La mafia che non spara ma investe

Per i 252 anni della Guardia di Finanza, il comandante Filipponi a La Sicilia: le mafie si infiltrano nell’economia legale con criptovalute e nuovi strumenti.

Generale Marco Filipponi

Ci sono frasi che, dette da chi indossa una divisa e conosce il territorio palmo a palmo, pesano più di mille analisi. Le ha pronunciate il generale di brigata Marco Filipponi, comandante provinciale della Guardia di Finanza, in un’intervista rilasciata a La Sicilia, oggi in edicola, a firma di Francesca Aglieri, in occasione dei 252 anni dalla fondazione del Corpo. Da quelle parole emerge un’immagine doppia di Catania. Da un lato l’affetto per «una città complessa, con diverse contraddizioni e allo stesso tempo accattivante, che ha le carte in regola per crescere e la voglia di crescere». Dall’altro l’allarme su un pericolo che resta una minaccia sistemica per quella stessa crescita: le infiltrazioni della criminalità organizzata nell’economia legale. Tenere insieme questi due aspetti significa capire qual è oggi la vera partita che si gioca all’ombra dell’Etna.

Il volto nuovo del potere criminale

Per anni abbiamo immaginato la mafia con il volto della violenza: l’agguato, l’estorsione, la pistola. Quel volto esiste ancora, ma è diventato la parte meno insidiosa del problema. «La criminalità organizzata, anche di stampo mafioso», spiega Filipponi, «si è ormai da tempo evoluta perseguendo strategie di infiltrazione nell’economia legale, funzionali al riciclaggio dei proventi illeciti». Non spara, investe. E sceglie con cura il terreno: i proventi illeciti, sottolinea, nascono «ad esempio attraverso il traffico degli stupefacenti», e si annidano «soprattutto nei territori, come quello etneo, che offrono maggiori opportunità perché hanno un tessuto economico più sviluppato». È il paradosso amaro di una terra che cresce: più si fa attraente per gli imprenditori onesti, più diventa appetibile per chi vuole travestirsi da imprenditore.

Le nuove frontiere del riciclaggio

A cambiare, soprattutto, sono gli strumenti, gli stessi che hanno rivoluzionato l’economia sana. «La globalizzazione dei mercati, la digitalizzazione delle attività economiche, l’utilizzo delle criptovalute e l’impiego sempre più sofisticato delle tecnologie informatiche offrono grandi opportunità di crescita all’economia sana», osserva il comandante, «ma chiaramente generano, al tempo stesso, nuovi spazi di azione per la criminalità economica e finanziaria». Ed è qui il cuore della sfida: «restare al passo con la rivoluzione tecnologica in atto, anche perché essa ridefinisce, di giorno in giorno, le frontiere della legalità». Una frase che dovrebbe far riflettere: il confine tra lecito e illecito non è più una linea fissa, ma un terreno mobile, che si sposta alla velocità di un algoritmo. Non a caso la Finanza si è dotata di strumenti informatici «funzionali all’aggressione dei patrimoni illeciti», perché è lì, nei beni e nei conti, che oggi si combatte la battaglia decisiva.

Perché riguarda tutti

Si dirà: è un problema delle procure e delle Fiamme Gialle. Non è così. Le frodi fiscali e il sommerso, ricorda Filipponi, «costituiscono un gravissimo ostacolo allo sviluppo economico, perché genera un effetto distorsivo sulla concorrenza e sulla competitività degli operatori onesti». Quando un capitale sporco entra in un’azienda pulita, a perdere non è un’astrazione: è il commerciante onesto che non regge la concorrenza di chi non ha bisogno di fare utili, perché deve solo ripulire denaro. È il giovane che cerca lavoro in un’impresa sana e la trova soffocata. È la città intera che vede strozzata proprio quella «voglia di crescere» che il generale le riconosce. Lo stesso vale per la contraffazione, definita «un moltiplicatore di illegalità» perché alimenta evasione, lavoro nero e riciclaggio, con un monito ai consumatori: «chi compra e utilizza merce falsa mette a rischio la propria salute».

La sfida è restare al passo

La buona notizia è che lo Stato lo ha capito, e che non arretra. Non è un caso che il motto del Corpo sia Nec recisa recedit, «neanche spezzata retrocede». Ma la tecnologia, da sola, non basta. Serve una cultura della legalità che diventi senso comune, che renda socialmente inaccettabile il denaro facile e ambiguo, che spinga cittadini e imprenditori a non voltarsi dall’altra parte. Catania ha davvero le carte in regola per crescere. La condizione è una sola: che a crescere sia la città dei tanti che lavorano onestamente, e non quella, silenziosa e invisibile, di chi vorrebbe comprarsela un pezzo alla volta.

Un’industria da 40 miliardi

Secondo la Cgia, il fatturato dell’industria del crimine in Italia vale circa 40 miliardi di euro l’anno: se fosse un’impresa, sarebbe la quarta del Paese, dietro soltanto a Eni, Enel e Gse. E sono 150mila le imprese che, secondo l’Unità di Informazione Finanziaria della Banca d’Italia, gravitano nell’orbita della criminalità organizzata. Proprio l’UIF, nel 2025, ha ricevuto circa 162mila segnalazioni di operazioni sospette, l’11% in più dell’anno precedente: di queste, una su sette è riconducibile a interessi delle organizzazioni criminali, sempre più attratte da appalti, energie rinnovabili e agevolazioni pubbliche. E il metodo conferma l’intuizione di Filipponi: a crescere sono il riciclaggio tramite criptoattività, IBAN e carte virtuali, sportelli automatici non bancari. La frontiera, anche qui, è digitale.