«Dobbiamo mettere a sistema ciò che già abbiamo»: parla Di Bella
Il vicepresidente vicario di Confindustria interviene sul confronto tra Marino e Trantino: «Programmare significa dare certezze a chi investe e crea lavoro»
Franz Di Bella
Di Bella Confindustria Catania: la voce delle imprese nel dibattito cittadino
Sul futuro di Catania si è aperta una discussione pubblica che divide, almeno in apparenza, chi governa la città e chi la osserva dall’esterno. Da un lato il sindaco Enrico Trantino, dall’altro il sostituto procuratore generale Nicolò Marino: due letture contrapposte, definite dallo stesso Franz Di Bella come «verità contrapposte». L’imprenditore e vicepresidente vicario di Confindustria è intervenuto stamane con un’intervista pubblicata dal quotidiano La Sicilia, scegliendo di non schierarsi con nessuno dei due ma di spostare il piano del ragionamento. Di Bella Confindustria Catania: una voce che entra nel merito con una proposta precisa.
«La vera domanda non è se siamo indietro 35 anni, ma come possiamo essere avanti nei prossimi dieci», dice Di Bella. Una frase che suona come una risposta a entrambi.
Programmazione e legalità: il terreno comune
Secondo Di Bella, al netto delle polemiche, le posizioni di Marino e Trantino convergono su un punto: Catania ha bisogno di programmazione. «Quando una città programma il proprio sviluppo offre fiducia a chi investe, crea lavoro e genera valore», sostiene. Legalità e trasparenza nelle scelte pubbliche, aggiunge, non sono solo questioni civili: sono «un patrimonio economico» che incide direttamente sulla capacità di attrarre capitali e imprese.
La proposta concreta che Di Bella avanza è un piano commerciale per la città. Non lo descrive come un atto burocratico, ma come «un tassello fondamentale di una più ampia strategia di sviluppo». Il ragionamento è lineare: «programmare significa dare certezze», e le certezze sono la precondizione di qualsiasi investimento privato.
Gli asset che Catania ha già
Di Bella evita di costruire il suo discorso sulla lista delle cose che mancano. Preferisce ragionare su quello che c’è: università, aeroporto, porto, competenze tecnologiche, patrimonio culturale. «Più che soffermarci su ciò che manca, dobbiamo mettere finalmente a sistema ciò che già abbiamo», dice. È una lettura che, nelle intenzioni, vuole smontare la narrazione del ritardo strutturale per proporne una diversa, basata sulla valorizzazione delle risorse esistenti.
Imprese e regole: nessuno sconto sulla trasparenza
Sul rapporto tra mondo produttivo e pubblica amministrazione, Di Bella non lascia margini di ambiguità. Le imprese possono chiedere procedure più rapide, ma non a qualsiasi condizione: «Non possiamo chiedere procedure più veloci senza pretendere trasparenza. La competitività nasce dalla legalità». Una posizione che, venendo da un rappresentante di categoria, ha un peso specifico nel dibattito.
Chiude richiamando la reputazione del territorio, che definisce «un’infrastruttura invisibile». Per Di Bella, la crescita reale parte solo da una condizione: che magistratura, istituzioni, imprese, università e società civile riescano a condividere una direzione comune e a lavorare insieme. Un obiettivo ambizioso, in una città che ancora fatica a trovare quella direzione.
