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martedì 21 novembre 2017

In Sicilia

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E’ morto Totò Riina l’ex padrino della mafia siciliana

E’ morto alle 3.37 nel reparto detenuti dell’ospedale di Parma il boss Totò Riina. Ieri aveva compiuto 87 anni. Operato due volte nelle scorse settimane, dopo l’ultimo intervento era entrato in coma. Riina, per gli inquirenti, nonostante la detenzione al 41 bis da 24 anni, era ancora il capo di Cosa nostra.

Riina, in carcere, la prima volta, entra che ha da poco compiuto 18 anni. Un “battesimo” criminale precoce e un’accusa grave: l’omicidio di un coetaneo, durante una rissa, per cui viene condannato a 12 anni. Nato a Corleone il 16 novembre del 1930 da un famiglia di contadini – perderà presto il padre e il fratello, morti mentre cercavano di estrarre della polvere da sparo da una bomba inesplosa. Un metro e 58, che gli vale il soprannome di Totò U Curtu, esce dall’Ucciardone nel 1956, a pena scontata solo in parte, e viene arruolato nel gruppo di fuoco di Leggio che dietro di sé lascia una lunga scia di sangue. La lotta per il potere di “Lucianeddu” e dei suoi comincia nel 1958 con l’eliminazione di Michele Navarra, medico e boss di Corleone.

Leggio ne azzera il clan e ne prende il posto. Totò diventa il suo vice. Nella banda c’è anche un altro compaesano, Bernardo Provenzano. Nel dicembre del 1963 Riina viene fermato da una pattuglia di carabinieri in provincia di Agrigento: ha una carta di identità rubata e una pistola. Torna all’Ucciardone per uscirne, dopo un’assoluzione per insufficienza di prove nel 1969. Mandato fuori dalla Sicilia al soggiorno obbligato, non lascerà mai l’Isola scegliendo una latitanza durata oltre 20 anni. Da ricercato inizia la sistematica eliminazione dei nemici: nel 1969, con Provenzano e altri uomini d’onore, uccide a colpi di mitra il boss Michele Cavataio e altri quattro picciotti in quella che per le cronache sarà la strage di viale Lazio. Due anni dopo è lui a sparare contro il procuratore di Palermo Pietro Scaglione. L’ascesa in Cosa nostra, ottenuta col sangue e la violenza – sarebbero oltre 100 gli omicidi in cui è coinvolto e 26 gli ergastoli a cui è stato condannato – è inarrestabile. E va di pari passo con i primi delitti politici: l’ex segretario provinciale della dc Michele Reina e il presidente della Regione Piersanti Mattarella.

Dopo la cattura di Leggio, Riina prende il suo posto nel triumvirato mafioso assieme a Stefano Bontate e Tano Badalamenti. Farà poi allontanare quest’ultimo, accusandolo falsamente dell’omicidio di un capomafia nisseno. Ma è negli anni 80 che il ruolo suo e dei suoi, i viddani, i villani di Corleone che hanno sfidato la mafia della città, diventa indiscusso. Soldi a fiumi con la droga, gli appalti e la speculazione edilizia. E una conquista del potere a colpi di omicidi eclatanti e lupare bianche. E’ la seconda guerra di mafia. Il 23 aprile 1981 cade Stefano Bontande, “il principe di Villagrazia”, il boss che vestiva in doppiopetto, frequentava i salotti buoni della città e controllava i traffici della Cosa nostra palermitana. Massacrato nel suo regno e nel giorno del suo compleanno. Diciotto giorni dopo, tocca al suo alleato, Totuccio Inzerillo, poi al figlio e al fratello: i parenti superstiti fuggono negli Stati Uniti e hanno salva la vita a patto di non tornare più in Sicilia.

In poche settimane restano a terra decine di cadaveri. Riina la belva , come lo chiama il suo referente politico Vito Ciancimino, ex sindaco mafioso di Palermo del sacco edilizio, è feroce e spietato. Condannato in contumacia all’ergastolo durante il “maxiprocesso”, viene inchiodato dalle rivelazioni dei primo pentito di rango, Tommaso Buscetta. Totò “u curto” si vendica facendogli uccidere undici parenti. Quando il maxi diventa definitivo e cominciano a fioccare gli ergastoli per gli uomini d’onore, il padrino dichiara guerra allo Stato. Una sorta di redde rationem con la condanna dei nemici storici come i giudici Falcone e Borsellino, a cui si doveva il maxiprocesso, e di chi aveva tradito. La lista di chi andava eliminato era lunga e contava anche i politici che, secondo il boss, non avevano rispettato i patti. E’ la stagione delle stragi che il capo dei capi vuole nonostante non tutti in Cosa nostra siano d’accordo.

