Agguato nell’officina e colpi di pistola: scatta il blitz antimafia a Paternò

Circa 50 carabinieri hanno eseguito un’ordinanza del Gip di Catania: cinque indagati in carcere per tentato omicidio e armi, con aggravante mafiosa. L’inchiesta ricostruisce una ritorsione armata maturata nel contesto del gruppo Assinnata.

Operazione antimafia a Paternò, su disposizione della Procura Distrettuale di Catania,dove sono stati eseguiti un’ordinanza di custodia cautelare in carcere emessa dal Gip del Tribunale di Catania su richiesta della Direzione distrettuale antimafia.

Il provvedimento riguarda cinque persone, ritenute gravemente indiziate – allo stato delle indagini e con presunzione di non colpevolezza fino a sentenza definitiva – di tentato omicidio e detenzione e porto abusivo di armi, con l’aggravante del metodo mafioso. L’inchiesta, condotta tra settembre e dicembre 2025 dal Nucleo Investigativo dei Carabinieri di Catania e dalla Sezione Operativa della Compagnia di Paternò, nasce come sviluppo di un altro procedimento legato al ferimento di Michele Gabriele Giacoponello, avvenuto a Paternò il 30 agosto 2025. Per quell’episodio, il 27 novembre scorso, Alberto Forte era stato già raggiunto da misura cautelare in carcere.

Secondo la ricostruzione degli investigatori, quel ferimento avrebbe innescato un’escalation di tensione e propositi ritorsivi anche perché la vittima è figlio di Andrea Giacoponello, indicato come esponente di rilievo dell’associazione mafiosa Assinnata di Paternò, articolazione del gruppo Santapaola-Ercolano, e cognato del presunto capo, Salvatore Assinnata.  Le indagini descrivono quindi una reazione armata avvenuta l’1 ottobre 2025: un commando composto dai cinque indagati – e, secondo l’accusa, capeggiato dallo stesso Andrea Giacoponello nonostante fosse ai domiciliari – si sarebbe presentato presso l’officina meccanica del padre di Alberto Forte. Qui sarebbero stati esplosi tre colpi di pistola contro Forte, uno dei quali lo avrebbe ferito a una mano.

Un passaggio ritenuto centrale dagli inquirenti riguarda conversazioni intercettate subito dopo il primo episodio, considerate indicative di propositi di vendetta poi concretizzatisi. Sempre secondo gli atti, Forte avrebbe riferito telefonicamente a un familiare di essere stato colpito e di aver reagito, rispondendo al fuoco con una propria arma, riuscendo così a mettere in fuga gli aggressori.

L’episodio non sarebbe stato denunciato dalla vittima, ma sarebbe stato riscontrato tramite acquisizione del referto medico di un ospedale di Catania, dove Forte si sarebbe presentato dichiarando – secondo la Procura – una versione non corrispondente ai fatti, parlando di incidente stradale. Gli investigatori hanno inoltre acquisito filmati da un sistema di videosorveglianza installato presso l’officina, ricostruendo tempi, modalità e ruoli dei partecipanti.

Il quadro indiziario ha portato alla contestazione dell’aggravante dell’art. 416-bis.1 c.p. (metodo mafioso) e alla richiesta di misure cautelari, poi accolte dal Gip.  I cinque destinatari della custodia cautelare in carcere sono: Andrea Giacoponello 54 anni, Giorgio Castorina 32 anni, Vincenzo Di Mauro e Antonio Di Cavolo enrambi di 43 anni e Giuseppe Romeo 46 anni.

Le persone coinvolte sono da considerarsi innocenti fino a sentenza definitiva di condanna, nel pieno rispetto del principio di presunzione di innocenza. Chiunque voglia esercitare il diritto di replica può farlo nei modi e nei termini previsti dalla legge (articolo 8 della Legge n. 47/1948).