Bene confiscato alla mafia diventa hub per donne vulnerabili
In via Pietra dell’Ova una palazzina confiscata alla mafia diventa sartoria sociale per donne migranti e vittime di violenza
Un laboratorio di sartoria dove c’era il malaffare
In via Pietra dell’Ova 137 a Catania, dentro una palazzina che apparteneva alla criminalità organizzata, ha aperto i battenti “Moda Operandi”: una sartoria sociale pensata per donne che vivono ai margini, in particolare migranti e vittime di violenza, tratta o sfruttamento. L’inaugurazione ha segnato la fine di un lungo cantiere di riqualificazione e l’inizio di un progetto che punta a restare sul territorio ben oltre la sua durata formale.
La struttura è stata completamente ristrutturata e arredata grazie ai fondi comunitari Pon Metro Plus 21/27, nell’ambito del Progetto SCIA promosso dall’Amministrazione Comunale. I lavori sono stati curati dalla Direzione Lavori Pubblici del Comune di Catania, mentre la gestione del servizio è affidata all’associazione Penelope, ente attuatore unico del progetto.
Trenta donne, dieci nuove imprese
Gli obiettivi sono precisi. Il progetto prevede di accompagnare trenta donne in tre anni, dieci per ogni annualità, e di far nascere fino a dieci nuove imprese. Il percorso include un corso di taglio e cucito da 120 ore, laboratori di modellistica e riuso dei tessuti, e un programma di orientamento all’autoimpiego. Per chi ha figli piccoli, è disponibile un’area giochi interna: un dettaglio che non è marginale, perché spesso è proprio la mancanza di supporto alla cura dei minori a escludere le madri dai percorsi formativi.
Lo sportello CNA Catania “Crea Impresa” affiancherà le partecipanti nella fase di avvio d’impresa. Al fianco di Penelope operano anche le sartorie sociali cittadine Midulla e Fieri e realtà del terzo settore attive nel contrasto alla violenza di genere.
Le voci dell’inaugurazione
All’apertura erano presenti, tra gli altri, il sindaco Enrico Trantino, l’assessora ai servizi sociali Serena Spoto, il presidente del consiglio comunale Sebastiano Anastasi, la vice prefetto Federica Nicolosi, l’ex magistrata Marisa Scavo e il consigliere delegato della Città Metropolitana Alessandro Campisi.
Trantino ha inquadrato l’iniziativa in termini netti: «restituire alla collettività un immobile sottratto alla criminalità organizzata, trasformandolo in un presidio di legalità e lavoro, è la risposta più forte che le istituzioni possano dare, dimostrando che la rinascita di una comunità passa dal sostegno concreto a chi ha più sofferto, offrendo non assistenzialismo, ma gli strumenti per costruire un futuro libero e autonomo».
L’assessora Spoto ha insistito sulla dimensione di protezione prima ancora che di formazione: «prima ancora che un percorso professionale, questo deve essere un luogo protetto dove sentirsi al riparo, poiché solo dall’indipendenza economica si può arrivare a liberarsi da soprusi e dipendenze».
Un modello che punta alla replicabilità
Il presidente di Penelope, Giuseppe Bucalo, ha descritto l’approccio scelto come un rovesciamento di prospettiva: «la co-progettazione valorizza l’esperienza dell’associazione nel contrasto alla tratta e alla violenza di genere, proponendo un modello di casa-laboratorio co-gestita incentrato sul lavoro fra pari e sull’auto-mutuo-aiuto, affinché le donne coinvolte non siano più oggetto di interventi, ma soggetti attive di diritti e cittadinanza».
La vicepresidente di CNA Catania, Luana Meli, ha sottolineato che «solo una rete stabile tra istituzioni, terzo settore e sistema imprenditoriale può incidere sulle cause della marginalità, mettendo a disposizione lo sportello dell’associazione per trasformare il talento e le competenze di queste donne in opportunità concrete di impresa e autonomia economica».
L’ambizione del progetto è lasciare un modello replicabile. Dieci imprese avviate, trenta percorsi individuali completati, un immobile che cambia storia: sono questi i numeri su cui si misurerà, nei prossimi tre anni, la tenuta dell’idea.
