Statale 284, a Bronte il nastro lo taglia Firrarello

Il sindaco Gullotta si e’ insediato a giugno e avrebbe potuto tagliare il nastro. Ha chiamato avanti Firrarello, che quella strada la inseguiva dal viaggio a Roma di mezzo secolo fa.

Pino Firrarello all'inaugurazione della statale 284 a Bronte

Pino Firrarello

A Bronte, davanti al secondo lotto della statale 284, il sindaco in carica ha fatto un passo indietro. Giuseppe Gullotta si è insediato a giugno. L’opera si chiudeva sotto la sua amministrazione, le telecamere erano lì, nessuno avrebbe avuto niente da ridire se il nastro lo avesse tagliato lui. Ha chiamato avanti Pino Firrarello. Da queste parti non capita spesso.

Mezzo secolo per quattro chilometri scarsi

Il tratto aperto misura tremilasettecentocinquanta metri, dal chilometro 26 al 30. Dentro ci sono due gallerie artificiali, due viadotti in acciaio corten, otto sottopassi e trentatré muri in terra armata, per 66 milioni stanziati. Il cantiere doveva chiudersi in 710 giorni dalla consegna. Ne sono serviti sei anni.

Ma la parte lunga di questa storia comincia molto prima, quando quella strada era soltanto una richiesta che nessuno a Roma aveva voglia di ascoltare.

Il viaggio a Roma, e un’astuzia

Mezzo secolo fa un gruppo di amministratori del comprensorio salì nella capitale per farsi ricevere dal ministro dei Lavori pubblici Gullotti. C’erano Francesco Rubbino, Nino Paparo, Salvatore Agati, Diego Di Gloria. C’era anche Firrarello. La porta gliela aprì il senatore Vito Scalia. Chiedevano una cosa semplice, togliere le curve e rendere decente il collegamento fra Bronte e Adrano.

In quelle stesse settimane ventimila persone salirono su Roma per protestare sulla legge di sanatoria. Firrarello approfittò della piena e ci infilò dentro la sua strada. Furbizia, certo. Ma anche mestiere, quello di chi ha capito presto che a un amministratore di provincia le occasioni non si ripresentano due volte.

Arrivò così il primo finanziamento, e con quello la scelta che ha determinato tutto il resto. Invece di partire dal tratto facile, indicò di realizzare per primo il lotto centrale, il più impervio. Il calcolo era che, una volta fatto il pezzo difficile, i due esterni sarebbero venuti da sé. Cominciò dal punto più duro per obbligare chi sarebbe venuto dopo a finire il lavoro. È un ragionamento che si fa quando si mette in conto di non vedere il risultato.

Il resto è stata attesa. Il primo lotto arrivò presto, il secondo no. Per sbloccare i fondi ci volle il ministro Raffaele Fitto, che finanziò entrambi i tratti. Poi ancora anni, e ostacoli che a raccontarli oggi sembrano inventati. Cinquant’anni fra la prima richiesta e il taglio del nastro. Una vita politica intera, spesa quasi tutta ad aspettare.

Una strada che serve a restare

E qui una cosa va detta chiara. Una strada nuova non si misura in minuti risparmiati. Nell’entroterra siciliano la distanza è la prima ragione per cui i ragazzi se ne vanno. Chi studia o lavora a Catania e ogni giorno perde ore su un tracciato malmesso, prima o poi la casa la sposta. Non parte per vocazione, parte per stanchezza.

Quattro chilometri di asfalto decente vogliono dire che un ragazzo di Bronte può lavorare a Catania e tornare a dormire nel suo paese. Vogliono dire un camion di pistacchio che esce senza perdere mezza giornata, e un’azienda che quando cerca dove mettersi non scarta Bronte alla prima occhiata sulla carta geografica.

Questo è sviluppo, e si scrive con l’asfalto prima ancora che con i bandi. Una strada che arriva dopo mezzo secolo non riporta indietro chi nel frattempo ha fatto le valigie. Ma dice a chi è rimasto che restare non è una condanna.

