Di Lello, “il decreto Caivano non basta, ai giovani serve lavoro non solo repressione”
L’ex giudice del Pool antimafia analizza il presente guardando alla storica stagione del Maxiprocesso: «Allora c’era entusiasmo, oggi si risponde al degrado solo aumentando le pene»
Dall’intervista di oggi su La Repubblica emerge un monito chiaro: il decreto Caivano e la repressione non bastano senza interventi strutturali sul lavoro e sul disagio sociale.
C’era una Palermo spettrale, segnata da cento morti l’anno e dalla paura che svuotava le strade al calare della sera. Ma c’era anche, dentro le mura del Palazzo di Giustizia, un «clima esaltante», fatto di coesione, professionalità e della sensazione tangibile che la città iniziasse finalmente a reagire. È il ricordo lucido di Giuseppe Di Lello, figura storica del Pool antimafia accanto a Giovanni Falcone e Paolo Borsellino, affidato oggi alle colonne di La Repubblica.
In un momento storico in cui il dibattito sulla giustizia sembra essersi appiattito sulla sola dimensione repressiva, le parole di Di Lello suonano come un richiamo alla complessità. L’ex giudice istruttore riavvolge il nastro fino alla genesi del Maxiprocesso, ricordando non solo l’intuizione e il metodo di Falcone, ma anche la straordinaria qualità degli investigatori messi in campo dallo Stato – da De Gennaro a Manganelli, fino a Parente e Gibilaro. Fu quella la stagione in cui l’ala militare di Cosa nostra subì il colpo decisivo.
L’analisi dell’ex magistrato non si ferma alla celebrazione del passato, ma affonda la lama nelle contraddizioni del presente. «Non basta il versante giudiziario per sconfiggere la mafia», avverte Di Lello. Se il “metodo Falcone” resta attuale sul piano investigativo, la politica sembra aver smarrito la bussola sul fronte sociale. La critica è netta verso la tendenza ad affrontare le emergenze, come il sovraffollamento carcerario o le rivolte, semplicemente inasprendo le pene. Una strategia che Di Lello giudica inefficace, sottolineando come l’aumento delle condanne non risolva il dramma dei suicidi in cella né il degrado che, fuori, continua ad alimentare la criminalità.
Il vero nodo, secondo l’ex giudice, è il «forte degrado sociale» che colpisce le nuove generazioni. In questo quadro, provvedimenti spot come il decreto Caivano rischiano di essere palliativi insufficienti: «Un campetto o una palestra nuova non risolvono il problema», spiega Di Lello. I giovani dei territori a rischio sanno che, senza alternative concrete, l’unica via d’uscita è l’emigrazione o l’asservimento alle logiche criminali.
La ricetta proposta è un ritorno alla politica “alta”: servono risorse ai Comuni, non solo manette. Serve garantire lavoro e stabilità per sottrarre manovalanza ai clan. Perché se la mafia militare è stata sconfitta nelle aule di tribunale, la mafia sociale si combatte dando una prospettiva di vita a chi oggi non ne ha.
