Chi guadagna dalla nostra rabbia. L’intervento di Tamajo sull’odio diventato mestiere
L’intervento dell’assessore regionale sul suo blog dopo i commenti sotto una foto di Davide Faraone. La filiera dell’indignazione, il ruolo dei giornali e una domanda che riguarda tutti.
C’è un intervento di Edy Tamajo, pubblicato sul suo blog, che parla anche a chi con l’assessore regionale non condivide nulla. Nasce dai commenti comparsi sotto una foto pubblicata da Davide Faraone, e la prima cosa che Tamajo fa è non riportarli. «Non meritano altra pubblicità e, soprattutto, non voglio contribuire a trasformare la crudeltà in spettacolo».
Già questa scelta, di questi tempi, è una notizia. Perché il modo più semplice per far girare un pezzo sarebbe stato esattamente il contrario, incollare gli insulti peggiori e lasciare che facessero il lavoro.
Non è l’odio, è il mercato dell’odio
Il punto centrale del suo ragionamento è che il problema non sono i cattivi sentimenti. «L’odio è sempre esistito», scrive Tamajo. «Sono sempre esistiti il rancore, l’invidia, la cattiveria». Quello che è cambiato è che «abbiamo costruito un sistema nel quale l’odio può diventare un mestiere».
Un mestiere che produce consenso, visualizzazioni, follower, voti. E che ha una ragione tecnica precisa per funzionare così bene. «La rabbia corre più velocemente della riflessione. L’insulto richiede cinque secondi, capire una storia umana richiede tempo».
Da qui la confusione che avvelena il dibattito pubblico, quella tra «la libertà di parola» e «il diritto alla ferocia». Sono due cose diverse, e la differenza sta in un confine che viene prima delle appartenenze politiche, il riconoscimento dell’altro come persona.
La filiera
Il passaggio più duro del testo è però quello in cui Tamajo smonta l’idea che gli odiatori siano solo individui isolati dietro uno schermo. Intorno a loro, scrive, esiste «una vera filiera dell’indignazione».
E la descrive nei suoi anelli. «C’è chi provoca. C’è chi rilancia. C’è chi trasforma la provocazione in un titolo. C’è chi costruisce un video indignato sul titolo. C’è chi commenta il video». Alla fine migliaia di persone hanno passato la giornata arrabbiandosi contro qualcuno che spesso nemmeno conoscono, e qualcun altro ha incassato attenzione, consenso o denaro.
La responsabilità dei giornali
In quella catena, uno degli anelli è l’informazione, e Tamajo lo dice senza sconti. «Un giornalista non dovrebbe aver bisogno di una gogna quotidiana per conquistare pubblico».
È un rilievo che chiama in causa un meccanismo noto a chi lavora nelle redazioni. Un titolo indignato rende più di un titolo esatto, una polemica alimentata bene tiene in piedi un sito per un’intera giornata, e chi si prende il tempo di capire una storia arriva quasi sempre dopo chi l’ha data per primo, magari sbagliandola.
Lo stesso vale per il lettore, avverte Tamajo, perché anche la reazione indignata finisce per alimentare il meccanismo. «Anche l’indignazione, paradossalmente, può alimentare ciò che vorrebbe combattere». Ogni rilancio di un commento vergognoso, anche quando serve a stigmatizzarlo, regala a chi lo ha scritto la platea che cercava.
Avversari, non nemici
C’è poi la parte che riguarda la politica, e che Tamajo affronta da uomo di partito, il che la rende meno comoda per lui che per chiunque altro.
«Si può essere avversari durissimi senza diventare nemici. Si può dire “hai torto” senza dire “non vali nulla”. Si può combattere un’idea senza calpestare la persona che la sostiene».
Non è un invito al buonismo, e nel testo la precisazione è esplicita. Il conflitto politico resta legittimo, così come la critica dura e la satira. Quello che viene contestato è la trasformazione dell’avversario in mostro, una scorciatoia che secondo Tamajo in Italia produce carriere da almeno trent’anni.
La domanda finale
L’intervento si chiude con una domanda invece che con un appello all’educazione. «Chi guadagna dalla nostra rabbia?».
E con un gesto minimo, alla portata di chiunque abbia un telefono in mano. La prossima volta che qualcuno prova a vendere indignazione, fermarsi un secondo e chiedersi perché vuole quella rabbia.
Sembra poco. È però l’unica cosa che toglie ossigeno a un sistema che senza l’attenzione di chi guarda non sta in piedi. Perché finché la crudeltà avrà un prezzo di mercato, chiedere alle persone di essere più educate resterà un esercizio inutile.
