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lunedì 25 settembre 2017

In Sicilia

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Inchiesta Massoneria: Bindi, “tra iscritti anche condannati per 416 bis”

Rosy Bindi

 “Non siamo ancora alle conclusioni definitive, ma i primi risultati del nostro lavoro dimostrano che tra i nominativi degli iscritti alle logge massoniche della Calabria e della Sicilia, ci sono alcuni condannati per 416 bis, quindi per associazione mafiosa, e un numero considerevole di situazioni giudiziarie in itinere, imputati, rinviati a giudizio, sia di reati di mafia che di quelli che comunemente chiamiamo i reati spia di comportamenti mafiosi o comunque di collusione con la mafia”. Così Rosy Bindi, presidente della Commissione Antimafia, parla a ‘Presadiretta’, nella puntata intitolata ‘I Mammasantissima’ – in onda domani alle 21.15 su Rai3 – dei i primi risultati del lavoro della commissione sui rapporti tra mafia e massoneria.

“Noi – puntualizza Bindi – non stiamo facendo un’inchiesta sulla massoneria, stiamo facendo un’inchiesta sui mafiosi massoni. Per noi è molto importante questa inchiesta soprattutto perché si parla di una sorta di nuova organizzazione delle mafie che vede insieme pezzi delle mafie, pezzi della massoneria, dello Stato, delle classi dirigenti del nostro Paese”. Alla richiesta della Commissione parlamentare di avere la lista degli iscritti alle logge calabresi e siciliane, nessuna obbedienza ufficiale aveva consegnato i nomi alla scadenza dell’ 8 febbraio scorso.

E l’Antimafia era intervenuta a inizio marzo con gli uomini del Servizio centrale di investigazione sulla criminalità organizzata (Scico) della Guardia di finanza sequestrando le liste degli affiliati di Calabria e Sicilia delle quattro principali associazioni massoniche italiane: Il Grande Oriente d’Italia, la Gran Loggia Regolare, la Serenissima Gran Loggia d’Italia e la Gran Loggia d’Italia degli Antichi Liberi Accettati Muratori.

L’appello di Confartigianato: “La politica si occupi dell’economia reale”

Filippo Ribisi

“Le imprese in Sicilia vanno avanti a fatica e una delle cause principali della crisi è certamente legata al cronico ritardato pagamento dei debiti da parte della Pubblica amministrazione siciliana”. È quanto afferma il presidente regionale di Confartigianato, Filippo Ribisi.

Secondo gli ultimi dati disponibili in Sicilia sono infatti oltre 46 mila le imprese di diverse dimensioni, che vantano un credito nei confronti della pubblica amministrazione con una cifra complessiva miliardaria.

“Le piccole imprese artigiane – dice Ribisi – devono sommare al danno la beffa e devono subire le conseguenze, ovvero devono rivolgersi al sistema creditizio, sostenendo i noti ed elevati costi che questo comporta, costretti in diversi casi a fallimenti ed alle difficoltà che ne derivano. Secondo noi, quando si sostiene che si vuole affrontare il problema della disoccupazione in Sicilia, da quella giovanile a quella della quale non si parla e che riguarda le persone che il lavoro lo perdono, bisogna analizzarne le cause e, prima di spendere inutilmente altri soldi per provvedimenti precari ed illusori, bisogna entrare nel merito dei problemi e rimuovere le cause che provocano la perdita dell’occupazione che c’è”.

L’intervento di Ribisi è mirato a scuotere le forze politiche affinché in questa campagna elettorale inizino ad interessarsi delle imprese artigiane e dell’economia che ruota attorno alle aziende. “Di questi elementi – denuncia il presidente – dobbiamo rilevare che nel dibattito politico di questi giorni, il tema dell’economia reale non è all’ordine del giorno. È per questo che agli aspiranti governatori e a chi si candida a rappresentare gli interessi dei siciliani, chiediamo come pensano di affrontare e risolvere questi temi. Le imprese artigiane chiedono di sapere se il rispetto della normativa sulla trasparenza e dei tempi di pagamento che obbligano la Pubblica amministrazione a pagare entro 30 giorni, è un optional o è una normativa che va rispettata”.

‘Exit poll’, sentiti l’ex sindaco e il fratello

Interrogatorio di garanzia oggi a Catania per l’ex sindaco di Vittoria Giuseppe Nicosia e per il fratello Fabio, arrestati giovedì mattina dalla Guardia di finanza nell’ambito dell’inchiesta ‘Exit poll’ con l’accusa di scambio di voto politico-mafioso, davanti al Gip del Tribunale di Catania, Giancarlo Vincenzo Cascino; presente il pm della Dda di Catania Valentina Sincero. L’ex sindaco, assistito dal suo legale Maurizio Catalano, ha chiarito la sua posizione per più di un’ora insistendo sulla sua linearità amministrativa durante i suoi due mandati di sindaco e spiegando qualche passaggio non chiaro dell’ordinanza di richiesta della custodia cautelare. Il Gip ha sentito anche il fratello Fabio e l’ex assessore al Bilancio Nadia Fiorellini (interdetta dai pubblici uffici per 4 mesi) ma i loro interrogatori sono stati più brevi.

