Tra documenti, vie di fuga e regole “tollerate”, la strage di Crans-Montana riapre il tema della sicurezza nei locali e della responsabilità di chi controlla.

A Crans-Montana, il dopo strage non assomiglia solo a un’indagine: somiglia a uno specchio puntato contro un’intera idea di “festa” trasformata in industria e, per anni, tenuta insieme da una parola comoda e pericolosa: tolleranza. Nel racconto dei documenti che emergono, delle vie di fuga che si restringono, delle modifiche chieste e delle uscite che forse erano già impraticabili, c’è un punto che inquieta più delle singole negligenze: la normalità con cui il rischio sembra essere stato accettato, archiviato, persino monetizzato.

La «richiesta di permesso per costruire» del 19 dicembre, dodici giorni prima dell’inferno di Capodanno, per ampliare la veranda del Constellation e per la «chiusura della terrazza in vetro», racconta una verità semplice: in un locale, ogni metro e ogni porta non sono dettagli estetici, sono sicurezza, sono tempo guadagnato o perso quando scatta il panico. E se quella terrazza è stata davvero una delle vie di fuga decisive, l’idea stessa di ridurla o “chiuderla” aggiunge un brivido retrospettivo: non un destino inevitabile, ma un rischio che poteva diventare più alto ancora.

Poi c’è la catena delle piccole scelte: l’uscita del seminterrato indicata come sbarrata, la presenza (o assenza) dei vigilantes, i dubbi sull’omissione di soccorso, la storia che ritorna in un video del 2020 dove riappaiono le candele pirotecniche e l’avvertimento «Fate attenzione alla schiuma». In un attimo si capisce perché certe tragedie non sono “incidenti”: sono il punto in cui una serie di tolleranze si sommano e diventano irreversibili. La “schiuma” fonoassorbente sul soffitto, materiale che avrebbe fatto da detonatore, è il simbolo perfetto: un elemento nato per migliorare l’esperienza che si trasforma, in emergenza, in condanna.

Il dibattito svizzero, oggi, è anche un dibattito morale: com’è possibile che i gestori, Jacques e Jessica Moretti, indagati per omicidio, lesioni e incendio colposi, non siano stati arrestati? La risposta, nel testo, non è un alibi ma un principio di diritto: per la procuratrice Beatrice Pilloud non ci sono le condizioni per misure cautelari, a partire dall’assenza del pericolo di fuga («Se emergessero prove contrarie, potremmo trattenerli»). È la logica di un sistema che prova a separare l’accertamento dei fatti dalla limitazione della libertà personale prima del processo.

Ma proprio qui nasce la frattura con la percezione pubblica: perché, se i due francesi espatriassero, processarli “qui” diventerebbe più difficile, e perché la parola “deregulation” suona come un’ammissione di sistema. La stretta annunciata – stop alle bottiglie pirotecniche, controlli a tappeto, sospensione dell’allentamento delle norme antincendio – sembra la risposta classica: la norma arriva dopo la tragedia. Solo che dopo è sempre troppo tardi per chi non è tornato a casa.

E se fosse successo in Italia? Non c’è una certezza, ma è verosimile che l’onda emotiva e la pressione mediatica avrebbero spinto verso un’impostazione più “muscolare”, con attenzione su sequestro del locale, acquisizione immediata di documenti e richiesta di misure cautelari. In Italia la custodia cautelare non è automatica, ma la valutazione su inquinamento delle prove, reiterazione e fuga viene spesso giocata in modo più estensivo, soprattutto nelle prime ore. Non una certezza, ma uno scenario plausibile. Il punto, però, non è scegliere tra Svizzera e Italia. Il punto è capire cosa impedisce che la festa diventi trappola. Perché il vero processo si celebra nei dettagli: una scala ridotta, una porta che si apre nel verso sbagliato, un’uscita chiusa per risparmiare, un oggetto pirotecnico “tollerato”, un materiale infiammabile “dimenticato”. La differenza tra normalità e strage, spesso, è tutta lì.