Il 12 marzo muore Salvo Lima, proconsole andreottiano in Sicilia. Il 23 maggio e il 19 luglio del 1992 i giudici Giovanni Falcone e Paolo Borsellino. Al boss restano però pochi mesi di libertà: il 15 gennaio del 1993 i carabinieri del Ros lo arrestano dopo 24 anni di latitanza. La moglie, Ninetta Bagarella che ha trascorso con lui tutta la vita, torna a Corleone con i quattro figli, Lucia, Concetta, Giovanni e Giuseppe Salvatore, tutti nati in una delle migliori cliniche private di Palermo. Gli ultimi periodi della latitanza la famiglia li trascorre in una villa degli imprenditori mafiosi Sansone, a due passi dalla circonvallazione. I carabinieri lo ammanettano poco lontano da casa: un arresto il suo su cui restano molti punti oscuri.

La versione ufficiale lo vuole “consegnato” da un suo ex fedelissimo, Baldassare Di Maggio, il pentito che poi avrebbe raccontato del bacio tra Riina e Andreotti. Ma sulla cattura del capo dei capi gravano ombre pesanti: a tratteggiarle sono gli stessi magistrati che dal 2012 lo processano per la cosiddetta trattativa Stato-mafia in cui il boss avrebbe avuto, almeno inizialmente un ruolo. Sarebbe stato il compaesano, l’amico di una vita, Bernardo Provenzano, più cauto e, dicono i pentiti, contrario frontale all’attacco allo Stato, a venderlo ai carabinieri barattando in cambio l’impunità. Con la morte del padrino restano senza risposte molte domande: sui rapporti mafia e politica, sulla stagione delle stragi, sui cosiddetti delitti eccellenti, sulle trame che avrebbero visto Cosa nostra a braccetto con poteri occulti in una comune strategia della tensione. Riina non ha mai mostrato alcun segno di redenzione. Fino alla fine quando, al processo trattativa, citato dalla Procura è rimasto in silenzio.

A due anni dalla strage del Bataclan

“Noi non abbiamo paura”, s’usa dire dopo ogni attentato, ogni strage terroristica.   Perché non devo avere paura? Per noi, per i nostri cari, perché si deve negare che si teme di essere uccisi, vittime di questo fanatismo che ha sì un metodo, pur se colpisce in modo cieco? Riconoscere di avere paura non è segno di debolezza; al contrario, diventa una forza: è consapevolezza dei nostri limiti

Lo si dice e lo si sente dire dopo ogni attentato, dopo ogni strage: “Non cambierete la nostra vita”. Ah! No? Non è cambiata e non la cambiano la nostra vita? Da quando non prendete un aereo? Controlli,  perquisizioni, togliti le scarpe, togliti la cintura dei pantaloni, fuori il tablet, radiografia dei passaporti… Dove vai, con chi vai, perché vai, da dove vieni…

La cambiano la nostra vita: siam zeppi di norme che ti frugano per ogni dove, monitorano i tuoi movimenti di banca, attento a non avere un filo di barba che non sia quella “regolamentare”; e anche tu, che una volta ti chiedevi: ma con quei caffettani si sta davvero più comodi? Ora quando ne vedi uno, pensi: “Chissà…”; poi, magari ti vergogni, ma intanto l’hai pensato, hanno creato le condizioni per fartelo pensare.

La cambiano eccome, la nostra vita: è normale vedere in ogni luogo che ha l’aria di “obiettivo sensibile” ragazzi in assetto di guerra con in braccio armi automatiche come un tempo se ne vedevano nei film di “Rambo” o in Irak? Cambia la vita, se si può essere sospettati di terrorismo se affitti un furgone, e se si installano jersey per strade e piazze. E ci si limita agli episodi più “visibili”. Ci sono poi le misure più radicali: quelle occulte, che è bene ci siano senza percepirle. La vita è cambiata, cambia, cambierà.

