Lorena Isceri, il femminicidio e la denuncia mai sporta

Il padre di Lorena chiede alla politica di essere unita e tutti rispondono. Ma lei non aveva mai denunciato l’ex, e senza quella denuncia per lo Stato non era una donna in pericolo.

Un padre distrutto si è messo davanti a un telefono e ha chiesto una cosa sola. Non vendetta, non pene più dure. Ha chiesto che la politica smetta di dividersi. «Prendete provvedimenti all’unanimità, senza destra né sinistra, affinché tragedie come quella di Lorena non accadano più». Franco Isceri parla da Squinzano, in provincia di Lecce, dove sua figlia era tornata quest’estate perché aveva paura. Dice che in fondo a quel cavalcavia «è sepolta anche la voglia di vivere di una famiglia distrutta».

Lorena Isceri aveva 45 anni, viveva a Firenze e lavorava nel marketing. Giovedì scorso il suo ex, Federico Vella, 36 anni, l’ha aggredita in zona Rifredi, l’ha legata, l’ha chiusa nel bagagliaio di un’auto e l’ha portata su un viadotto dell’A1 fra Calenzano e Barberino del Mugello. Da lì l’ha gettata di sotto. Poi si è ucciso allo stesso modo, mentre una poliziotta lo supplicava in ginocchio di non farlo. Nel bagagliaio Lorena era riuscita a prendere il telefono e a chiamare il 112 e un amico.

La politica ha risposto, e va detto che ha risposto tutta. Giorgia Meloni ha scritto che «nessuno può pensare che quanto fatto sia sufficiente». Elly Schlein ha ringraziato quel padre per aver avuto «la lucidità e la forza di fare richieste concrete». Antonio Tajani si è impegnato «al di là di qualsiasi steccato ideologico». Hanno aderito Italia Viva e Avs. Per una volta nessuno ha polemizzato.

Quello che Lorena non aveva fatto

E però c’è un dettaglio in questa storia che nessuna delle risposte politiche tocca, ed è il più difficile di tutti.

Lorena aveva paura di lui. La relazione andava avanti da un paio d’anni, e nell’ultimo era diventata conflittuale perché lui, hanno raccontato i familiari agli investigatori, era diventato ossessivo. Lei aveva passato l’estate in Puglia proprio per stargli lontano. Sapeva.

Ma non lo aveva mai denunciato. È stata la madre a spiegare il perché, con due frasi che andrebbero lette molto lentamente. «Non voleva denunciarlo per non rovinargli la vita». E poi, «era troppo buona e non poteva immaginare quello che sarebbe accaduto».

Scriviamolo chiaro, perché la deriva è sempre in agguato. La responsabilità di quello che è successo è per intero di chi l’ha uccisa. Nessuna donna deve giustificarsi per non aver denunciato, e chi lo insinua sta già facendo parte del problema.

Ma proprio per questo il punto va guardato in faccia. Lorena non era una donna fragile, isolata o senza strumenti. Era una professionista di 45 anni, con un lavoro, una famiglia alle spalle e la lucidità di trasferirsi per mille chilometri pur di mettere distanza. Ha fatto tutto tranne una cosa, entrare in una caserma. E senza quella cosa, per lo Stato italiano lei semplicemente non esisteva come donna in pericolo. Nessun codice rosso, nessun ammonimento, nessun braccialetto, nessun fascicolo. Niente.

La legge c'è, e arriva dopo

Dal 17 dicembre 2025 nel nostro codice penale esiste il reato di femminicidio. L’articolo 577 bis, introdotto dalla legge 181, punisce con l’ergastolo chi uccide una donna come atto di odio, di controllo, di possesso o di dominio, oppure per reazione al suo rifiuto di una relazione.

È una norma giusta. Ma è una norma che si applica a valle, quando la donna è già morta e resta da stabilire quanti anni deve fare chi l’ha ammazzata. Nel caso di Lorena non servirà nemmeno a quello, perché Federico Vella si è ucciso e non ci sarà nessun processo. L’ergastolo più severo del mondo, davanti a un uomo che ha già deciso di morire, non ha alcun potere deterrente.

Il modo in cui contiamo

C’è poi un dato che dice molto su quanto sia difficile perfino misurare il fenomeno. Nel primo semestre del 2026, secondo il Servizio analisi criminale del Viminale, in Italia sono state uccise 34 donne. Di queste, solo otto sono state classificate come femminicidio ai sensi del nuovo articolo. Le altre ventisei restano omicidi volontari. Fra quelle ventisei, però, undici sono state uccise da un partner o da un ex.

Il motivo è tecnico e va spiegato senza malizia. La nuova norma non chiede di provare soltanto il fatto, chiede di provare il movente, cioè l’odio, il possesso, il dominio. Provarlo è complicato, e nel dubbio la contabilità resta quella di prima.

Il risultato è che il numero ufficiale dei femminicidi in Italia oggi è più basso del numero reale delle donne uccise da chi diceva di amarle. Se non stiamo attenti, fra un anno qualcuno userà quella cifra per raccontare che il fenomeno sta rientrando.

La parte dell'appello che si dimenticherà per prima

Franco Isceri ha chiesto tre cose. Rileggiamo l’ordine in cui le ha messe, perché non è casuale. «Lavorate nelle scuole, potenziate i centri antiviolenza e gli strumenti normativi».

Le scuole per prime. Non le pene, non i codici, non i comunicati.

Non è che nelle scuole non si faccia niente. Si fa, ma quasi sempre sotto forma di eventi isolati. E un evento nasce perché qualcuno ha deciso di organizzarlo. Una dirigente scolastica che trova le ore, un’insegnante che ci mette il pomeriggio, un servizio del territorio che manda i suoi operatori. Nessuna legge glielo impone e nessun capitolo di bilancio glielo finanzia. Lo fanno e basta.

Lavorare nelle scuole è la richiesta più scomoda che quel padre potesse fare, perché è l’unica che non produce nessun risultato visibile entro la legislatura in corso. Un inasprimento di pena si annuncia in giornata. Un piano serio di educazione affettiva nelle scuole dà frutti fra quindici anni, quando chi lo ha finanziato non sarà più in carica e nessuno gli darà il merito. Per questo, storicamente, resta l’ultima a entrare davvero in un bilancio.

Il punto

L’unità che la politica ha mostrato in queste ore è vera e va riconosciuta. Ma l’unità sulle parole è la parte facile. La prova arriverà fra qualche mese, quando bisognerà mettere soldi veri nei centri antiviolenza, formare chi raccoglie le denunce, e insegnare a dei quindicenni che un rifiuto non è un’offesa da lavare.

Lorena non ha denunciato perché non voleva rovinare la vita a un uomo che stava per toglierle la sua. Quel pensiero lì, quella pietà rovesciata, non si combatte con l’ergastolo. Si combatte molto prima, in un’aula, dove a un ragazzo si spiega che nessuno gli appartiene.

Finché non lo faremo davvero, continueremo a scrivere articoli come questo. E a ogni funerale ci diremo di nuovo che dobbiamo essere uniti.