Uno che Bronte se l’è scelta

Firrarello a Bronte non ci è nato. È di San Cono, e ci è arrivato nel 1963. Ha scelto quella comunità invece di ereditarla, e forse il suo attaccamento si spiega tutto lì. Chi sceglie un posto sa perché ci sta.

Ha lavorato su cose che oggi sembrano ovvie e allora non lo erano. L’elettrificazione delle periferie. L’acqua corrente. Le fognature. Poi la scuola, con un’offerta di indirizzi superiori più ampia di quella di comuni delle stesse dimensioni. La cultura, con il Processo a Nino Bixio, che nel 1985 ha restituito dignità a una delle pagine più dolorose della storia di Bronte. E poi il lavoro, con una zona artigianale che oggi sta fra le prime della Sicilia per occupazione.

E il pistacchio. La DOP del Verde di Bronte è arrivata anche grazie a lui, insieme a Giuseppe Castiglione. Un frutto che cresce sulle sciare laviche dell’Etna e che oggi a Parigi e a Tokyo si pronuncia con rispetto. Qualcuno ci ha creduto quando crederci non conveniva ancora.

L’auto blu rifiutata quando nessuno guardava

C’è un dettaglio che a Bronte molti conoscono e che non è mai finito in un comunicato. Da sindaco e da senatore, Firrarello ha rinunciato all’auto di servizio che gli spettava. Gli spostamenti se li è pagati. Lo ha fatto quando l’auto blu non era ancora un tema da campagna elettorale, quando rinunciarci non portava un voto in più. E non parliamo di un parlamentare qualunque. È stato Segretario della Presidenza del Senato dal 2001 al 2006, un incarico che di agevolazioni ne portava parecchie. Non ne ha approfittato, né allora né dopo. E dal 2008 era già sindaco di Bronte, quindi teneva insieme il municipio e il Senato.

Nello stesso anno accolse Silvio Berlusconi al PalaCatania, per un sold-out da oltre 5 mila persone. Il Cavaliere si affacciò, vide quella marea di gente e si girò verso di lui. «Sicuri che non siamo al Maracanã?». Una volta gli disse che era una quercia con il cuore d’oro. Da lì il soprannome che gli rimase, la quercia d’oro. A Bronte raccontano che perfino per il semplice scambio di auguri di Natale trovare una sala abbastanza capiente fosse ogni anno un’impresa. Eppure da tutto quel peso non ha mai preteso nulla per sé. Oggi la sobrietà si annuncia, si comunica. Chi lascia un privilegio si preoccupa che si sappia. Allora nessuno guardava, ed è lì che si vede la differenza.

Torniamo al nastro

In una regione dove le paternità si contendono perfino sulle rotonde, un sindaco appena eletto che cede la scena al proprio predecessore è una notizia vera. Dice due cose insieme, che una comunità sa ancora riconoscere chi l’ha servita, e che un amministratore può sentirsi legittimo senza prendersi meriti che non sono suoi.

Restano cose da fare, e vanno dette. Il collegamento della zona artigianale non è completo. Il trasporto ferroviario resta indietro, e lì la Sicilia intera paga un ritardo che dura da decenni. Il prossimo cantiere, quello fra Adrano e Paternò, vale quattordici chilometri e mezzo e deve ancora cominciare. Finché un ragazzo dovrà scegliere fra il lavoro e il paese in cui è cresciuto, il lavoro di chi amministra non è finito.

Quello che è rimasto

Di inaugurazioni ne ho raccontate tante, e un gesto così non me lo ricordo. Un uomo ha visto arrivare, dopo cinquant’anni, la cosa per cui aveva speso una vita. Un altro gli ha lasciato quel momento e non ha chiesto niente in cambio. Le opere pubbliche prima o poi si finiscono. La misura di chi amministra, quella si vede in una mattina, davanti a un nastro.