Legge elettorale, preferenze al bivio: cosa prevede il sistema croato e perché la maggioranza è divisa

Scade domani il termine per gli emendamenti, il voto in Aula è fissato per il 14 luglio. Meloni ne fa una battaglia personale, Vannacci accusa la premier di incoerenza.

Domani scade il termine per depositare gli emendamenti alla riforma elettorale. Un accordo nella maggioranza ancora non c’è, e non è detto che arrivi in tempo. Il voto in Aula, già slittato dal 7 al 14 luglio nelle scorse settimane, resta fissato per il giorno successivo alla scadenza. Giorgia Meloni ha reso nota la propria posizione senza ambiguità. Non ha intenzione di cedere sulle preferenze, e ne fa «una questione di coerenza» rispetto alle proprie posizioni passate. Il responsabile organizzazione di Fratelli d’Italia, Giovanni Donzelli, ha spiegato che l’obiettivo resta presentare «un emendamento sulle preferenze sostenuto da tutto il centrodestra».

Cosa prevede il sistema croato

Tra i modelli discussi per reintrodurre le preferenze c’è il cosiddetto sistema croato. Le liste restano ordinate dai partiti, ma un candidato può scavalcare la posizione assegnata se raccoglie personalmente una soglia di preferenze pari al 10% dei voti espressi per la lista. Insieme a quello croato era circolata anche l’ipotesi di un modello simile a quello svedese, che permette di superare il capolista bloccato oltre una certa soglia di preferenze personali. Entrambi i modelli sono stati accantonati dalla maggioranza di governo, che non ha trovato un’intesa comune su nessuno dei due.

Tajani: «Non decide Meloni, né io o Salvini»

Sul fronte degli alleati, Antonio Tajani ha inquadrato la trattativa come una questione tecnica più che politica. «Sulla legge elettorale stanno lavorando i rappresentanti dei partiti in Parlamento, non decide la Meloni, né io o Salvini». Una dichiarazione che lascia intendere quanto la partita sia delicata anche dentro Forza Italia.

Vannacci sfida Meloni sul voto segreto

Il fronte più aspro arriva da fuori la maggioranza tradizionale. Roberto Vannacci, leader di Futuro Nazionale, ha accusato la premier di incoerenza, ricordando pubblicamente video del 2014 e del 2019 in cui Meloni si dichiarava favorevole alle preferenze. La sua richiesta è diretta: escludere il voto segreto sull’emendamento. «Il voto segreto è un trucco per affossare le preferenze», ha dichiarato Vannacci, sfidando la premier a «non mettere il voto segreto sulle preferenze». Secondo Vannacci, proprio l’anonimato del voto in Assemblea rischia di essere usato da gruppi come Lega, Noi Moderati o Azione per silurare la misura senza esporsi pubblicamente.

Salvini cambia posizione

Se inizialmente Salvini e Tajani avevano espresso contrarietà alle preferenze, la posizione della Lega sembra essersi ammorbidita nelle ultime settimane. Matteo Salvini ha dichiarato di non porre «precondizioni» e ha aperto al voto sull’emendamento, pur avvertendo che il vero ostacolo resta la possibilità che qualche componente della maggioranza chieda comunque lo scrutinio segreto per farlo cadere.

Non era facile arrivare fin qui. Tornare alle preferenze significa restituire al cittadino una voce che le liste bloccate gli avevano tolto. E lasciare che a fare politica sia davvero chi il proprio territorio lo conosce, lo vive, e per questo lo ama.

Ma non è detto che alla fine la maggioranza scelga davvero di rompere con un passato che conosciamo bene. Quello in cui in Parlamento ci sono finiti anche deputati pronti a parlare di povertà con una borsa firmata da diecimila euro al braccio. Le liste bloccate hanno prodotto anche questo: una classe politica scelta a tavolino, spesso lontana dai problemi di chi dice di rappresentare. Le preferenze da sole non risolvono tutto. Ma almeno restituiscono all’elettore l’ultima parola.