Le forze rumorose e quello che lavora in silenzio
Papa Leone XIV a Rimini contrappone l’amore silenzioso alle forze rumorose. Da lì una domanda sul criterio con cui distinguiamo ciò che conta, dalle regole internazionali a due donne francesi.
Il meeting di Rimini quest’anno ha preso il titolo dall’ultimo verso della Commedia, «l’amor che move il sole e l’altre stelle». Papa Leone XIV, parlando sabato ai sessantamila della fiera, ci ha costruito sopra un’osservazione. Quell’amore, ha detto, «rimane volentieri silenzioso, a differenza delle forze rumorose che sconvolgono la terra, il cielo e tutte le creature».
È una distinzione semplice, ed è anche il modo più rapido per capire perché il nostro tempo sbaglia sistematicamente i conti.
Il volume come unità di misura
Fa rumore la guerra. Fanno rumore i proclami, le minacce reciproche, i confini chiusi per ritorsione, le dichiarazioni pensate per essere rilanciate prima ancora che capite.
Tutto ciò che è rumoroso ha un vantaggio strutturale enorme. Si vede, si misura, produce titoli, riempie i palinsesti. Un ministro che annuncia una linea dura è una notizia. Un funzionario che per otto mesi limita i danni in una trattativa non lo è mai.
Il risultato è che abbiamo cominciato a scambiare il volume per l’importanza, e siccome premiamo soltanto ciò che urla, produciamo sempre più urla. Vale per la politica internazionale, e vale per il modo in cui scegliamo le notizie, comprese quelle dei giornali che facciamo noi.
Quello che non fa rumore
Con lo stesso criterio non ci accorgiamo di ciò che tiene in piedi la convivenza, perché lavora in silenzio quasi per definizione.
Nessuno scrive di trattati rispettati, di navi che passano regolarmente, di confini che restano aperti. Le regole comuni non producono notizie finché funzionano, e per questo le smontiamo un pezzo alla volta senza accorgercene. Ce ne accorgiamo il giorno in cui saltano, e quel giorno sì che è rumoroso.
Un esempio concreto è arrivato in Sicilia una settimana fa. La Santa Sede si è offerta di mediare sul conflitto in Ucraina, e il cardinale Pietro Parolin, che di quel tentativo si occupa direttamente, ha ammesso ad Aci Castello il 16 agosto che «fino a questo momento non c’è stata nessuna risposta in maniera diretta». Una porta aperta che nessuno attraversa. Non ha fatto notizia da nessuna parte, perché una mediazione ignorata non produce immagini.
Sergio Mattarella, nel messaggio inviato al Pontefice in viaggio, ha descritto lo stesso fenomeno con la formula più asciutta possibile, parlando di un ordine internazionale «vieppiù esposto a pericolose pulsioni verso la legge del più forte». La legge del più forte è precisamente ciò che le regole condivise esistono per impedire. Quando si allentano non arriva il caos, arriva qualcosa di più semplice, chi ha più forza decide e gli altri si adeguano.
Il falso realismo
Da qui il Papa arriva alla parte più dura del discorso, quella in cui rovescia un aggettivo che di solito appartiene a chi propone il riarmo. «Al falso realismo, che riarma le menti, le parole e le nazioni, la cultura cattolica ha oggi da opporre il realismo della misericordia, per il quale non possono esistere nemici».
Chiamare falso realismo la corsa alle armi significa contestare l’idea che la forza sia l’unica cosa concreta e il dialogo un lusso per tempi tranquilli. È una posizione scomoda, e nessuno può sostenere che sia semplice da applicare.
Che però sia praticabile lo hanno dimostrato al meeting due donne francesi. Roseline Hamel, sorella del sacerdote sgozzato a Saint-Étienne-du-Rouvray nel luglio 2016, e Nassera, madre di uno dei due attentatori. Dopo la strage Roseline si chiedeva chi potesse soffrire più di lei, e la risposta l’ha portata a cercare al telefono la madre dell’assassino di suo fratello. Quando le ha proposto di incontrarsi, si è sentita rispondere «signora, è da tempo che l’aspetto». Oggi si definiscono sorelle di dolore.
Nessuna delle due ha fatto rumore per dieci anni.
Il criterio da recuperare
Non serve invocare un mondo silenzioso, non arriverà. Il conflitto continuerà a occupare le prime pagine.
Quello che si può fare è più modesto e più difficile, cioè smettere di usare il volume come unità di misura. Ricordarsi che le cose che reggono la convivenza, dal diritto internazionale ai rapporti tra le persone, funzionano quasi sempre senza farsi sentire, e che per questo le diamo per scontate fino al momento in cui cedono.
Il verso che chiude la Commedia parla di una forza che muove il sole e le altre stelle senza fare rumore. È il tipo di forza che non sappiamo più riconoscere, e infatti passiamo le giornate ad ascoltare tutt’altro.
