opposte. Dall’analisi dell’eurodeputato Ruggero Razza sulla separazione delle carriere e il sorteggio, alle dure critiche del magistrato Sebastiano Ardita su una campagna referendaria “lacerata”, emerge il ritratto di un Paese diviso tra il desiderio di un reset istituzionale e il timore di nuove derive politiche.
L’antica galleria Bonfirraro ieri sera non era solo una libreria, ma un “polmone di cultura” dove si è provato a respirare aria di contenuti in un clima politico pesantemente inquinato. L’incontro, dal titolo “Quale Giustizia? Referendum, magistratura e informazione”, ha messo a nudo le fratture di un dibattito che, con l’avvicinarsi del voto del 22 e 23 marzo, somiglia sempre più a uno scontro tra Guelfi e Ghibellini come sottolineato dal vicedirettore de La Sicilia, Mario Barresi, che ha moderato l’incontro evidenziando il rischio che i contenuti vengano schiacciati dal gioco delle parti. Come sottolineato in apertura, il rischio reale è che i cittadini restino schiacciati tra polemiche autoprodotte, faticando a comprendere il merito di una riforma che tocca le fondamenta della Carta Costituzionale.
A tenere le fila del discorso, con domande mirate, è stato proprio Barresi, la cui esperienza professionale ha permesso di mantenere il confronto sui binari della concretezza, intercettando quel “veneno” che ormai caratterizza ogni uscita pubblica dei due fronti. Ma la vera anima della serata è stata la platea: un pubblico variegato dove spiccava una nutrita presenza di giovani, rappresentanti di associazioni studentesche e semplici cittadini desiderosi di risposte. La presenza di giovani, e i loro interventi hanno dimostrato che la questione giustizia non è un tema da “addetti ai lavori”, ma una preoccupazione viva per le nuove generazioni che guardano al 22 e 23 marzo con un misto di speranza e scetticismo, cercando di decifrare un sistema che spesso appare loro lontano e impenetrabile.
Il fronte del Sì: tra necessità e attuazione
Ruggero Razza, eurodeputato di Fratelli d’Italia, ha difeso l’impianto della riforma non come uno strappo, ma come un atto di coerenza storica. «Se andiamo a guardare nelle ultime 4-5 legislature le proposte di riforma troviamo un elemento di piena sovrapponibilità con quello che sta accadendo oggi», ha spiegato Razza, rigettando l’idea che la Costituzione debba restare un monolite intoccabile di fronte ai cambiamenti del tempo.
Il cuore dell’intervento si è focalizzato sulla separazione delle carriere e sul nuovo meccanismo di formazione del CSM. Per Razza, si tratta di dare piena attuazione al principio del “giusto processo” previsto dall’articolo 111, allineando l’Italia alla quasi totalità dei partner europei. «Il sorteggio aiuta a fare sì che quello sia un luogo dove non si fa politica?», si è chiesto provocatoriamente l’eurodeputato, rispondendo con un convinto sì: «Il sorteggio probabilmente ha una funzione quella di aiutare a superare il meccanismo del voto per blocchi». Una scelta drastica, forse, ma ritenuta necessaria per spezzare il legame correntizio che ha trasformato l’organo di autogoverno in un’arena partitica. Razza ha inoltre ribadito che non esiste alcun rischio di sottomissione del Pubblico Ministero all’esecutivo: «Se per caso qualcuno dovesse un giorno immaginare di fare una riforma che prevede la sottoponibilità al potere dell’esecutivo del Pubblico Ministero, il primo no sarebbe il mio che oggi voto sì».
Il fronte del No: la “macedonia” delle riforme
Di segno opposto l’analisi di Sebastiano Ardita. Il magistrato, pur riconoscendo la gravità della patologia dell’autogoverno, ha bocciato le modalità della proposta, definendola una «macedonia di frutti profondamente diversi tra loro» e denunciando una campagna elettorale tra le «peggiori della storia della Repubblica». Secondo Ardita, l’accorpamento tra sorteggio e separazione delle carriere è un errore che ha generato una confusione di fondo: «Le carriere separate creano nel Pubblico Ministero una condizione di tale libertariazione e autoriferenza… avremmo un PM sganciato dalla giurisdizione, uno che vuole fare nomi sostanzialmente».
Il magistrato ha spiegato che il Pubblico Ministero, se staccato dalla cultura della giurisdizione, perde il senso di responsabilità: «Anziché avere un Pubblico Ministero incardinato in un sistema predominante, ne avremmo uno a cui interessa arrestare le persone, che è l’essenza del Pubblico Ministero. Sotto l’ombrello della giurisdizione ha invece una maggiore responsabilizzazione». Questa commistione di temi ha impedito di valorizzare la vera emergenza, ovvero un autogoverno malato dove «pochi controllano attraverso il controllo del voto una piccola categoria di 8.000 persone che propriamente lavora, ma che si rimette a questi pochi che hanno un potere enorme».
Un Paese lacerato tra sassi e speranze
Ciò che resta, al di là degli argomenti tecnici, è la sensazione di un solco sempre più profondo che attraversa non solo le istituzioni, ma la società civile stessa. Durante la serata è emerso con forza come il sistema delle correnti sia percepito come un meccanismo ormai rotto, ma la soluzione del sorteggio continua a dividere anche gli spiriti più riformisti. «Questo referendum ci lascerà ancora più lacerati», è stato l’allarme lanciato durante il confronto.
L’interazione con il pubblico giovane ha evidenziato una richiesta di trasparenza che va oltre i tecnicismi. I giovani presenti in sala hanno sollevato il tema della “giustizia di classe” e del rischio che una magistratura troppo chiusa o, al contrario, troppo esposta al vento politico, finisca per tradire il mandato costituzionale. Il 24 marzo, indipendentemente dal risultato, l’Italia dovrà fare i conti con una magistratura e una politica distanti, con il rischio di una delegittimazione reciproca. Resta il dubbio che, tra spot elettorali e “giochi delle parti”, la vera domanda sull’efficienza della giustizia e sulla velocità dei processi sia stata nuovamente rimandata, lasciando i cittadini – e soprattutto i più giovani – ad attendere ancora una volta una risposta che non sia solo ideologica.
