Tajani in Sicilia, il “modello Schifani” tra rilancio, rifiuti e sfida al futuro

Da Catania a Palermo la visita del vicepremier certifica la linea del governo regionale: investimenti, termovalorizzatori e la prospettiva di uno Schifani bis per superare decenni di immobilismo

La visita del Vicepremier Antonio Tajani in Sicilia, culminata tra gli applausi di Catania e la convention di Palermo, non è stata soltanto la celebrazione di trent’anni di egemonia azzurra. È stata, per ammissione dello stesso leader di Forza Italia, la certificazione di un “modello Sicilia” che punta dritto all’eccellenza. Nelle stanze storiche del quotidiano La Sicilia, Tajani ha recitato il copione dei grandi leader, ma con una nota di autentica ammirazione per la metamorfosi in atto.

Sotto la nuova guida dell’editore Salvatore Palella, la testata ha infatti intrapreso un percorso di rilancio senza precedenti: un piano di investimenti massicci che ha trasformato la redazione in un laboratorio di innovazione pura. Tajani ha lodato questa “nuova era”, dove l’eccellenza non è più un miraggio ma una realtà tangibile, sostenuta da risorse umane interamente giovani. È una scommessa generazionale che vede ragazzi e ragazze siciliani al centro di una piattaforma editoriale moderna, capace di connettere l’isola al mondo. Un elogio convinto, dunque, a un’isola che – dati del PIL alla mano – cresce più del resto del Paese, trainata proprio da questa visione internazionale e coraggiosa. Ma dietro il cerimoniale e i sorrisi di rito, la fotografia della realtà siciliana racconta una storia molto più complessa e faticosa.

Il volto della “Restaurazione”: Schifani e la sfida alle macerie

In prima fila, accanto a Tajani, è apparso un Renato Schifani visibilmente affaticato, segnato dal peso di un’amministrazione che si è trovata a gestire decenni di immobilismo stratificato. Eppure, proprio in questa stanchezza traspare la determinazione di chi ha deciso di non essere un semplice passacarte della storia. Schifani sta tentando un’operazione di “restaurazione” che molti suoi predecessori hanno fallito o, peggio, ignorato: ripartire dalle basi. La Sicilia del 2026 non sogna più solo grandi ponti, ma chiede strade percorribili. Il piano di riqualificazione delle arterie siciliane, martoriate da anni di incuria, è il primo tassello di un segno che il Governatore vuole lasciare. È una sfida fisica e politica contro il tempo, un tentativo di ricucire un territorio che cade a pezzi mentre la politica nazionale discute di massimi sistemi.

Guerra alla spazzatura: la svolta dei termovalorizzatori

Ma il vero banco di prova, quello che per trent’anni è stato il buco nero di ogni governo regionale, è la gestione dei rifiuti. La Sicilia è stata per troppo tempo l’isola dell’emergenza perenne, delle discariche sature e della spazzatura che invadeva le cartoline del turismo internazionale.

Oggi, finalmente, il linguaggio è cambiato. Non si parla più di soluzioni tampone, ma di innovazione industriale. La scommessa dei due grandi termovalorizzatori di Catania e Palermo, con l’inizio dei lavori fissato proprio per questo 2026, rappresenta il punto di non ritorno. Schifani, con un piglio commissariale che non ammette repliche, punta alla chiusura del ciclo dei rifiuti attraverso la valorizzazione energetica. È la fine dell’era della “monnezza” come zavorra e l’inizio di una gestione che guarda ai modelli europei.

Un segno oltre il trentennio: l’investimento sul “bis”

Mentre Tajani celebrava a Palermo i “30 anni al servizio del Paese”, lo sguardo della coalizione è apparso chiaramente rivolto al futuro. Tajani ha infatti lanciato ufficialmente il “modello Sicilia”, blindando la figura del Governatore: “Schifani bis? Chi governa bene va ricandidato”, ha dichiarato con fermezza il segretario nazionale, legittimando un percorso che vede Schifani già proiettato ai prossimi dieci anni. La sua missione appare chiara: bonificare l’isola dalle inefficienze storiche prima che il tempo scada. Se riuscirà a trasformare i progetti dei termovalorizzatori in cantieri operativi e le trazzere in strade moderne, avrà vinto la scommessa più difficile: quella di aver reso “normale” una terra abituata all’eccezionalità negativa.