“Noi non abbiamo paura”, s’usa dire dopo ogni attentato, ogni strage terroristica.   Perché non devo avere paura? Per noi, per i nostri cari, perché si deve negare che si teme di essere uccisi, vittime di questo fanatismo che ha sì un metodo, pur se colpisce in modo cieco? Diciamo che ci si sforza di “governarla”, la paura; che si vuole evitare di cadere nelle “trappole” di questi tagliagole che vorrebbero renderci come loro; che si vuole conservare la soglia minima della decenza giuridica, delle regole salutari dello stato di diritto. Riconoscere di avere paura non è segno di debolezza; al contrario, diventa una forza: è consapevolezza del pericolo, dei rischi; dei nostri limiti. La paura non negata consente di vincerla, e individuare antidoti e contravveleni. Ma la paura è un diritto, a volte perfino un dovere.

Questi manovali del terrore sono docili strumenti nelle mani di cinici burattinai che perseguono interessi molto terreni e concreti; altro che il Paradiso-latte-miele, e spose vergini a disposizione. Ci sono articolate filiere che procurano denaro, armi, tecnologia, e garantiscono addestramento militare e ideologico. I “servizi” già oggi agiscono come giganteschi aspirapolveri: “bevono” una quantità di dati grezzi, e alla fine se ne ubriacano: non sanno come gestirli.

Dei terroristi si sa tutto sempre cinque minuti dopo, mai cinque minuti prima. L’osservazione è di Zbigniew Brzezinski, consigliere per la sicurezza nazionale sotto la presidenza di Jimmy Carter, all’indomani degli attentati alle Twin Towers e al Pentagono: “Il 10 settembre 2001 non sapevamo nulla di questi attentatori. Il 12 settembre tutto”. Traduzione: le informazioni c’erano. Il problema era saperle “leggere”. Raccogliere una mole di dati e di “notizie” e non saperle usare per tempo: è il problema di tutte le intelligence. Le cose non sembrano essere cambiate molto. Vien da chiedersi, per esempio, cosa se ne fa mai la National Agency Security americana della possibilità (e della capacità) di poter “pescare” nel cyberspazio l’equivalente di almeno 600 milioni di file cabinets ogni giorno, se poi i dati non li si sa connettere e mettere a frutto; e si parla della sola NSA…

I terroristi possono fallire nove volte e riuscire la decima. E così vincono. Chi i terroristi li contrasta e lo combatte può riuscire nella sua azione di prevenzione e repressione nove volte e fallire la decima, e così perde. E voi mi dite che non hanno cambiato, che non cambiano la nostra vita?

LA VOCE DI NEW YORK

Catalogna come la Sicilia del 1945?

La Catalogna di oggi come la Sicilia del 1945? Per certi aspetti sicuramente no, per altri sicuramente sì. Gli aspetti che accomunano le due “regioni” sono quelli che riguardano l’aspirazione di parte (grande parte, piccola parte, poco cambia teoricamente) delle due collettività all’Indipendenza, all’autodeterminazione effettiva dai Governi nazionali dai quali “dipendono”. Le principali diversità fra le due “regioni”: le condizioni temporali e politiche nelle quali l’aspirazione all’Indipendenza e alla effettiva autodeterminazione sono maturate. Ancora. Gli aspetti che accomunano le due “regioni”: la mano pesante usata dai Governi nazionali per “reprimere” quelle che oggi vengono apertamente definite “spinte secessionistiche”.

