Riforma al bivio: il “patto dei sindaci” vacilla e la parità di genere rischia di sparire

Lo scontro sul terzo mandato dei sindaci blocca Sala d’Ercole. Martedì l’ultimo appello, ma il centrodestra è a brandelli.

Uno scivolone proprio all’ultimo miglio rischia di far naufragare la riforma che aumenta fino al 40% la presenza delle donne nelle giunte comunali.

Ieri il voto finale alla legge è saltato e la prossima settimana potrebbe non esserci più il tempo per rimediare. Un complicato intreccio di scadenze e veti incrociati sta mandando all’aria un testo atteso da due anni, ormai fuori tempo massimo. Nonostante l’approvazione lampo dell’articolo sulla parità di genere, il resto della riforma degli Enti Locali è finito su un binario morto a causa dello scontro fratricida nel centrodestra sul terzo mandato per i sindaci dei Comuni fino a 15 mila abitanti.

Il segnale del caos è arrivato con la bocciatura “unanime” (33-1) di un articolo minore sulla digitalizzazione degli archivi, un ko tecnico che ha spinto la maggioranza a un rinvio d’emergenza a martedì prossimo. Il problema è cronologico: se le amministrative verranno fissate il 17 maggio, come orientamento nazionale, non ci sarà il margine dei tre mesi necessario per far entrare in vigore la norma sul terzo mandato. Senza questo “premio” per i propri territori, molti deputati sono pronti a cassare l’intero testo, travolgendo anche la norma sulle quote rosa difesa con forza da Marianna Caronia.

Dietro le quinte si consuma una guerra di collegio. Il terzo mandato è fortemente sponsorizzato dal leghista Luca Sammartino e trova sponde in Fratelli d’Italia e in una parte del Pd vicina ad Antonello Cracolici. Di contro, pezzi trasversali del Parlamento remano contro per non avvantaggiare i competitor elettorali. Il capogruppo del M5S, Antonio De Luca, attacca duramente: «La maggioranza a brandelli batte in ritirata. È incredibile il disinteresse del governo su un testo portato in aula dalla sua stessa coalizione». In bilico resta anche l’introduzione del consigliere supplente e il tagliando antifrode sulle schede elettorali, una “manovra a tenaglia” che rischia di lasciare la Sicilia senza riforma.