Scambio elettorale, emessi sei provvedimenti a Vittoria

I Finanzieri del Comando Provinciale di Catania, sotto il coordinamento della Procura di Catania, hanno eseguito sei misure per il reato di scambio elettorale politico-mafioso in relazione alle elezioni amministrative 2016 del comune di Vittoria. Tra le persone raggiunte dal provvedimento (agli arresti domiciliari), ci sono l’ex sindaco di Vittoria Giuseppe Nicosia, 54 anni, del fratello dell’ex sindaco, Fabio, 51 anni, attuale consigliere comunale, Giombattista Puccio, 57 anni, Venerando Lauretta, 48 anni, condannato per mafia, Raffaele Di Pietro, 55 anni, e Raffaele Giunta, 55 anni, che avrebbero svolto, secondo l’accusa, un ruolo di intermediazione attiva nell’accordo criminale stretto tra politica e mafia.  I militari del Gico, hanno effettuato intercettazioni telefoniche, perquisizioni, sequestri e acquisizioni documentali.

Gen. Antonio Nicola Quintavalle Cecere – Procuratore Capo Zuccaro – Procuratore Petralia

Il capo della Procura di Catania Carmelo Zuccaro, ha spiegato “come l’operazione di oggi ha consentito di ricostruire un attività di collusione, di scambio di accordi tra amministratori locali e organizzazioni mafiose della Stidda, che non è limitata ad una elezione dell’anno 2016, ma anche accordi che si  sono succeduti nel tempo, come le amministrative 2006 e del 2011 e le regionali e  nazionali del 2008 e 2012, quindi non episodi confinati nel tempo, ma bensi’ episodi che si sono succeduti, che purtroppo dimostrano ancora oggi, come in determinati territori l’espressione della volontà popolare sia profondamente inquinata da questi condizionamenti. “Questo emerge – ha detto il capo della Procura – dalle dichiarazioni di alcuni collaboratori di giustizia, ma anche da servizi di intercettazioni tradizionali”.

Il procuratore di Ragusa Carmelo Petralia, ha evidenziato come in una città come quella di Vittoria, di 65mila abitanti con un economia particolarmente attiva e dinamica,- ha detto il magistrato – per almeno un decennio, la libera espressione del voto è stata pesantemente condizionata”. “Per consentire ad un gruppo costituito dai fratelli Nicosia e Giuseppe e Fabio, di mantenere la leaderscip non soltanto politica, ma anche il controllo delle più’ importanti determinazioni che riguardavano la città di Vittoria”. “Non hanno esitato di venire a patti con alcuni esponenti della criminalità organizzata, che prende il nome come Stidda”. “Oggi possiamo dire con certezza – ha detto Petralia – che si è fatta luce forse con un provvedimento cautelare, dove un giudice ha ritenuto di emettere su richieste del pm l’ordinanza cautelare per il reato di scambio politico mafioso, non è un caso che tutto ciò si sia verificato per delle elezioni che si sono svolte a Vittoria, che continua ad essere uno dei centri più penetranti e attivi per le organizzazioni mafiose”.

Il comandante provinciale delle fiamme gialle gen. Antonio Nicola Quintavalle Cecere ha detto che il panorama che emerge in questa indagine è inquietante. Un indagine che è partita nell’aprile del 2016 e conclusa nel febbraio del 2017, effettuate a ridosso delle consultazioni elettorali, dove sono state monitorate le dinamiche che soggiacevano a determinati interessi dei mafiosi, che necessitavano dell’appoggio del politico che poi sarebbe stato eletto in sede di elezione”. “Da tenere presente anche l’utilità che vogliono i mafiosi, che si estrinsecano con altri tipi di vantaggi, come l’ottenimento di posti di lavoro, consolidare la loro posizione, l’utilizzo di mezzi pubblici per una società interessata allo smaltimento dei rifiuti”. Il generale delle fiamme gialle ha spiegato come i due esponenti attuali del clan Carbonaro, Giambattista Puccio e Venerando Lauretta, erano entrambi iteressati a poter beneficiare del politico eletto, per portare avanti i loro interessi. Un altro aspetto, la capacita’ di organizzarsi, di muovere determinate leve dell’apparato pubblico, come l’autenticazione delle liste elettorali, secondo la ricostruzione, dove sono apposte delle firme false, poi autenticate”. Il comandante provinciale delle fiamme gialle, ha detto anche, “che il bacino dei voti che attingevano alcuni, era quello degli operatori ecologici, dove, secondo la ricostruzione, veniva promesso il mantenimento del posto di lavoro”.