È inevitabile (almeno per noi) fare riferimento alla Sicilia e ai moti indipendentisti Siciliani degli Anni Quaranta avendo seguito e continuando a seguire gli avvenimenti che hanno caratterizzato e stanno caratterizzando lo “scontro” in Spagna tra il Governo centrale e il Governo catalano retto da partiti indipendentisti, dopo una “ufficiale” e “regolare” indizione di un Referendum finalizzato a far esprimere i Catalani sulla delicata problematica. Non staremo in questa sede a passare in rassegna le motivazioni che hanno spinto la Generalitat catalana a promuovere il Referendum, ma cercheremo di comprendere ciò che ha indotto il Governo spagnolo del premier Mariano Rajoy a usare il pugno di ferro verso il Governo catalano presieduto dal governatore Carles Puigdemont. Nella Costituzione spagnola, in realtà, è ben specificato che l’unità del Paese è intoccabile, così come è ben evidente, con il tanto discusso articolo 155 che è stato applicato, che il destino di chi viola il principio dell’unità è quello di finire in carcere per decenni con l’accusa di “ribellione” e “sedizione”. Il nodo, dunque, non è questo, ma quello che riguarda l’azione “violenta” portata avanti da Rajoy per impedire che il Referendum, che un Referendum indetto da un Parlamento legittimo, un Referendum tutto sommato consultivo venisse svolto. A nostro avviso (ma potremmo essere in errore, e comunque esprimiamo liberamente la nostra opinione) il nodo sta tutto nel modo in cui ha proceduto il premier spagnolo, cercando di stroncare una consultazione con metodi di certo non democratici e procedendo con arresti “politici” discutibili, che riportano alla memoria eventi che si ritenevano archiviati. C’è quasi quasi da ipotizzare (ma potremmo essere in errore, e comunque esprimiamo liberamente la nostra opinione) ad una precisa volontà programmata e preventivata di Mariano Rajoy di usare la mano forte per fare esplodere il “Caso Catalogna” quale lezione da impartire per tutte le possibili ed eventuali spinte indipendentiste che possono affiorare sul continente Europa, e far comprendere che la strada dell’Indipendenza non è percorribile perché verrebbe chiusa prima ancora d’essere aperta. Se così fosse si comprenderebbero gli iniziali silenzi dell’Unione Europea sulla delicata vicenda e, dopo, il complice appoggio dichiarato e incondizionato all’operato di Mariano Rajoy. L’unità di un Paese, insomma, è intoccabile: non importa, poi, se l’unità è solo formale e non sostanziale e se l’aspirazione di una comunità all’autodeterminazione possa essere più che legittima.

Da questo punto di vista, cioè quello della repressione preventiva, quanto è accaduto in Catalogna rimanda alla storia Siciliana degli Anni Quaranta. Una storia la cui memoria è stata scientificamente cancellata, una storia che i giovani non conoscono (probabilmente ignota anche al dem Davide Faraone che chiede l’annullamento dello Statuto Speciale Autonomistico), una storia conclusa con violenta repressione e con delitti di Stato. L’Indipendentismo Siciliano contemporaneo (non considerando in questa sede le ragioni storiche di una Sicilia Nazione) si formulò sotto il regime fascista e nacque e crebbe come movimento antifascista, trovando la sua più forte motivazione dopo l’invasione angloamericana dell’estate del 1943. Quasi favorito dagli alleati dopo l’8 settembre, quando le sorti del conflitto bellico ancora erano incerte, venne subito osteggiato (con sistemi polizieschi che ricordavano l’Era Mussoliniana) fino a concludersi con arresti e uccisioni (l’assassinio di Antonio Canepa), e con il forzato compromesso della concessione dell’Autonomia Speciale prima che l’Italia diventasse una Repubblica democratica.

Repressione preventiva: questi i due termini che accomunano, nel tempo di ieri e di oggi, la Catalogna alla Sicilia. Una storia di Sicilia che nessuno ha ricordato anche in questa circostanza. Un storia scomoda che non bisogna riportare alla memoria. Ecco perché l’ipotesi di un Mariano Rajoy che mette in moto una metodologia già sperimentata non appare tanto peregrina…

Guai a parlare di Indipendenza. Guai a parlare di autodeterminazione. Si finisce in galera.

Gli stessi Stati Uniti d’America hanno dato il loro “consenso” alla Spagna di Felipe e di Rajoy alle iniziative contro l’Indipendenza della Catalogna, dimenticando le origini degli States e lo stesso Preambolo alla loro Costituzione presa a modello anche dai Paesi “democratici” d’Europa.

L’etnea Fiamingo conquista l’argento in Coppa del Mondo.

CLERICI Alice , FIAMINGO Rossella, MARZANI Roberta, RIZZI Giulia Photo Augusto Bizzi

Eccola la medaglia tanto attesa. L’etnea Rossella Fiamingo conquista insieme alla squadra di spada l’argento in Coppa del Mondo. La ”nuova” Italia inizia col piede giusto la nuova stagione. Nella prima gara a squadre della stagione di Coppa del Mondo di spada femminile, sulle pedane di Tallinn, l’Italia sfiora il successo finale grazie ad una prestazione eccellente.

