Alba al Borgo e fuochi d’artificio: l’abbraccio a Sant’Agata prima del rientro in Cattedrale

Sono le 7.30 del mattino quando la Santuzza arriva al Borgo: 11 minuti di fuochi illuminano il rientro di una festa segnata dalla devozione, dalla prudenza per il meteo e dal cuore grande delle istituzioni verso gli alluvionati.

CATANIA – Sono le 7.30 del mattino. Il cielo sopra piazza Cavour è ancora incerto, ma il cuore di Catania brucia già d’amore. La Santuzza arriva al Borgo e, per undici, intensi minuti, i fuochi d’artificio cancellano la stanchezza di notti insonni, segnando il passaggio cruciale verso le ultime battute di una festa che è, e resta, un miracolo di fede collettiva. È l’alba che accompagna l’ultimo tratto dei giorni dell’abbraccio, quelli in cui la città si stringe attorno al suo busto reliquiario, in un’edizione 2026 che sarà ricordata per la prudenza, la solidarietà e la gestione della sicurezza.

Questa mattina si è discusso molto della dilatazione dei tempi della festa, di una processione che è diventata lunghissima, e dei fuochi d’artificio sparati al Borgo alle 7.30. «Non voglio anticipare nulla, ma detto Enrico Trantino, ma è chiaro che, come soggetto che deve anche limitare i costi rispetto a iniziative che non hanno alcun senso, se continuiamo così rischiamo di fare fuochi che nessuno vede». «Se in piazza Borsellino la scelta è quella di arrivare quando il sole è già sorto, credo che alcune cose vadano riviste. Dobbiamo metterci d’accordo». «Con il mondo dei devoti ci sarà un momento di confronto, come sempre sereno, perché è proprio il mondo dei devoti che di fatto guida i ritmi della processione». «La festa non è ancora finita, ma possiamo già dire che è stata un’edizione di Sant’Agata dai numeri importantissimi. È così ogni anno: i numeri continuano a crescere, ma allo stesso tempo abbiamo registrato una grande compostezza e un grande ordine, ed è questo l’aspetto che dobbiamo sottolineare».

La festa ha dovuto fare i conti con il cielo e con la terra. Con il ciclone Harry e la frana di Niscemi che hanno ferito la Sicilia, portando le istituzioni a un gesto di nobile sobrietà: è saltato il tradizionale ricevimento del 5 febbraio a Palazzo Minoriti e alla sede dell’Ars. Una scelta di rispetto per chi soffre. Ma le porte dell’Assemblea Regionale Siciliana in via Etnea sono rimaste aperte alla città, un segno di vicinanza tangibile. E proprio nel silenzio si è mosso il presidente dell’Ars, Gaetano Galvagno, che ha risposto alle critiche con i fatti, devolvendo l’indennità di gennaio all’emergenza: «Per trent’anni ho fatto volontariato e ho imparato che non è necessario far sapere ciò che si fa – ha dichiarato Galvagno – ma se mi si chiama in causa, dico che l’ho fatto un secondo dopo l’istituzione del conto corrente regionale. È più nobile stare in silenzio, ma di fronte alla demagogia è giusto raccontare le cose».

È stata una festa di grandi responsabilità anche per chi ha il compito di guidarla. Carmelo Grasso, presidente del Comitato, non dorme da giorni. Lui, che il “sacco” lo indossa da oltre cinquant’anni, ha vissuto questa edizione schiacciato dal peso della sicurezza. Una priorità assoluta che ha portato alla decisione, “impopolare” ma necessaria, di fermare le candelore il 4 febbraio sotto i portici di corso Sicilia per l’allerta meteo. «Capisco la delusione, ma l’incolumità dei portatori è più importante», ha spiegato Grasso, smentendo che lo stop fosse legato alle parole dell’Arcivescovo Luigi Renna o ai fatti del giorno precedente.

Già, perché la festa è fatta di uomini e passione, e anche di momenti vibranti come quello vissuto la mattina del 3 febbraio in via Etnea. Un episodio che ha visto protagoniste le candelore dei Pescivendoli e degli Ortofrutticoli in quella che i video social hanno battezzato come una “tichetta”, una prova di resistenza. Ma chi vive la festa da dentro, come Luca Lumia, presidente del cereo dei pescivendoli, allontana le ombre della competizione: «Nessuna gara, nessuna scommessa. È una tradizione che si tramanda da padre in figlio, una prova di forza per devozione». Certo, c’è stato un malore per lo sforzo, c’è stato un rallentamento, e l’Arcivescovo Renna è stato chiaro nel dire che «certe cose non si fanno», ma i protagonisti ribadiscono la loro buona fede e il comportamento esemplare tenuto davanti alle forze dell’ordine. Il Comitato valuterà, ha ascoltato le parti, ma oggi prevale il senso di comunità.

Una comunità che ha accolto con gioia anche la Banda dell’Arma dei Carabinieri, un progetto fortemente voluto da Grasso e sostenuto dalla Palella Holding, che ha portato la musica e la legalità tra la gente, dal concerto al Teatro Bellini fino alla processione dell’offerta della cera. Perché Sant’Agata è questo: è l’unione tra il devoto che fatica sotto il cereo, il Carabiniere che suona, il politico che rinuncia al galà per solidarietà e il Presidente che veglia sulla sicurezza. E mentre i fuochi del Borgo si spengono e il fercolo riprende il suo cammino verso la Cattedrale, resta la certezza che, tra polemiche e preghiere, Catania sta onorando ancora una volta la sua Santuzza.