Per quanto riguarda la posizione del sindaco di Vittoria Giovanni Moscato. Il capo della Procura ha detto: “che la sua posizione non e’ stata sottoposta al doveroso vaglio del giudice. Quindi la Procura non intende fare esternazioni, se prima un giudice non si pronuncia”.

Dalai Lama, il  vero musulmano non uccide 

“Anche l’uso sbagliato della religione può essere distruttivo. Denominare un certo tipo di religione come terrorismo è sbagliato. Il terrorismo è qualcosa che fa male agli altri e se fa male agli altri, non non sei più buddista, non sei più musulmano. Un vero musulmano mai uccide, un vero buddista mai uccide. È sbagliato titolare con frasi come terrorismo islamico perché la gente si fa un’idea sbagliata”. Lo ha detto il Dalai Lama, a Palermo durante la conferenza Conferenza sull'”Educazione alla Gioia”, in corso al Teatro Massimo.

“Noi ci dobbiamo chiedere perché la comunità musulmana ha tanta rabbia e da dove viene. Io un risposta c’è l’ho. Conosco bene Bush e dopo l’11 settembre, gli scrissi dicendo di stare attento a come avrebbe gestito questa situazione, perché se la gestisci con rabbia, alla rabbia si risponde con la rabbia”, ha aggiunto il Dalia Lama. “In Iraq – ha detto il leader spirituale tibetano – voleva portare la democrazia è questa era una buona ragione ma i metodi erano sbagliati. Io glielo dissi: ti voglio bene ma sulle tue politiche internazionali sono in completo disaccordo. Loro sono nostri fratelli e sorelle. Ebrei, mussulmani, buddhisti devono convivere in armonia”. Poi ha aggiunto: “La convivenza è indispensabile che avvenga sulla base dell’armonia. L’odio dilaga, odio e violenza non potranno mai portare la pace”. “La pace non viene dalle preghiere – ha concluso – Se oggi davanti a voi ci fossero Buddha, Maometto o Gesù Cristo vi direbbero il problema l’avete creato voi umani e voi dovete risolverlo”.

La Mafia “a futura memoria” di Leonardo Sciascia

Che cos’era la mafia Sciascia lo scrive spesso già dagli anni ‘60 per Il Giorno, voluto e finanziato da Enrico Mattei, il padre-padrone dell’ENI, che anche di mafia finì con l’essere vittima. Articoli dove si racconta di Castelvetrano, il paese del bandito Giuliano, o la realtà di Riesi, dove si riporta il surreale dialogo tra due avvocati democristiani e un professore socialista

“Dizionario”. Così si chiama una rubrica di Leonardo Sciascia pubblicata sul Corriere della Sera. Il 4 novembre 1979 compila una voce, intitolata “Thompson”: “Gustave Flaubert, nel corso di un suo viaggio in Egitto nota con raccapriccio che un tale, Thompson appunto, aveva avuto la bella idea di incidere il suo nome su una colonna romana; e ne scrive a un amico: “La stupidità è qualcosa che non si lascia scuotere; niente l’attacca senza spezzarsi. E’ della natura del granito, dura e resistente. Ad Alessandria un certo Thompson ha scritto, sulla colonna di Pompeo, il proprio nome in lettere dell’altezza di sei piedi…Non c’è modo di vedere la colonna senza vedere il nome di Thompson, e di conseguenza senza pensare a Thompson. Il cretino si è incorporato al monumento e insieme con questo rende perpetuo se stesso”.

“L’esistenza di un cretino di questo tipo, non è casuale e sporadica: si tratta di una categoria numerosa, inesauribile e – quel che è grave – di buona salute…Non mi pare dubbio che nell’individuare e definire quel tipo umano, quella categoria, quel modo della stupidità, Flaubert volesse andare oltre i Thompson che incidono i loro nomi sui monumenti famosi, deturpandoli, e che volesse alludere a coloro che sulla fama altrui e nel tentativo di incorporarvisi e di deturparla, scrivono i loro nomi. Diceva del Thompson che aveva inciso il suo nome sulla colonna, ma con tutta probabilità pensava ai Thompson che tentavano – non la pietra facendo gemere ma i torchi tipografici – di scrivere il loro nome sull’opera di Flaubert. Nel suo detestare la stupidità, non ne scorgeva però il lato patetico, il significato in definitiva positivo: che l’unico modo di rendere omaggio all’intelligenza era per la stupidità quello di aggredirla”.