E’ la risposta che il Commissario tecnico, Sandro Cuomo, richiedeva al gruppo azzurro dopo le delusioni giunte agli Europei di Tbilisi ed ai Mondiali di Lipsia2017.

Rispetto a quella formazione, il CT ha infatti confermato Rossella Fiamingo e Giulia Rizzi ed inserito le giovani Roberta Marzani ed Alice Clerici.

Alla “prima” uscita, le azzurre hanno subito mostrato in pedana cuore, voglia, impegno e qualità, superando dapprima il Giappone per 45-31, poi ai quarti la coriacea Russia per 45-38.

In semifinale un vero “capolavoro” contro la Cina, dove arriva la stoccata decisiva del 44-43 per merito di Rossella Fiamingo completando cosi la rimonta azzurra nei confronti delle asiatiche e che, soprattutto, ha aperto le porte della finalissima.

Nell’assalto decisivo per la vittoria contro le cugine della Francia, le azzurre sono riuscite a tenere testa alle più quotate avversarie, rimontando sino al 36-36 con cui l’argento olimpico di Rio2016 si è presentata per l’ultima frazione contro la transalpina Marie-Florence Candassamy.

Al minuto supplementare, è stata la francese a piazzare le prime due stoccate che hanno indotto l’azzurra a provare a rimontare. Un’intenzione che si è però scontrata contro il muro francese che ha allungato sino al definito 43-39.

Versalis, in Sicilia le coltivazioni sperimentali di guayule

Versalis (Eni), ESA e Università di Palermo (UNIPA) hanno tenuto oggi a Palermo un workshop tecnico per fare il punto e illustrare i primi risultati della collaborazione finalizzata allo sviluppo di coltivazioni sperimentali di guayule in Sicilia. Tra i relatori, sono intervenuti i rappresentanti dell’ESA-Ente Sviluppo Agricolo, dell’assessorato regionale alle politiche agricole e accademici del Dipartimento di Scienze Agrarie e Forestali dell’Università di Palermo.

Versalis è uno dei principali produttori di gomme sintetiche a livello internazionale e l’interesse per il guayule nasce dalla volontà di estendere il proprio portafoglio prodotti con la gomma naturale, in coerenza con altri progetti di chimica da fonti rinnovabili, e cogliere al contempo un’opportunità supplementare di business.

Il progetto è nato nell’ambito del Protocollo di Intesa per l’area di Gela sottoscritto il 6 novembre 2014 da Eni e società controllate presenti sul territorio, governo, istituzioni regionali, organizzazioni sindacali e Confindustria Centro Sicilia, che prevedeva uno studio di fattibilità per la realizzazione di produzioni di lattici da guayule articolato in tre fasi: la realizzazione della filiera agricola, con un potenziale di 5000 ettari coltivati in collaborazione con la Regione Sicilia e l’ESA-Ente Sviluppo Agricolo; la valutazione dell’impianto di produzione, per una capacità di 5000 tonnellate all’anno, e la definizione delle infrastrutture necessarie.

I risultati derivati dalle coltivazioni sperimentali realizzate in terreni di proprietà dell’Ente Sviluppo Agricolo, presentati durante il workshop, hanno evidenziato la necessità di migliorare alcuni importanti aspetti agronomici nei prossimi anni e di realizzare conseguentemente una piattaforma tecnologica capace di valorizzare interamente la biomassa prodotta in campo. A partire dal completamento della fase sperimentale delle coltivazioni in Sicilia previsto nel 2018.

Cos’è il guayule

Il guayule (Parthenium Argentatum), un arbusto originario delle aree desertiche del Messico settentrionale e sud ovest degli Stati Uniti, ha dimostrato di essere una promettente fonte di gomma naturale di elevata qualità. Il guayule non è destinato all’uso alimentare, richiede poca acqua e rappresenta una fonte alternativa di gomma naturale grazie alle sue proprietà ipoallergeniche, a differenza della più comune gomma da Hevea (caucciù). Le produzioni di gomma naturale da guayule trovano applicazione sui mercati dei beni di largo consumo e del settore medicale, con l’obiettivo di raggiungere anche quello dell’industria degli pneumatici.

