Vannacci lascia la Lega: il precedente di Fini e Alfano e le previsioni di Sammartino sul futuro del centrodestra
Roberto Vannacci (Fonte: ANSA Foto) - www.cataniaoggi.it
L’uscita di scena di Roberto Vannacci dalla Lega rievoca fantasmi illustri della Seconda Repubblica. Ma a differenza dei suoi predecessori, il Generale non ha alle spalle campagne elettorali proprie: ha incassato voti con il simbolo di Salvini e ora tenta un salto nel buio che spesso porta all’oblio.
La storia politica del centrodestra italiano è un cimitero di elefanti e di delfini che hanno tentato la corsa in solitaria, finendo per smarrirsi nella giungla dell’irrilevanza. L’addio di Roberto Vannacci alla Lega, consumatosi tra le polemiche e il lancio di “Futuro Nazionale”, non può non richiamare alla memoria due precedenti illustri e dolorosi: Gianfranco Fini e Angelino Alfano.
Quando Fini strappò con Berlusconi pronunciando il celebre «Che fai, mi cacci?», aveva alle spalle la storia del Msi e la fondazione di Alleanza Nazionale. Quando Alfano lasciò il Cavaliere per fondare il Nuovo Centrodestra, era il segretario politico del Pdl e aveva gestito campagne elettorali vere. Eppure, nonostante il peso specifico e l’esperienza, entrambi sono politicamente scomparsi, inghiottiti da percentuali da prefisso telefonico e da una polarizzazione che non perdona le vie di mezzo.
Vannacci rischia di bruciare le tappe di questo declino ancora più velocemente. A differenza dei suoi predecessori, il Generale non ha una storia politica autonoma: non ha mai fatto una campagna elettorale sul territorio senza il paracadute di un grande partito. I voti che ha incassato alle Europee, seppur tanti, sono voti della Lega, espressi con la matita sul simbolo di Alberto da Giussano. Pensare di traslocarli automaticamente in un nuovo contenitore personale è l’errore di calcolo che ha condannato chiunque ci abbia provato prima di lui.
A confermare questa lettura, che vede nel Generale una meteora più che un astro nascente, arriva l’analisi lucida di chi il territorio lo governa davvero. «Non esiste una questione Vannacci nel Mezzogiorno del Paese, ma soprattutto in Sicilia», ha dichiarato il vicepresidente della Regione Siciliana, Luca Sammartino.
Come se Vannacci confondesse il consenso momentaneo con un radicamento che non esiste. «Credo che il mondo che prova a rappresentare sia davvero lontano dalla nostra storia e dalla nostra cultura».
Il rischio concreto è che l’operazione “Futuro Nazionale” si riveli un boomerang. Alfano finì per sostenere governi di sinistra prima di ritirarsi a vita privata; Fini perse la sfida di “Futuro e Libertà” non appena si contò alle urne. Vannacci, che accusa Salvini di incoerenza, si trova ora a dover dimostrare di esistere senza l’apparato che lo ha reso eleggibile.
E la profezia di Sammartino suona come una sentenza: «Non credo assolutamente che Vannacci possa creare problemi alla nostra coalizione… credo che nel 2027 lo vedremo, così come tante altre esperienze, come qualcosa di già dimenticato». La politica, specie quella delle preferenze, è spietata con chi pensa di essere più grande del partito che lo ospita. Vannacci ha fatto la sua scelta, prendendo spunto da quello che ha detto il vicepresidente della regione, “partendo in solitaria”, ma la storia insegna che fuori dal perimetro delle grandi coalizioni fa molto freddo. E spesso, dopo il clamore iniziale, cala il silenzio.
