La filantropia sceglie Catania, la Sicilia laboratorio del futuro
Il 18 e 19 giugno l’Assemblea nazionale di Assifero a Catania: 400 milioni di capacità erogativa stimata l’anno e la Sicilia che si candida a laboratorio sociale.
Università Catania
Una capacità di erogazione stimata in quasi 400 milioni di euro l’anno, 195 enti associati e l’idea di arrivare presto oltre quota 210. Sono i numeri della filantropia italiana che il 18 e 19 giugno si ritrova a Catania per l’Assemblea Nazionale 2026 di Assifero, l’associazione che mette insieme le fondazioni e gli enti filantropici del Paese. Ma i numeri, da soli, dicono poco. La cosa che conta davvero è un’altra: hanno scelto di venire qui.
E non è una scelta banale. Quando si parla di disuguaglianze, di paesi che si svuotano, di territori lasciati indietro, di solito il Sud è il problema che gli altri raccontano da lontano. Stavolta no: stavolta il Sud è il posto dove si prova a trovare una risposta. Lo dice anche il titolo scelto per l’Assemblea, «La filantropia italiana alla prova del nostro tempo». E Catania, «cuore del Mediterraneo», è il punto esatto in cui il cambiamento climatico, le migrazioni e le fragilità sociali ed economiche si sommano, allargando distanze che esistevano già.
Non solo soldi: fiducia e visione lunga
Il presidente di Assifero, Antonio Danieli, lo spiega con parole semplici: la filantropia non è solo chi mette i soldi. È, dice, «infrastruttura di fiducia, capitale paziente, visione di lungo periodo». In pratica è una finanza che, invece di pensare solo a far rendere se stessa, decide di restituire qualcosa alla società. Detta così sembra ovvia, ma di questi tempi non lo è affatto.
C’è poi una partita concreta sul tavolo: far entrare la filantropia nel Piano nazionale per l’economia sociale, atteso a giorni. Danieli si spinge a parlare di un «rinascimento dell’Italia» che può partire proprio dal Terzo Settore, quel terzo pilastro che regge il Paese accanto allo Stato e al mercato. È una visione ambiziosa, lo sappiamo. Ma sentir parlare di futuro con dei dati in mano, e non solo con gli slogan, in Italia fa quasi notizia.
La Sicilia non è la cornice, è protagonista
La Sicilia, in tutto questo, non è lo sfondo: è dentro la fotografia. Il rettore dell’Università di Catania, Enrico Foti, l’ha detto senza falsa modestia: l’Isola «può e deve» diventare un luogo dove università, imprese, istituzioni e Terzo Settore si parlano davvero, per dare ai ragazzi la possibilità «di studiare, lavorare e costruire il proprio futuro in Sicilia». Parole che pesano, in una terra dove, se nulla cambia, secondo la Svimez nei prossimi venticinque anni se ne andranno 859 mila persone, e dove solo nel 2021 ha fatto le valigie un giovane laureato su tre.
È proprio questa la ferita su cui lavora la Fondazione Marea, nata «dei siciliani per i siciliani» e tra gli organizzatori dell’incontro. Il suo presidente, Antonio Perdichizzi, lo dice chiaro: che Assifero scelga Catania «è una testimonianza molto forte». Lo spopolamento e le fragilità di un territorio non si battono da soli: servono alleanze nuove tra filantropia, Terzo Settore, pubblico e privato. E la Sicilia, invece di stare a guardare, prova a essere il posto «dove si sperimentano modelli e processi».
Forse è qui che sta il senso di tutto, al di là dei convegni e delle percentuali. Per troppo tempo il Sud l’abbiamo raccontato come una mancanza, come una somma di cose che non vanno. Questa Assemblea prova a raccontarlo come un cantiere aperto: un posto in cui i giovani non sono un’emergenza da gestire, ma il motivo per cui vale la pena costruire fiducia, relazioni e lavoro. E scegliere oggi Catania, e con lei la Sicilia, vuol dire una cosa molto semplice: il futuro può cominciare anche da qui.
