Estorsioni e racket: dalla memoria di Libero Grassi a una domanda che attraversa tutta la Sicilia, tra paura, abitudini e responsabilità.
Ieri, a trentacinque anni dalla lettera al «caro estorsore» pubblicata il 10 gennaio 1991 sul Giornale di Sicilia, non è tornata soltanto una ricorrenza. È riemersa una frattura che riguarda l’intera Sicilia: il rapporto, spesso taciuto, tra economia e intimidazione, tra la vita quotidiana di imprese e commerci e quel «contributo» imposto che cambia nome a seconda dei quartieri e dei paesi, ma conserva la stessa sostanza. Libero Grassi scelse di rendere pubblico il rifiuto al racket e pagò con la vita. E la domanda che resta, oggi come allora, non è solo «chi paga», ma cosa spinge ancora a pagare e cosa, invece, rende possibile dire no.
Il dibattito che si è svolto ieri a Palermo – «Le estorsioni a Palermo: chi paga e perché?», organizzato dal Dipartimento di Scienze politiche e delle relazioni internazionali (Dems), diretto da Costantino Visconti, con Addiopizzo e la Società scientifica degli studi su mafie e antimafia – ha finito per parlare a un territorio più largo. In sala studenti, docenti e rappresentanti delle istituzioni civili e militari; al tavolo il procuratore capo Maurizio De Lucia, il sociologo Rocco Sciarrone, il commissario straordinario nazionale antiracket Maria Grazia Nicolò e Daniele Marannano di Addiopizzo. Un confronto locale, sì, ma con un sottotesto regionale: perché il pizzo non è mai stato un fatto «di una città», è semmai un linguaggio che la criminalità ha adattato alle economie di ogni provincia.
Marco Romano, direttore del Giornale di Sicilia e moderatore dell’incontro, ha rimesso in circolo la memoria nella sua forma più scomoda, quella che non consola: «Il 9 gennaio del ’91 Libero Grassi squarciò un velo di ipocrisia. La sua è stata una sfida a viso aperto alla mafia e al racket… Ma la battaglia però non è finita…».
Ma «parlarne» non basta, e forse è proprio qui che la Sicilia deve fermarsi a fare autocritica. Perché in molte realtà, anche quando lo Stato arretra di un passo, la società arretra di due: per convenienza, per rassegnazione, per paura di restare soli. Eppure il quadro tracciato dalla Procura indica che oggi, almeno sul piano degli strumenti, la partita non è più quella di inizio anni Novanta. De Lucia lo ha detto senza giri di parole: «Gli imprenditori non possono nascondersi dietro alibi in un momento in cui il sistema legislativo e il sistema repressivo funzionano». E ancora: «Oggi chi paga è davvero poco giustificabile».
È un’affermazione che pesa, perché sposta l’asse dal «non si può» al «non si vuole», dall’emergenza alla responsabilità. E tuttavia resta la zona grigia, quella dove il racket si presenta con forme meno eclatanti, più «amministrative», quasi di routine: «Ci sono attività che pagano da generazioni… Chi paga lo fa per abitudine, per non avere fastidi, cioè i “picciotti” che quando vengono chiedono qualcosa».
E qui il discorso si allarga oltre Palermo. Perché l’«abitudine» è la vera vittoria culturale del pizzo: quando non serve più la bomba, quando basta la visita, la frase lasciata a metà, l’idea che «conviene» evitare problemi. Un’abitudine che può replicarsi in ogni contesto economico: nella bottega, nel cantiere, nella piccola impresa, nella filiera che gira intorno a lavori e forniture. La Sicilia, in questo senso, non è un mosaico di casi isolati: è un terreno dove la pressione criminale cambia intensità, ma cerca sempre lo stesso risultato, trasformare la paura in normalità.
La lettera di Grassi, allora, non è solo un simbolo: è una lente. «Volevo avvertire il nostro ignoto estortore di risparmiare le telefonate dal tono minaccioso e le spese per l’acquisto di micce, bombe e proiettili, in quanto non siamo disponibili a dare contributi e ci siamo messi sotto la protezione della polizia». E la sua logica resta attualissima: pagare una volta significa aprire un conto che non si chiude. «Anche mio figlio Davide, che dirige l’azienda al mio fianco, la pensa come me… Per questo abbiamo detto no al geometra Anzalone. E diremo no a tutti quelli come lui».
Il prezzo di quella scelta è noto: l’isolamento, poi l’omicidio del 29 agosto 1991, alle 7,15, all’angolo tra via D’Annunzio e via Alfieri, con Salvino Madonia che gli sparò al viso e al torace, infliggendogli poi il colpo di grazia. E proprio qui sta il punto: il racket non vive soltanto di intimidazione, vive di solitudine. La domanda regionale diventa allora questa: quante volte, ancora oggi, chi denuncia si sente protetto davvero non solo dalle istituzioni ma dal proprio contesto economico e sociale?
Da questo bisogno nasce anche la spinta a fissare regole comuni, come la Carta etica richiamata a tutela del patrimonio di lotte del movimento antiracket. Un documento che richiama alla responsabilità le organizzazioni, non solo siciliane, attorno a principi dichiarati di democrazia, imparzialità, solidarietà, gratuità, trasparenza e integrità. L’idea è evitare che la legalità resti un gesto individuale eroico e diventi invece una pratica collettiva.
Su questo crinale si inserisce anche la riflessione di Gigi Mangia, vicepresidente vicario di «Sos Sicilia»: «Credo che in nome della legalità si siano commessi alti crimini», «quindi credo che oggi sia necessario cominciare a parlare di rispetto…». E insiste su un passaggio che mira ai giovani e al clima urbano: «Solo volendo bene e contagiando con questa “malattia” del rispetto i giovani… potremo davvero averla vinta sul crimine e sul malessere urbano».
De Lucia, a margine dell’evento, dialogando con i giornalisti ha messo in evidenza la «polveriera» dello Zen, ha ricordato che la risposta non può essere solo repressiva e ha chiamato in causa la politica: «La politica deve sempre fare di più e noi come cittadini… abbiamo il dovere di pretendere che faccia di più». E ha indicato la direzione: «investimenti seri e funzionali» e un approccio preventivo, perché «Non ci saranno soluzioni in tempi brevissimi soltanto attraverso la repressione».
È una lezione che non riguarda un solo quartiere: vale per tutte le aree fragili dell’Isola, dove l’economia legale si indebolisce e quella criminale trova spazio, dove la circolazione di stupefacenti e armi. Come riferimento lo Zen, «C’è una grande circolazione di stupefacenti e una presenza di armi che non arrivano attraverso un canale identificabile» costruisce modelli di potere che possono essere «di tipo mediatico» e legati ai social.
Il punto è semplice e duro: la Sicilia non può limitarsi a commemorare Libero Grassi, ma deve continuare ad agire, perché ricordarlo significa non dimenticare. Deve misurarsi con la sua domanda, ogni giorno, dentro le scelte economiche e nel coraggio civile. Se davvero esistono risposte più rapide nell’individuazione dei responsabili e nel sostegno economico alle vittime («Queste sono realtà che esistono dalla fine degli anni ’90»), allora resta da capire quanto l’Isola sia disposta a trasformare la legalità in un patto sociale. Perché il pizzo non è solo un reato: è una resa collettiva quando diventa «normale».