Di Thompson, di imbecilli che hanno fatto gemere i torchi tipografici, Sciascia ne incontra parecchi; e parecchi hanno atteso la sua morte, per incidere il loro nome. Si va da un sedicente esperto di cose mafiose autore di molte pubblicazioni, ognuna delle quali è la smentita della precedente; a un autore di romanzi gustosi e di meritato successo, che però a volte invece che rilasciare interviste meglio farebbe a dedicarsi alle sue storie Non ne faccio i nomi perché non intendo contribuire ad accrescere la loro visibilità, che appunto “incorporandosi” al monumento al pari di Thompson, con questo si rendono perpetui.

In un articolo per il Corriere della Sera, ripubblicato in quella bella antologia, che si chiama A Futura memoria, troviamo preziosi ragguagli su Il giorno della civetta:

“L’ufficiale dei carabinieri dalla cui conoscenza e amicizia mi era venuta l’idea di scrivere il racconto non era il generale Carlo Alberto Dalla Chiesa, ma l’allora maggiore Renato Candida, comandante del gruppo di Agrigento. Candida aveva acquistato una tale coscienza e nozione del problema mafia, che si trovò ad un certo punto a scrivere un libro molto interessante, che fu pubblicato dall’editore mio omonimo e che io recensii sulla rivista “Tempo Presente”. Pubblicato il libro, Candida fu regolarmente trasferito: alla scuola allievi carabinieri di Torino. Ed è da notare come allora ufficiali dei carabinieri e commissari di polizia, non appena mostrassero intelligenza e volontà nel combattere la mafia, venivano prontamente allontanati dalla Sicilia…”.

Sarebbe interessante sapere quanti, tra poliziotti e carabinieri hanno condiviso il destino di Candida, e per quale motivo concreto sono stati rimossi. Cos’era la mafia, Sciascia lo scrive in lunghe corrispondenze, per esempio, per quel bel giornale che negli anni ‘60 è Il Giorno, voluto e finanziato da Enrico Mattei, il padre-padrone dell’ENI, che anche di mafia finì con l’essere vittima. Articoli dove si racconta di Castelvetrano, il paese del bandito Giuliano; o di Misilmeri; e quello, davvero esemplare, dove descrive la realtà di Riesi, e riporta il dialogo “con due avvocati e un professore”, due democristiani e un socialista. Parlano di mafia; e alla domanda di Sciascia: “Cosa fa di preciso la mafia?”, “Niente fa”, risponde il socialista, e il democristiano annuisce compiaciuto. “Si diceva”, continua il socialista, “badi bene: si diceva che la buonanima dello zio…fosse un capomafia. E che faceva? Due litigavano: lo zio…li portava al caffè, pagava sempre lui, e faceva stringere loro la mano. Opera di pace”. E ditemi se non sembra di trovarsi nella piazza del paese de Il giorno della civetta, con don Mariano Arena e tutti gli altri. Naturalmente Sciascia attinge alla sua conoscenza ed esperienza, anche diretta. Per descrivere il capomafia de Il giorno della civetta, fa ricorso alla diretta esperienza acquisita a Racalmuto, suo paese natale. Del resto, gli capita spesso di ritrovare quei personaggi, in carne ed ossa, come per esempio il capo mafia Peppino Genco Russo, boss di Mussomeli, che intervista nel 1964 per Mondo Nuovo.

In proposito merita di essere ricordato un episodio in margine a questo incontro. Finita l’intervista, l’avvocato che ha fatto da tramite, estrae una copia de Gli zii di Sicilia, vuole una dedica di Sciascia per il mafioso. Sciascia dall’imbarazzantissima situazione si trae d’impaccio scrivendo: “Allo zio di Sicilia, questo libro contro gli zii”. Mi chiedo se i critici e i contestatori di Sciascia sarebbero stati capaci di qualcosa di simile. C’è un aneddoto estremamente significativo; è un episodio che riguarda il mafioso italo-americano Vito Genovese da cui Mario Puzo trae ispirazione per il suo Padrino:

“Genovese, in America ricercato per omicidio si trovava in Sicilia nel 1943-44, sistemato come interprete presso il Governo Militare Alleato. Un poliziotto di nome Dickey, che gli dava la caccia, riesce finalmente a trovarlo. Facendosi aiutare da due soldati inglesi lo arresta; gli trova addosso lettere credenziali, firmate da ufficiali americani, che dicevano il Genovese ‘profondamente onesto, degno di fiducia, leale e di sicuro affidamento per il servizio’. Una volta arrestato cominciano i guai, non per il Genovese, ma per il Dickey. Né le autorità americane né quelle italiane vogliono saper niente dell’arresto. Il povero agente si trascina dietro per circa sei mesi l’arrestato, e riesce a portarlo a New York soltanto quando il teste che accusava di omicidio il Genovese è morto di veleno (come il luogotenente del bandito Giuliano, Gaspare Pisciotta, nel carcere di Palermo) in una prigione americana. Soltanto allora, cioè quando Genovese poteva essere assolto, Dickey poté assolvere il suo compito. E ci fermiamo a questo solo episodio “americano” e non come si suol dire, per carità di patria; ma perché troppi, e ugualmente esemplari, dovremmo raccontarne di casa nostra”.

