Sant’Agata 2026, l’Arcivescovo Renna: “Basta violenza e scommesse, la devozione è incompatibile con le armi”

Mons. Luigi Renna, Arcivescovo di Catania

I 900 anni del ritorno delle Reliquie tra le ferite del Ciclone Harry e il monito dell’Arcivescovo: una festa diversa, dove la devozione sfida la violenza e l’ipocrisia.

Sant’Agata 2026: il “Sacco” non può coprire un tirapugni. Catania tra il fango dell’alluvione e la voglia di riscatto morale.

C’è un silenzio diverso, quest’anno, sotto il frastuono dei fuochi e le acclamazioni dei devoti. Ricorrono i 900 anni dal ritorno in patria delle Reliquie di Sant’Agata, un anniversario che in altri tempi avrebbe scatenato un’euforia senza freni. Eppure, la festa del 2026 sembra avere un’aria diversa, quasi sospesa. Sarà perché le ferite sono ancora aperte, fresche di fango e acqua salmastra: il disastro che ha cancellato parte della costa catanese e la catastrofe che ha colpito Niscemi sono dolori troppo vicini per essere ignorati. La festa appare forse sottotono rispetto ai fasti abituali, ma paradossalmente più autentica, più misurata. Sembra che i cittadini, colpiti al cuore dalla furia degli elementi – quei “fenomeni naturali” che non dipendono da noi, come ha ricordato l’Arcivescovo – abbiano riscoperto un senso di rispetto delle regole spesso dimenticato.

A vigilare su questo fiume bianco di devozione c’è un’organizzazione di sicurezza capillare, che osserva tutto, anche dal cielo, garantendo che la marea umana scorra senza incidenti. Ma l’ordine esteriore non basta se non c’è quello interiore. Tra le immagini che resteranno di questa edizione, ce n’è una che racconta l’anima contraddittoria e bellissima di questa città: i netturbini che, anche nei giorni di festa, continuano a pulire le strade indossando il “sacco” bianco sotto la divisa da lavoro. “Catania è anche questa”: fatica, dovere e fede che si mescolano nel quotidiano, lontano dai riflettori.

La vera notizia di questa festa non è nella cronaca folcloristica, ma nelle parole di fuoco pronunciate dall’Arcivescovo Luigi Renna. Mai come quest’anno il pulpito è diventato un tribunale delle coscienze. L’omelia dell’Aurora e il “discorso alla città” in piazza Stesicoro hanno tracciato una linea rossa invalicabile tra la vera devozione e l’ipocrisia criminale. «Non puoi amare le armi, e dirti cristiano», ha tuonato Renna, smascherando la schizofrenia di chi indossa l’abito della penitenza nascondendo in tasca strumenti di offesa. «Non puoi indossare il sacco e tenere un tirapugni: vai prima a distruggerlo e poi vieni qui da sant’Agata». È un affondo durissimo contro quella cultura della sopraffazione che inquina i quartieri e, talvolta, si insinua persino nel cordone.

Le tenaglie e i ferri roventi che torturarono la Martire nel terzo secolo non sono reliquie del passato: sono le armi illecite che molti posseggono oggi, sono la violenza delle guerre che preparano “stoltamente la pace”, sono le logiche delle gang giovanili. L’Arcivescovo ha toccato nervi scoperti, parlando di corpi violati: dalle donne vittime di tratta ai giovani persi nella droga e nell’alcol, fino agli anziani dimenticati. Agata, donna mite che seppe dire “no” ai ricatti, diventa così un monito vivente contro chi trasforma il corpo umano in merce o campo di battaglia.

E poi c’è il capitolo, dolente, delle Candelore. Renna non ha fatto sconti a chi, nei giorni scorsi, ha trasformato i cerei votivi in strumenti di scommesse clandestine, ostacolando la processione. «Le candelore non sono un giocattolo, sono di Sant’Agata». L’ammonimento è severo: chi riduce la festa a gare e corse non solo offende la Santa, ma rovina la vita dei propri figli e l’immagine della città. L’appello ai genitori è accorato: controllate le tasche dei vostri ragazzi, togliete loro i coltelli, offritegli alternative come la scuola e la musica, invece dello sballo e delle logiche del branco.

In questo 2026 segnato dal Ciclone Harry, Catania si ritrova ferita ma vigile. L’applauso chiesto e ottenuto per gli abitanti di Niscemi e per gli alluvionati della costa jonica dimostra che il cuore della città batte ancora forte. La festa è diversa, sì: meno chiassosa, forse, ma costretta a guardarsi allo specchio. Perché, come ha ricordato il suo Pastore, bisogna “lasciarsi sollevare da Sant’Agata” per non cadere più.