Musumeci a “La Sicilia”: «Sui fondi nessuna distinzione, basta fatalismo»
Nello Musumeci
Il Ministro Musumeci a “La Sicilia”: «Sulla gestione delle emergenze basta fatalismo. Sui fondi nessuna distinzione: chi parla di favoritismi è fermo alla Prima Repubblica».
In un momento segnato da emergenze cicliche e polemiche stantie, l’intervista rilasciata dal Ministro Nello Musumeci a Mario Barresi, pubblicata oggi su La Sicilia, si impone come un documento politico di rottura. Il Ministro non si limita a rendicontare lo stato dell’arte sui cantieri del dissesto o sulle risorse stanziate per Niscemi; egli compie una severa analisi antropologica della politica siciliana, definita prigioniera di un fatalismo che è al contempo causa e alibi dei fallimenti del passato. Le parole di Musumeci smontano il vittimismo di chi invoca aiuti senza aver pianificato il territorio e respingono con sdegno la narrazione del “favoritismo di collegio”, etichettata come un retaggio di una Prima Repubblica che la sua cultura di governo rifiuta categoricamente. Si tratta di un richiamo alla responsabilità individuale e collettiva, un invito a superare le “tare” del familismo per approdare a una gestione della cosa pubblica che faccia della prevenzione – e non della sola gestione del dolore – il pilastro dell’agire amministrativo.
Musumeci parte da una visione strutturale dell’azione di governo, smontando il ricorso sistematico ai verbi coniugati al passato o al futuro. Il Ministro chiarisce la propria metodologia: «Immagini la protezione civile come un tavolo a tre gambe: c’è il prima, cioè la prevenzione; un presente, vale a dire la gestione dell’emergenza; e un dopo, ossia la ricostruzione post calamità. È ovvio che se nel passato non hai fatto nulla per la prevenzione, quando arriva la calamità puoi solo contare morti, feriti e danni».
Sulla delicata vicenda di Niscemi, il titolare del dicastero solleva dubbi legittimi riguardo alle responsabilità storiche: «Vorrei sapere se quelle case che abbiamo visto crollare in fondo al burrone erano le stesse case che dovevano essere demolite trent’anni fa. Se dopo il 1997 si decise di demolire su quella collina oltre cento case e ne furono abbattute solo 25, tutte le altre che fine hanno fatto? Credo sia importante saperlo, ci aiuterebbe a capire perché nel tempo qualcuno ha avuto interesse a far calare il sipario su quella frana del 1997, lasciata nel dimenticatoio per decenni».
Il Ministro respinge con durezza le illazioni sul presunto “braccino corto” riguardo ai fondi destinati alla sua terra d’origine. Musumeci definisce le accuse di parzialità come frutto di «ignoranza e malafede». Il concetto di un Ministro che favorisce il proprio collegio elettorale viene categoricamente rigettato: «Questa storia del ministro che perché siciliano dovrebbe andare a favorire il proprio collegio elettorale, a danno di altri, mi ricorda tanto la Prima Repubblica: non appartiene alla mia cultura di governo».
Ampio spazio viene dedicato alla politica siciliana, analizzata senza filtri. Musumeci definisce le dinamiche di potere regionali con parole taglienti: «Il clientelismo, il familismo, l’assistenzialismo sono una sorta di tara antropologica che noi siciliani ci portiamo dietro da generazioni. Per fortuna, crescono in Sicilia anche una classe dirigente giovanile seria e un’imprenditoria coraggiosa e dinamica».
Un avvertimento rivolto alle nuove generazioni di amministratori, con particolare riferimento ai suoi militanti di Fratelli d’Italia, chiude il colloquio: «L’importante, dico ai miei giovani, è non lasciarsi mai sodomizzare dai Palazzi del potere». Un invito alla coerenza e alla gestione distaccata della cosa pubblica, lontano dalle logiche di corrente che hanno caratterizzato le legislature passate.