Sciascia non rimpiange di aver scritto Il giorno della civetta, ma confessa di essere un po’ irritato per il fatto che lo si legge come un “ragguaglio folcloristico”. Altro che folclore: è un libro importante, la cui importanza prepotentemente emerge a ogni rilettura. In particolare quando si arriva a quella pagina in cui si suggerisce una precisa strategia investigativa:

“Questo è il punto su cui bisognerebbe far leva. E’ inutile tentare di incastrare nel penale un uomo come costui (don Mariano Arena, ndr): non ci saranno mai prove sufficienti, il silenzio degli onesti e dei disonesti lo proteggerà sempre. Ed è inutile, oltre che pericoloso vagheggiare una sospensione dei diritti costituzionali. Un nuovo Mori diventerebbe subito strumento politico-elettoralistico; braccio non del regime, ma di una fazione del regime…Qui bisognerebbe sorprendere la gente nel covo dell’inadempienza fiscale, come in America. Ma non soltanto le persone come Mariano Arena; e non soltanto qui in Sicilia. Bisognerebbe, di colpo, piombare sulle banche: mettere mani esperte nella contabilità, generalmente a doppio fondo, delle grandi e piccole aziende; revisionare i catasti. E tutte quelle volpi, vecchie e nuove, che stanno a sprecare il loro fiuto dietro le idee politiche o le tendenze o gli incontri dei membri più inquieti di quella grande famiglia che è il regime, e dietro i vicini di casa della famiglia, e dietro i nemici della famiglia, sarebbe meglio si mettessero ad annusare intorno alle ville, le automobili fuori serie, le mogli, le amanti di certi funzionari. E confrontare quei segni di ricchezza agli stipendi, e tirarne il giusto senso. Soltanto così ad uomini come don Mariano comincerebbe a mancare il terreno sotto i piedi…”.

Il denaro: che non puzza come ci hanno insegnato i latini, ma lascia comunque una traccia. Quello che i Thompson di “ieri” e di “oggi” per malafede o incapacità di vedere non hanno voluto cogliere, accusandolo addirittura di mitizzare la figura del capomafia. Mentre al contrario, Sciascia attraverso il capitano Bellodi suggerisce di lavorare sugli accertamenti bancari, sui patrimoni dei mafiosi, di chi i mafiosi li copre e di chi ne è complice. Quel tipo di strategia investigativa che sarà anni dopo tentata da Boris Giuliano, da Giovanni Falcone, e che costerà loro la vita.

C’è poi un’altra pagina che induce a una qualche speranza; quando il capo-mafia dice:

“…un padre ha il dovere di pensare all’avvenire dei figli…”.

Per questo ha effettuato cospicui depositi su conti intestati alla figlia. Bellodi di rimando:

“E’ più che giusto: e lei ha assicurato a sua figlia un avvenire di ricchezza…Ma non so se sua figlia riuscirebbe a giustificare quel che lei ha fatto per assicurargliela, questa ricchezza…So che per ora si trova in un collegio di Losanna: costosissimo, famoso…Immagino lei se la ritroverà davanti molto cambiata: ingentilita, pietosa verso tutto ciò che lei disprezza, rispettosa verso tutto ciò che lei non rispetta…”.

Anche se spesso, va detto, i figli e le figlie di certi padri e “padrini” si rivelano peggiori dei loro genitori. A conclusione de Il giorno della civetta Sciascia attraverso Bellodi racconta una storia, una sorta di apologo, molto istruttivo:

“Il medico di un carcere siciliano si era messo in testa, giustamente, di togliere ai detenuti mafiosi il privilegio di risiedere in infermeria: c’erano nel carcere molti malati, ed alcuni tubercolotici, che stavano nelle celle e nelle camerate comuni; mentre i caporioni, sanissimi, occupavano l’infermeria per godere di un trattamento migliore. Il medico ordinò che tornassero ai reparti comuni, e che i malati venissero in infermeria. Né gli agenti né il direttore diedero seguito alla disposizione del medico.Il medico scrisse al ministero. E così una notte fu chiamato dal carcere, gli dissero che un detenuto aveva urgente bisogno del medico. Il medico andò. Ad un certo punto si trovò, dentro il carcere, solo in mezzo ai detenuti: i caporioni lo picchiarono;accuratamente, con giudizio. Le guardie non si accorsero di niente. Il medico denunciò l’aggressione al procuratore della Repubblica, al ministero. I caporioni, non tutti, furono trasferiti ad altro carcere. Il medico fu dal ministero esonerato dal suo compito: visto che il suo zelo aveva dato luogo ad incidenti. Poiché militava in un partito di sinistra, si rivolse ai compagni di partito per averne appoggio: gli risposero che era meglio lasciar correre. Non riuscendo ad ottenere soddisfazione dell’offesa ricevuta, si rivolse allora a un capomafia: che gli desse soddisfazione, almeno, di far picchiare, nel carcere dove era stato trasferito, uno di coloro che l’avevano picchiato. Ebbe poi assicurazione che il colpevole era stato picchiato a dovere”.

