«La cenere tornerà, serve un piano alternativo». Musumeci e i 320 metri che bloccano Fontanarossa
Il ministro a Bar Italia, intervistato da Gaetano Mineo: la competenza sugli aeroporti è statale, Fontanarossa non può diventare un hub perché stretto tra Santa Maria Goretti e Librino, e serve un piano alternativo su Comiso, Palermo, Reggio Calabria e Trapani.
Nello Musumeci ha parlato dell’aeroporto di Catania ieri pomeriggio, venerdì 21 agosto, dal lido Le Palme Beach della Playa, con l’Etna che fumava alle spalle e a pochi giorni dalla riapertura di Fontanarossa dopo il blocco per la cenere.
L’occasione era la tappa catanese di Bar Italia, la manifestazione itinerante di Fratelli d’Italia che quest’anno viaggia con lo slogan «la destra non si ferma d’estate». Presenti il deputato Francesco Ciancitto, l’eurodeputato Ruggero Razza e i senatori Salvo Pogliese e Salvo Sallemi. A intervistare il ministro per la Protezione civile e le Politiche del mare, davanti al pubblico, il giornalista Gaetano Mineo del quotidiano Il Tempo.
È stato Mineo a portarlo sul terreno più scivoloso, ricordandogli che di aeroporto e vulcano lui parla dal 1999, quando lanciò «un sasso rimasto nello stagno».
«Siamo tutti Cavour»
La risposta parte da un avvertimento a chi in queste settimane ha distribuito diagnosi. «Sull’aeroporto di Catania bisogna fare chiarezza, perché ho letto qualche speculazione». Poi la stoccata ai conterranei. «Noi siciliani in modo particolare siamo tutti scienziati, durante una partita siamo i migliori commissari tecnici, siamo bravi a commentare gli eventi politici come se fossimo tutti Cavour».
Sulle competenze il ministro è netto, e chiude una polemica che gli viene rinfacciata da settimane. Da presidente della Provincia non aveva poteri gestionali sullo scalo, da presidente della Regione nemmeno. La Regione entra nella società di gestione solo come socia, ma «sull’assetto aeroportuale dell’infrastruttura la competenza è tutta statale».
A chi glielo contesta risponde senza diplomazia. «Mi dà fastidio sentire ancora parlare i grandi scienziati dell’aeronautica e i grandi manager delle strutture aeroportuali dire perché non lo ha fatto quando era presidente della Regione. Amico mio, a parte la tua ignoranza, e non è un’offesa, devi sapere che la Regione non si occupa di realizzare aeroporti».
Trecentoventi metri
Il dato che spiega tutto arriva quando Mineo chiede se Fontanarossa possa diventare un hub intercontinentale. La risposta è no, e la ragione sta in due misure.
L’aeroporto di Catania si trova a 320 metri dal villaggio Santa Maria Goretti e a 840 metri da Librino. Uno scalo intercontinentale ha bisogno di spazi destinati alla crescita, e lì quegli spazi non esistono. «Dobbiamo essere assolutamente chiari», dice il ministro.
Poi si concede una battuta che vale come autocritica collettiva. «Tutti vorremmo avere l’aeroporto sotto casa, e io per primo, perché mi piace uscire da casa e dopo otto o dieci minuti essere all’aeroporto. Ma questo lo posso fare se faccio il rappresentante di farmaci. Se faccio l’uomo politico ho il dovere di chiedermi qual è la visione».
La domanda rivolta al suo stesso partito
Segue un momento insolito, perché Musumeci chiama in causa uno per uno i suoi. Se lo chieda Pogliese, dice, se lo chieda l’onorevole Fabio Fatuzzo, seduto tra il pubblico, se lo chieda l’onorevole Ciancitto, il senatore Sallemi. E con loro l’intera classe dirigente di Fratelli d’Italia.
La domanda è una sola. Che cosa sarà l’aeroporto in Sicilia tra dieci anni. Arriverà al collasso?
«Io non sono un tecnico, vado da profano», premette. Ma il tema, avverte, va posto adesso, perché l’ambizione della politica dovrebbe essere «dotare la Sicilia di una grande infrastruttura capace di servire sette province su nove».
Il piano che manca
Qui arriva la parte più operativa, e riguarda direttamente quello che è successo ad agosto.
Fontanarossa può anche restare dov’è per altri venti, trenta o quarant’anni. Ma a quel punto, dice il ministro, un piano di emergenza deve esistere. «Tutti sappiamo che la cenere tornerà. Non sappiamo quando, ma tornerà. E allora se sappiamo che la cenere tornerà e gli aerei si bloccheranno, dobbiamo avere pronto un piano alternativo».
Il piano, secondo Musumeci, parte da Comiso, che «non potrà sostituirsi a Catania» ma dovrà essere dotato di infrastrutture capaci di reggere la propria parte. Il traffico andrebbe poi diviso tra quattro scali, Comiso, Palermo, Reggio Calabria e Trapani.
Non si tratta di spostare il vulcano né, necessariamente, l’aeroporto. Si tratta di sapere in anticipo dove far atterrare gli aerei la prossima volta che la cenere arriva. Che è esattamente quello che a Catania, questo agosto, nessuno sapeva.