Presentato il primo rapporto Dati Statistici Notarili della Sicilia primo semestre 2017

È stato presentato oggi a Palermo il primo Rapporto Dati Statistici Notarili (DSN)SICILIA relativo alle compravendite di beni immobili, mutui, donazioni relative al primo semestre 2017 in occasione della conferenza stampa per l’apertura del 52° Congresso Nazionale del Notariato dal titolo “#Notaio: garanzia di sistema per l’Italia digitale”, che si terrà dal 12 al 14 ottobre nel capoluogo siciliano.

Il rapporto offre una fotografia inedita ed originale delle transazioni notarili, della loro tipologia, del loro valore, nonché delle caratteristiche dei soggetti che le pongono in essere, ottenuta attraverso il riscontro concreto delle operazioni eseguite negli studi dei notai, distribuiti su tutto il territorio della regione Sicilia.

La rilevazione sull’attività notarile è stata condotta in modalità informatica dal Consiglio Nazionale del Notariato tramite Notartel s.p.a., Società Informatica del Notariato, che ha elaborato i dati del 95% dei notai in esercizio offrendone una elaborazione completa e trasparente.

I notai in Sicilia sono 380 e la componente femminile (136) è in continua crescita rappresentando oggi il 35,8% dei professionisti presenti sull’isola.

IMMOBILIARE

Nel primo semestre 2017 sul totale di oltre 22.000 compravendite analizzate, il 67,67% hanno per oggetto fabbricati e a seguire i terreni agricoli 21,91%. I fabbricati abitativi, cioè quelli destinati ad abitazione e locali pertinenziali (box, cantine e posti auto) vengono acquistati nel 60% dei casi come prima casa. In netta maggioranza sono acquisti tra privati (53, 29% delle transazioni), pochissimi gli acquisti di prima casa dal costruttore (il 6%). Quanto ai fabbricati strumentali, cioè negozi, magazzini, uffici e locali commerciali ed industriali, sempre il 77,15% vengono acquistati dai privati e solo il 22,85% da impresa.

Dall’analisi dei dati emerge come l’andamento dei prezzi dei beni immobili sia ancora al ribasso. Infatti, il maggior numero di operazioni che riguardano i fabbricati, i terreni agricoli e i terreni edificabili si confermano nella prima fascia di prezzo, quella sotto i 100.000 euro. Per i fabbricati la percentuale è pari al 74% contro una media nazionale del 55% (solo il 20,5% dei fabbricati rientra nella fascia di prezzo sotto i 199 mila euro). Per i terreni agricoli la percentuale sale al 99% e per i terreni edificabili all’89%.

MUTUI

Oltre il 96% dei mutui ha per oggetto fabbricati e solo lo 0,22% ha per oggetto terreni edificabili. Ciò è un chiaro sintomo che la crisi edilizia non è finita. Il valore dei finanziamenti ottenuti nel 45% dei casi rientra nella fascia più bassa, quella da 50.000 a 99.000 contro la media nazionale del 35,5%. Quanto al quadro complessivo dei mutui: l’84% sono nuovi finanziamenti e il 12% surroghe. La distribuzione dei finanziamenti evidenzia che il primato spetta ai più giovani: dai 18-35 anni e 36-45 che da soli raggiungono il 70% del totale erogato.

DONAZIONI

Da un dato emerso a luglio 2017 nel corso della presentazione dei DSN nazionali era evidente come nel nord Italia fossero superiori le donazioni mobiliari mentre nel meridione le donazioni immobiliari, segnale che evidenzia un’economia più arretrata nel sud Italia rispetto al nord. A titolo esemplificativo, in Sicilia le donazioni immobiliari sono circa il doppio rispetto al nord ovest dell’Italia.

Prevalentemente (il 57%) le donazioni riguardano la piena proprietà di fabbricati mentre il 17% riguarda la nuda proprietà. Il 16% delle donazioni immobiliari ha per oggetto terreni non edificabili. La maggior parte delle donazioni avviene a favore dei soggetti che vanno dai 18 ai 55 anni (quasi il 90%), mentre rimane molto diffusa la donazione a favore degli ultracinquantenni dell’usufrutto. Andando ad analizzare l’età dei donanti nel caso di nuda proprietà, oltre il 70-80% dei donanti ha oltre 66 anni.