Le ragazze che ascoltano il racconto di Bellodi trovano l’episodio “delizioso”. L’amico di Bellodi, “terribile”. Mi chiedo con una inquietudine che è molto di più che inquietudine in quante carceri, non solo siciliane accade quello che racconta Sciascia; e non solo nelle carceri, ma anche fuori, a Palermo, in Sicilia, in Italia. E mi chiedo quanti trovino “deliziosi” questi episodi, e troppo pochi ancora, li considerano “terribili”. Ma voglio chiudere con una nota di cauto ottimismo, la ricavo dallo stesso Sciascia: che sosteneva la necessità di contarsi e fare opinione da contrapporre alle opinioni dominanti: “Contarsi, come diceva Seneca, per gli schiavi”. Si scoprirebbe, diceva, che “magari siamo isolati, ma non soli”.

Blitz antimafia contro gli Stiddari di Vittoria

Su delega della Procura di Catania, Polizia e Carabinieri hanno portando a termine un importante operazione antimafia nel territorio di Vittoria e Comiso. I destinatari del provvedimento, circa quindici persone, sarebbero accusate di appartenere ad un’associazione di stampo mafioso riconducibile alla “stidda” vittoriese. I reati ipotizzati a vario titolo sono associazione mafiosa, estorsioni e intestazione fittizia di beni. Gli investigatori, stanno eseguendo anche il sequestro preventivo di un’azienda, ma anche di terreni agricoli , secondo l’accusa, utilizzati per la coltivazione in serra.  I particolari dell’imponente operazione antimafia, dove ha visto impegnati circa 120 persone tra polizia di Stato e carabinieri, sono stati resi noti questa mattina alla presenza del capo della Procura di Catania Carmelo Zuccaro e dai sostituti procuratori Valentina Sincero e Assunta Musella titolare del fascicolo.

Conferenza Stampa Procura

Le persone raggiunte dal provvedimento, secondo la ricostruzione della Procura, sono coloro che avrebbero assicurato il protrarsi dell’operatività del  clan, nonostante le pregresse operazioni che avevano già condotto alla cattura di alcuni soggetti di spicco. Da qui il nome dell’operazione “Survivors”. Le indagini, avrebbero documentato come dopo la cattura di Carmelo Dominante , aveva assunto il comando Ventura Filippo, che lo manteneva, secondo l’accusa,  anche durante la permanenza in carcere. La reggenza, secondo l’accusa, era passata a Nifosì Rosario e successivamente, per volontà dello stesso Ventura Filippo, al fratello di Ventura G.Battista, che operava in piena sinergia col primo.

Il capo della Procura Carmelo Zuccaro, sottolinea come la sinergia tra le forse di polizia è molto importante. Con l’operazione di oggi, “siamo arrivati a sgominare un associazione mafiosa che opera a Vittoria. Sono stati colpiti tutti i personaggi più’ pericolosi a Ragusa”. Questo grazie ad un indagine capillare. Nel mirino degli investigatori, l’attività economica del clan, che si finanziava attraverso le estorsioni in danno di commercianti di prodotti ortofrutticoli e di altre imprese operanti nel mercato di Vittoria, ma anche aziende in altri settori economici, come le imprese di onoranze funebri.

Alcuni proventi, secondo l’accusa, provenivano anche da alcune attività. Tra queste, secondo la ricostruzione della Procura, era stata creata un azienda per imballaggi che imponeva  ad alcuni commercianti l’acquisto dei propri prodotti. L’azienda, secondo gli investigatori,  era nella effettiva disponibilità e gestione di Ventura G.Battista, Ventura Angelo, Giliberto Francesco e Giliberto Enzo,  fittiziamente intestata a soggetti legati da rapporti di parentela con gli stessi Ventura e Giliberto. Per l’azienda in questione,  è stato richiesto dalla Procura e disposto dal GIP il sequestro preventivo ai fini della confisca. Dalle cimici piazzate della polizia, si è scoperto anche che la sede dell’azienda era anche utilizzata come quartier generale per le  riunioni e  la pianificazione di attività illecite.

