Referendum Giustizia: il dibattito tra separazione delle carriere e rischio burocrazia
A poche settimane dall’appuntamento referendario del 22 e 23 marzo, una nebbia fitta, quasi artificiale, avvolge la riforma costituzionale della Giustizia. Spiegare al cittadino medio – ma spesso anche agli addetti ai lavori – cosa cambierà davvero è un’impresa titanica.
Manca poco al voto e il clima è confuso: da un lato la promessa di un “giudice davvero terzo”, dall’altro il timore che la riforma aggiunga livelli e complicazioni senza toccare il problema che i cittadini sentono di più, cioè la lentezza. Al referendum del 22 e 23 marzo si decide su un cambiamento costituzionale dell’assetto della magistratura: un tema tecnico, che per sua natura si presta a slogan contrapposti.
La tesi dei promotori del Sì è semplice da raccontare: se chi accusa e chi giudica hanno carriere e autogoverno più nettamente separati, cresce la percezione (e, secondo loro, anche la sostanza) della terzietà del giudice e del “giusto processo”. In quest’ottica, la riforma ridisegna l’autogoverno prevedendo due Consigli superiori distinti, uno per i giudici e uno per i pubblici ministeri, e introduce una nuova Alta Corte disciplinare.
I contrari ribaltano l’angolo visuale: la giustizia italiana, dicono, soffre soprattutto di tempi lunghi – specie nel civile – che incidono su famiglie e imprese, e questa riforma non interviene in modo diretto su organici, organizzazione degli uffici, arretrato e gestione del processo. Inoltre, dividere strutture e aggiungerne una nuova (due Consigli e un’Alta Corte disciplinare) potrebbe significare più passaggi decisionali, più costi e più attrito amministrativo, con il rischio di un sistema non più snello ma più pesante.
In questo scenario di “vedo-non-vedo”, le parole di Nicola Gratteri hanno avuto l’effetto di un sasso lanciato in una vetrina. Il Procuratore di Napoli ha sollevato un interrogativo inquietante: questa riforma potrebbe piacere a chi la legge la teme, ovvero «indagati, imputati e centri di potere». Una frase durissima, che ha scatenato una reazione politica veemente. Eppure, la risposta di alcuni componenti del Consiglio Superiore della Magistratura, che hanno fatto scudo attorno al magistrato con venti firme su trenta, va letta al di là della difesa corporativa. La difesa di Gratteri non significa necessariamente sposare la sua tesi, ma difendere il diritto di porsi domande scomode. Se il sistema attuale ha permesso di colpire mafie e colletti bianchi, l’urgenza di scardinarlo risponde a un’esigenza di efficienza e imparzialità o rischia di creare una magistratura più timida?
La domanda di fondo, però, resta più concreta delle polemiche: questa modifica costituzionale serve a rendere la giustizia più equilibrata e credibile agli occhi dei cittadini, oppure rischia di produrre effetti collaterali (più livelli, più prudenza, più conflitti tra apparati) senza migliorare ciò che oggi pesa davvero sulla vita quotidiana, cioè i tempi? Non esistono certezze assolute, ma prima di scegliere può aiutare tenere fermi tre criteri: quale problema la riforma prova a risolvere (terzietà e governance), quale problema lascia sullo sfondo (durata dei processi che il referendum non tocca), e quali nuovi ingranaggi crea (due autogoverni e una sede disciplinare dedicata) con i relativi benefici o complicazioni.
