Le preferenze che spaventano i nominati
Sul Melonellum il vero nodo sono le preferenze: cioè se a scegliere gli eletti siano i cittadini o le segreterie. Una battaglia che in pochi vogliono vincere.
Don Luigi Sturzo, lo statista di Caltagirone che alla politica dedicò la vita, amava indicare tre «bestie» nemiche della convivenza civile: lo statalismo, lo sperpero del denaro pubblico e la partitocrazia. Proprio quest’ultima, la pretesa dei partiti di decidere tutto al posto dei cittadini, torna oggi al centro del braccio di ferro sul Melonellum. Questa settimana gli sherpa del centrodestra si siederanno a un tavolo, forse alla presenza dei leader, per sciogliere l’ultimo nodo della legge elettorale: le preferenze. Fratelli d’Italia studia due vie d’uscita, il modello toscano con il capolista bloccato e una crocetta sull’elenco, oppure il blocco di due o tre nomi in cima alla lista con una preferenza libera. Soluzioni di compromesso, pensate per dare al cittadino l’impressione di scegliere senza togliere troppo controllo alle segreterie. Ma la domanda vera è un’altra: perché su una battaglia così di buon senso si fatica tanto a trovare un’intesa?
L’unica che le voleva davvero
E che a volerle sul serio fosse soprattutto Giorgia Meloni non è un’impressione: è un fatto, certificato dalle sue stesse parole. Prima di arrivare al governo aveva dichiarato senza ambiguità: «Gli italiani scelgono con il voto di preferenza i deputati europei, i consiglieri comunali e regionali, ed è un paradosso che gli sia vietato eleggere così i parlamentari nazionali». Una posizione netta, non una battuta. Del resto lei sa come si fa una campagna elettorale: è cresciuta tra la gente, ha consumato le suole nei comizi e nei mercati prima di Palazzo Chigi, e per un politico di razza il voto diretto degli elettori non è una minaccia, ma il terreno naturale. Oggi, però, quella stessa battaglia rischia di sacrificarla sull’altare dell’unità della coalizione. Non è incoerenza: è la resa di chi, pur avendo ragione, deve fare i conti con alleati che la pensano all’opposto.
Il timore di chi non ha mai fatto campagna
Il problema è che quella confidenza con la piazza non è di tutti. Anzi. Verrebbe da pensare che, dentro la maggioranza come tra le opposizioni, più di metà degli eletti una campagna elettorale vera non l’abbia mai fatta. Gente arrivata in Parlamento grazie a una collocazione in lista, non al sudore dei santini distribuiti porta a porta. C’è chi, probabilmente, non sa nemmeno quanto costi stampare un santino o un manifesto 70×100, perché il suo seggio non è mai dipeso da quelle cose. Per costoro le preferenze non sono democrazia, sono un rischio: significherebbe doversi rimettere in gioco, costruire un rapporto con il territorio, convincere gli elettori invece che le segreterie. Ecco perché tanti, dietro le quinte, tifano per le liste bloccate.
Anche l’opposizione ha la sua parte
Non è un vizio del solo centrodestra. Su Repubblica, la capogruppo del Pd alla Camera, Chiara Braga, ha criticato giustamente le liste bloccate: tolgono ai cittadini la libertà di scegliersi i rappresentanti e creano un Parlamento di nominati, sotto ricatto del premier. Ha ragione. Ma poi frena: il Pd preferisce i collegi uninominali alle preferenze, e ammette le divisioni interne, con Bonaccini favorevole al voto di preferenza e Schlein più tiepida. Ed è qui che qualcosa non torna. Derubricare le preferenze a «problema minore» significa non capire quanto conti, per un elettore comune, sapere che il suo voto ha un peso reale. La preferenza non è un privilegio: è lo strumento più diretto che un cittadino ha per incidere su chi lo governa. Trattarla come un dettaglio secondario è un errore. E in questo caso è un errore di tutti.
La paura sbagliata
Perché in fondo la posta in gioco è questa. Quando un cittadino entra in cabina, deve poter scegliere non solo il simbolo, ma la persona: chi andrà a Roma a rappresentarlo, chi siederà alla Camera o al Senato in suo nome. Le liste bloccate proteggono chi teme il giudizio della gente; le preferenze costringono a meritarselo. Si può discutere all’infinito di modelli toscani e capilista, ma il vero spartiacque è un altro: tra chi la politica la sa fare in mezzo alle persone e chi preferisce che a sceglierlo sia una firma a Roma. Su questo, a mio parere, Meloni aveva ragione. Il guaio è che la sua sembra una battaglia che molti, anche tra i suoi e perfino tra gli avversari, non hanno alcun interesse a vincere. E lei, alla fine, potrebbe rinunciare a combatterla.