Il sostituto Procuratore Valentina Sincero, ha spiegato “come l’indagine è stata molto complessa. Questo, per le corpose informative che partivano dall’arresto di Latino e Dolio da sempre indicati come coloro che avevano svolto un ruolo importante nell’ambito della criminalità vittoriese”. Da alcune intercettazioni effettuate in carcere, si è scoperto come il gruppo si stava riorganizzando. Ma anche grazie ad alcuni collaboratori di giustizia, si è riusciti a ricostruire l’organigramma attuale. Un’altro aspetto inquietante, come il gruppo utilizzava anche il sistema del cambio assegni, che potevano sembrare delle normali transazioni commerciali. “Il dato rilevante –  ha detto il magistrato – è stato quello di assistere ad un fenomeno datato, mentre invece si scopre come le organizzazioni presenti sul territorio, riescono sempre a riorganizzarsi”. Il Sostituto Procuratore Assunta Musella, ha spiegato come lo sviluppo imprenditoriale del clan diventa un aspetto interessante. Perché l’intestazione fittizia dell’azienda sequestrata, non è affatto casuale. Non è un’attività qualsiasi, ma prende spunto dall’economia del territorio, basata fondamentalmente sull’agricoltura. In questo modo, il sodalizio aveva progettato come imporre i propri prodotti ad alcuni imprenditori. Le persone raggiunte dal provvedimento sono.

Filippo Ventura i63 anni; Gbattista Ventura 59 anni;  Angelo di Filippo Ventura, 30 anni, già detenuto per altra causa; Angelo di Gbattista Ventura 33 anni ;Rosario Nifosì, 63 anni; Francesco Giliberto inteso “Cicciu munnizza”, 35 anni;   Enzo Giliberto 59 anni, Maurizio Angelo Cutello 46 anni; Pietro Alessandrello, 30 anni, Francesco Battaglia 32 anni; Emanuele Galofaro, 37 anni; Marco Papa, 43 anni; Giovanni Savio, 55 anni; Salvatore Macca 46 anni, Salvatore Nicotra, 53 anni.

 

 

Sicilia, l’Eldorado ideale per i “fantasmi”

La Sicilia è terra di “fantasmi”? Che “tipo” di fantasmi?

Primo interrogativo: certo, la Sicilia è da sempre terra di “fantasmi”.

Secondo interrogativo: di fantasmi ce ne sono per tutti i gusti e per tutte le propensioni o aspettative, o paure non confessate.

Parliamo, per esempio, degli “sbarchi fantasma” dei migranti nelle coste siciliane. La descrizione che ne ha fatto Mauro Indelicato sul quotidiano Il Giornale in diversi reportage è chiara: Vengono chiamati ‘sbarchi fantasma’ perché, di fatto, nessuno avvista le imbarcazioni prima dell’approdo sulle spiagge e, quasi sempre, nessuno risale né al numero di migranti approdati sulle coste e né tanto meno alla loro identità; ci si accorge dello sbarco soltanto quando, per caso o durante alcuni controlli, si notano vecchie imbarcazioni abbandonate sugli arenili senza persone a bordo e con poche tracce utili per capire dinamiche e modalità dell’arrivo di migranti. Ma degli “sbarchi fantasma” si conoscono ormai anche le origini, le “nuove” rotte del Mediterraneo verso la Sicilia, “rotte” ancora più brevi: dalla Tunisia e non dalla Libia, dopo la “stretta” delle “regole” imposte dall’Italia. Ebbene, i migranti una volta che toccano il suolo dell’Isola/Sicilia si trasformano in “fantasmi”, pochi vengono rintracciati dalle forze dell’ordine, gli altri si “integrano” immediatamente con le collettività del territorio, nessuno li vede. Sono, appunto, “fantasmi”.

Parliamo, per esempio, della mafia. La mafia esiste, nessuno la vede: è il “fantasma” che si conosce ma, essendo “fantasma”, scivola da sempre nella sua complessa e articolata criminale entità. Matteo Messina Denaro, ritenuto uno dei Capi principali di Cosa Nostra, è un “fantasma”: la sua entità fisica “latita” da anni e anni, comanda i suoi affiliati, sfugge a qualsiasi ricerca delle forze dell’ordine, eppure potremmo averlo accanto mentre si passeggia per Trapani o in qualsiasi altro luogo della Sicilia. È un “fantasma”…

Parliamo, per esempio, dei politici o di chi governa la Sicilia nelle varie specificità territoriali. Questi protagonisti che condizionano la vita dell’intera popolazione si “vedono” grazie alle TV nazionali o locali, difficilmente stanno a contatto con le collettività, sono conosciuti quasi esclusivamente da chi dirige le “segreterie” e da chi favorisce il clientelismo: Questi protagonisti della vita pubblica, in realtà”, sono “semi-fantasmi” perché c’è chi li vede, c’è chi non li vede, e c’è chi non li vuole vedere. Eppure anche costoro camminano accanto a noi, anche se non li conosciamo o non li vogliamo conoscere.