CONCLUSIONI

Concludendo la nostra analisi sui dati statistici siciliani, non può non dedursi che la regione non è affatto uscita dalla crisi che da anni la attanaglia; in particolare il mercato immobiliare di immobili commerciali risente della crisi mentre il mercato immobiliare abitativo non decolla anche a causa della fortissima emigrazione di giovani laureati e non che vanno a lavorare al Nord e all’estero; tale crisi che perdura da tanti anni ha prodotto un notevole calo dei prezzi degli immobili.

Occorre quindi che il paese attui una politica mirata allo sviluppo del sud, anche con la realizzazione di adeguate infrastrutture, perché il decollo del sud sarebbe un volano formidabile per l’economia del paese che soffre di una minore crescita rispetto alla media europea.

In allegato il rapporto.

Catalogna: Indipendenza e scontro finale rinviati

Cronistoria di un pomeriggio difficile in Catalogna.

Alle 17.04 Carles Puigdemont ha fatto ingresso al Parlamento regionale, la piazza prospiciente letteralmente blindata dalla Guardia Civil, più poliziotti che manifestanti bloccati al di là di questa barriera, in attesa oltre mille inviati e cameramen provenienti da tutto il mondo in attesa delle dichiarazioni del Governatore della Catalogna. Non si è avuto l’ipotizzato e temuto arresto “preventivo” di Carles Puigdemont. Quasi in contemporanea a Madrid Mariano Rajoy riferiva al Congresso sulla situazione, affermando in maniera drastica che con dichiarazione d’Indipendenza non esiste alcuna possibilità di dialogo e preannunciando di “essere pronti a fare quanto necessario”. Dall’altra parte, le reazioni internazionali: il presidente del Consiglio europeo Donald Tusk ha rivolto un appello a Puigdemont: “di non annunciare una decisione che renderebbe il dialogo impossibile. La diversità non deve portare al conflitto, le cui conseguenze sarebbero cattive per i catalani, la Spagna e tutta l’Europa. Cerchiamo sempre ciò che ci unisce e non ciò che ci divide”.

Ad accrescere la tensione la pubblicazione sul quotidiano El Pais del (presunto?) “Progetto” o “Piano segreto” degli indipendentisti Catalani che sarebbe stato trovato nel corso di una perquisizione della Guardia Civil nel corso di una perquisizione nell’abitazione di Josep María Jové Llado, il segretario generale della vice presidenza della Generalitat, braccio destro del vicepresidente Orios Junqueras. Il Piano – secondo quando riportato da El Pais – prevede che la Dichiarazione unilaterale di indipendenza (o Dui) può generare un conflitto che se ben gestito potrà portare a uno Stato indipendente”, così come prevede una “reazione violenta dello Stato” alla quale si risponderebbe con una “resistenza” affiancata dalla Polizia Catalana, i Mossos d’Esquadra. Nel Progetto, la cui realizzazione dovrebbe svolgersi a tappe, è prevista la creazione di un Comitato strategico formato dal presidente e dal vicepresidente per gestire un Governo Catalano e dai leader dei gruppi parlamentari indipendentisti per gestire un Governo Catalano di transizione in attesa di indire regolari elezioni del “nuovo” Stato.

Già dalla mattinata al di là della “barriera” che isola la piazza prospiciente il Palazzo del Parlamento Catalano a Barcellona, nei dintorni del parco della Ciudadela a Barcellona, chiuso al pubblico per ragioni di sicurezza, per seguire in diretta il discorso grazie a due schermi giganti, migliaia di persone, giovani e meno giovani che attendono le dichiarazioni del Governatore, seguendo quanto accade all’interno dell’aula consiliare si un maxi schermo. Alle 18 e 12 giunge la notizia che Puigdemont ha rinviato il suo discorso di un’ora, per una riunione in corso con l’esecutivo assembleare. Dalla mattinata La polizia spagnola si è attivata per controllare i luoghi strategici nell’ipotesi di una dichiarazione di indipendenza, e la Guardia Civil presidia in forza l’aeroporto ufficialmente per misure anti-jihad. Il centro di Barcellona intanto è stato praticamente bloccato dai trattori dei movimenti indipendentisti, quasi a difesa dei manifestanti il cui numero nel tardo pomeriggio è andato crescendo.

