Giuseppe Gullotta

A Bronte la fascia tricolore passa a Giuseppe Gullotta. L’abbraccio a Pino Firrarello, l’uomo delle strade e del pistacchio DOP che ha reso celebre la città.

Ci sono cerimonie che valgono più di mille comizi. Quella andata in scena alla Pinacoteca «Nunzio Sciavarrello» di Bronte, con la consegna della fascia tricolore al nuovo sindaco, l’avvocato Giuseppe Gullotta, è stata una di queste. Non per la solennità del rito, ma per ciò che ha saputo dire senza retorica: che una comunità, quando vuole, sa riconoscere chi l’ha servita e sa ripartire restando unita.

L’abbraccio a Firrarello, una vita per Bronte

Il passaggio di consegne con il senatore Pino Firrarello non è stato un semplice atto formale. È stato un abbraccio, vero, di quelli che raccontano una storia. Perché Firrarello, a Bronte, non è arrivato per caso: è la sua terra d’adozione, quella a cui ha legato una vita intera. E quella vita l’ha spesa, concretamente. Ha portato strade dove c’erano solo distanze, a partire dalla statale 284 che ha avvicinato Bronte ad Adrano e al resto della Sicilia. Ha portato sviluppo industriale dove sembrava impossibile immaginarlo, trasformando un paese dell’entroterra etneo in una realtà che produce, lavora e guarda avanti.

Il pistacchio che ha portato Bronte nel mondo

Ma c’è qualcosa che va oltre l’asfalto e i capannoni, ed è forse il lascito più grande. Firrarello ha portato il nome di Bronte nel mondo, attraverso ciò che questa terra ha di più prezioso e unico: il suo pistacchio. Quel piccolo frutto verde, che nasce sulle sciare laviche dell’Etna e che non ha eguali in nessun altro angolo del pianeta, è oggi un simbolo riconosciuto ovunque. E lo è anche grazie alla DOP, la denominazione di origine protetta voluta e difesa con tenacia da Pino Firrarello insieme a Giuseppe Castiglione: una battaglia di identità prima ancora che di economia, che ha reso il «Pistacchio Verde di Bronte» un marchio che parla siciliano in tutte le lingue del mondo.

Quando a Parigi, a New York o a Tokyo si pronuncia il nome di Bronte, lo si fa con rispetto. E questo non è accaduto per fortuna: è accaduto perché qualcuno ci ha creduto.

Gullotta: «Una città che non è divisa»

È per questo che le parole del nuovo sindaco hanno commosso. «Noi siamo ciò che facciamo, non ciò che diciamo», ha ricordato Gullotta, citando proprio l’esempio di chi lo ha preceduto. Un intervento «scritto con il cuore», e si è sentito. Ha parlato di una città «che non è divisa», nonostante le inevitabili tensioni di una campagna appena conclusa, e ha teso la mano a tutti: «In Consiglio comunale c’è una dialettica di maggioranza e opposizione, ma non dobbiamo mai smarrire che il nostro obiettivo primario e unico è il bene del paese». Parole che, in un’epoca di scaramucce e contrapposizioni sterili, suonano come un atto di maturità.

Il neosindaco non si è nascosto dietro le promesse. Ha parlato di pazienza, di un anno di transizione, di bilanci da leggere voce per voce, di servizi da garantire ai cittadini. «Nessuno ha la bacchetta magica», ha detto con onestà, «ma ci mettiamo l’anima». E ha voluto onorare l’eredità ricevuta, promettendo di coinvolgere Firrarello nelle opere future, a partire dal completamento della 284.

Il saluto del senatore: «Ho realizzato le cose che volevo»

Dal canto suo, il senatore ha lasciato Bronte con la serenità di chi ha mantenuto le promesse: «Le grandi cose che volevo realizzare sono state realizzate». E ai suoi concittadini ha affidato un messaggio semplice e profondo: sostenere il nuovo sindaco, tenere il paese pulito, far funzionare i servizi, dare di Bronte l’immagine migliore.

È questa, in fondo, la vera fascia tricolore: non un pezzo di stoffa, ma un patto d’amore tra chi ha costruito e chi continuerà a costruire. Bronte, oggi, ha il volto di entrambi. E un pistacchio che, dall’Etna, continua a raccontare al mondo chi siamo.