Parliamo, per esempio, delle forze militari straniere che occupano (arbitrariamente?) la Sicilia. Sono in migliaia i militari statunitensi che risiedono “stabilmente” in Sicilia, e non è che stiano sempre (dalla mattina alla sera, dalla notte all’alba) “reclusi” all’interno delle loro basi (da Sigonella ad Augusta, eccetera): anche costoro camminano, vanno in ristoranti e discoteche dell’Isola, ma nessuno li vede. Questi sono i “fantasma” per eccellenza. Non li vede proprio nessuno, né i governanti, né i politici, né la collettività siciliana. Eppure questi sono i “fantasmi” più temibili, perché nessuno (o meglio, quasi nessuno) sa cosa facciano veramente a casa nostra, perché nessuno (o meglio, quasi nessuno) conosce i “compiti” (mission?) che hanno da svolgere sul nostro territorio.

Sicilia, dunque, Eldorado ideale per i “fantasmi”. Gli esseri “viventi”, i “Siciliani”, che ci stanno a fare? Forse converrebbe loro… migrare altrove. In massa. E lasciare la Sicilia solo ai “fantasmi”…

Mancati pagamenti Agea, Castagna scrive all’assessore

Rosa Giovanna Castagna

“Il mancato pagamento delle Misure a superficie del PSR 2015-2020 sta penalizzando il comparto agricolo”. “Sono troppe le imprese agricole che non hanno percepito i contributi previsti nell’ambito delle Misure 11, 12 e 13 (Biologico, Indennità Compensativa e Natura 2000) del PSR relative agli anni 2015 e 2016”. Lo scrive Rosa Giovanna Castagna presidente regionale di Cia Sicilia, in una lettera inviata all’assessore regionale all’Agricoltura Antonello Cracolici.

“Ritengo sia preoccupante – continua Castagna – che dopo tre anni dalla pubblicazione dei bandi e presentazione delle domande, la maggior parte delle imprese che sono state inserite negli elenchi utili non abbia ancora percepito alcun contributo a causa di problematiche burocratiche e cavilli di natura informatica, con un continuo rimpallo di responsabilità tra l’amministrazione regionale e l’organismo pagatore AGEA (e oltre il danno la beffa di aver dovuto constatare la grande soddisfazione del Ministro sull’operato Agea)”. “Inoltre, le imprese agricole stanno attraversando un periodo di estrema difficoltà a causa della persistente siccità e delle altissime temperature; anche i ripetuti incendi stanno condizionando la vita di molte imprese agricole”.

“Bisogna aggiungere che a queste calamità si assomma anche la cattiva amministrazione pubblica (in riferimento al mancato pagamento delle Misure a superficie del PSR 2015-2020) che dà il colpo di grazia al reddito delle imprese agricole”. “Gli imprenditori agricoli non solo sono ormai allo stremo – evidenzia Castagna – ma anche si vedono negato un diritto che gli spetta per legge”. “Alla luce di quanto esposto – conclude Castagna nella lettera inviata a Cracolici – chiedo di intervenire con urgenza presso gli uffici competenti dell’assessorato e presso AGEA affinché si proceda, entro il mese corrente, all’erogazione dei pagamenti delle suddette misure per tutte le imprese agricole ancora sospese”.

Regionali, arriva lo sbarramento al 5% e taglio dei deputati

Dopo l’approvazione del ddl regionale taglia-deputati nel 2011 e la successiva legge costituzionale 2 del 2013, l’Assemblea regionale siciliana – a partire dalle prossime elezioni del 5 novembre – passerà da 90 a 70 deputati, tra di loro anche il presidente della Regione eletto direttamente dai votanti. Dei 70 parlamentari regionali, saranno 62 (finora erano 80) i deputati che andranno all’Ars con il sistema proporzionale, mentre nel cosiddetto “listino del presidente” ci sarà posto per sette nomi, tutti eletti in caso di vittoria del candidato governatore. L’ultimo seggio sarà assegnato di diritto al candidato presidente secondo classificato. Per quanto riguarda l’attribuzione dei seggi su base provinciale, Palermo eleggerà 16 deputati (finora erano 20), Catania ne avrà 13 (al posto degli attuali 17), a Messina 8 (erano 11), ad Agrigento 6 (prima erano 7), a Siracusa e a Trapani 5 (Trapani ne aveva 7 mentre Siracusa ne aveva 6), a Ragusa spettano 4 seggi (ne aveva 5), a Caltanissetta 3 seggi (ne aveva 4) e a Enna 2 seggi (ne aveva 3). I seggi verranno assegnati con il metodo proporzionale e l’attribuzione dei più alti resti (con recupero sempre a livello provinciale) alle liste che abbiano superato lo sbarramento del 5% a livello regionale.

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