Carles Puigdemont alle 19.05 è entrato nell’aula parlamentare e ha preso posto. Attimi di attesa e di tensione. Alle 10.12 si apre la seduta.  Un minuto dopo Puigdemont apre il suo intervento, che dura trentuno minuti. Indipendenza “sospesa”, apertura al dialogo per evitare tensioni, senza passi indietro, ma responsabilità. Forse la risposta che, tutto sommato, si aspettava la stessa maggioranza degli indipendentisti. Indipendenza “sospesa” fino alla prossima seduta del Parlamento Catalano, e dare la possibilità ad una mediazione internazionale.  In questo senso Carles Puigdemont ha assunto il “mandato per Catalogna indipendente”.

Significativi molti passaggi dell’intervento del Governatore Catalano, che ha ricordato i momenti drammatici delle giornate che hanno preceduto e che hanno portato al Referendum per l’Indipendenza: “La violenza indiscriminata è stata utilizzata per impaurire gli elettori”, “Violenze al voto prima volta nella democrazia dell’UE”, “Da Madrid risposta autoritaria e repressiva”, “La Catalogna ha guadagnato il diritto ad essere indipendente”, “Non siamo pazzi né delinquenti, non abbiamo nulla contro la Spagna”, “Questo è un momento serio: né ricatti, né minacce: il Popolo Catalano reclama la propria libertà”.

Dichiarazione per l’Indipendenza, dunque, rinviata.

La risposta di Madrid: rafforzamento delle misure di sicurezza negli aeroporti e nelle stazioni.

La storia continua.

Regionali, l’antimafia chiedera’ i carichi pendenti

Rosy Bindi

Nell’ambito del monitoraggio dell’Antimafia sulle liste dei candidati in vista delle regionali in Sicilia del 5 novembre, in due comuni sciolti per mafia e nel municipio di Ostia, la presidente della Commissione parlamentare antimafia Rosy Bindi ha annunciato oggi, chiudendo la seduta, la richiesta della Commissione, rivolta alla procura nazionale antimafia, di informazioni relative ai certificati dei carichi pendenti dei candidati. Una lettera per conoscenza verrà inviata anche al Csm.

Procuratore nazionale Antimafia, De Raho il più votato

Sarà quasi certamente Federico Cafiero De Raho, attuale capo della procura di Reggio Calabria, il nuovo procuratore nazionale Antimafia. La commissione per gli incarichi direttivi del Csm lo ha infatti proposto a larga maggioranza, con cinque voti a favore. Un solo voto è andato al procuratore generale di Palermo Roberto Scarpinato. A favore di De Raho hanno votato i consiglieri di Unicost Francesco Cananzi e Massimo Forciniti, la laica di centrosinistra Paola Balducci, il togato di Magistratura indipendente Luca Forteleoni e il laico di centrodestra Pierantonio Zanettin. Per Scarpinato si è espresso invece Piergiorgio Morosini, del gruppo di Area.

Maxi operazione antimafia, 37 provvedimenti

Dalle prime luci dell’alba è in corso l’esecuzione di una complessa operazione antimafia, coordinata dalla Procura Nazionale Antimafia e Antiterrorismo e disposta dalle Direzioni Distrettuali Antimafia di Roma e di Caltanissetta, nei confronti dell’associazione mafiosa Cosa Nostra, segnatamente della famiglia mafiosa di Gela, nella sua articolazione territoriale denominata clan Rinzivillo.

600 operatori di polizia, appartenenti al Comando Provinciale della Guardia di Finanza di Roma, alla Questura di Caltanissetta, al Comando Provinciale dei Carabinieri di Roma nonché alla Polizia Criminale di Colonia (Germania), hanno eseguito due ordinanze di custodia cautelare (in carcere e ai domiciliari), nei confronti di 37 persone, ritenuti affiliati al clan mafioso, accusate di plurime condotte criminali aggravate dal metodo mafioso.

Smaltiva illegalmente le acque reflue dell’autolavaggio. Denunciata

Ieri mattina i Carabinieri della Stazione di Aci Sant’Antonio, insieme ai colleghi del N.O.E. di Catania, hanno denunciato la titolare  dell’autolavaggio, poiché ritenuta responsabile...