Etna, Catania prigioniera della sua fragilità: tra emergenza aeroporto e il caso Ponte sullo Stretto

Tra l’emergenza Etna che blocca l’aeroporto e il Ponte sullo Stretto rilanciato da Salvini, la politica delle occasioni mancate torna puntuale. La Regione si muove nell’emergenza, ma manca la programmazione.

L’Etna ha riportato Catania dentro la sua fragilità più evidente. Basta una nuova emergenza per bloccare l’aeroporto, mettere in crisi i collegamenti e far riemergere, puntuale, la politica delle occasioni mancate. La colpa non è del vulcano, che segue la sua natura. È di un sistema che continua a farsi trovare impreparato davanti a un rischio noto e ricorrente. Un problema di gestione che diventa, ogni volta, un caso nazionale.

Va detto, però, che la Regione in questi giorni sta facendo la sua parte. Oltre cento corse straordinarie di autobus, treni speciali su rotaia, biglietti gratuiti per chi è stato dirottato: sul fronte dei collegamenti alternativi, la macchina regionale si è mossa in fretta, con i mezzi che aveva a disposizione. Il problema non è la mancanza di sforzo nell’emergenza. È l’assenza di una programmazione che eviti di dover reinventare ogni volta la stessa risposta.

Ed è qui che la polemica si sposta sulla politica. Le opposizioni accusano la Regione e gli enti di gestione di aver lasciato irrisolti i nodi strutturali: assistenza ai passeggeri insufficiente, piano dei trasporti frammentato, coordinamento debole tra istituzioni e aeroporti. Il risultato, secondo i critici, è sempre lo stesso. Ogni emergenza diventa un esercizio di improvvisazione, mentre la prevenzione resta sullo sfondo.

In questo clima si inseriscono anche le ultime dichiarazioni di Matteo Salvini sul Ponte sullo Stretto. Il ministro ha rilanciato l’opera come simbolo di unità e sviluppo, arrivando a definirla persino «Ponte della Pace», e ha ribadito che i fondi destinati al progetto non verranno spostati per affrontare altre urgenze, compresi i danni del maltempo. Salvini insiste sul fatto che il Ponte sia un’opera strategica, destinata a cambiare i collegamenti tra Sicilia e continente, e che i lavori debbano andare avanti senza ulteriori rinvii.

Il segretario della Lega, ospite a «Incontri al Caffè de La Versiliana» a Marina di Pietrasanta, ha aggiunto che l’opera «partirà appena arriverà l’ok, il vaglio di legittimità, della Corte dei conti», dichiarando: «Mi auguro che la realizzazione del Ponte parta».

Ma proprio questa linea riaccende il conflitto politico. Per i sostenitori, il Ponte è la grande infrastruttura capace di aprire una stagione nuova per il Sud. Per i critici, invece, è il simbolo di una politica che punta tutto su una promessa lontana mentre le infrastrutture ordinarie restano in difficoltà. Se il problema di Catania è la vulnerabilità concreta di oggi, il Ponte viene accusato di spostare il dibattito su un orizzonte futuro, senza risolvere l’emergenza presente.

L’impatto, però, va oltre la politica e il simbolo. Ogni stop a Fontanarossa colpisce un’isola che vive già di equilibri fragili, soprattutto in piena stagione turistica. I voli cancellati o dirottati, i passeggeri rimasti a terra, i costi aggiuntivi per chi viaggia e le difficoltà per chi arriva pesano su alberghi, ristoranti, autonoleggi, guide e sull’intera filiera dell’accoglienza. Per la Sicilia, che già fatica a garantire continuità nei servizi e nei collegamenti, l’ennesima emergenza dell’Etna è un colpo diretto alla sua economia e alla sua immagine.

La domanda vera, allora, è se questa crisi abbia insegnato qualcosa. Sul piano delle parole, sì. Ha riaperto il dossier sulla sicurezza, sulla continuità territoriale e sulla necessità di una programmazione seria. Sul piano dei fatti, molto meno. Finché ogni eruzione continuerà a trovare la politica in ritardo, Catania resterà prigioniera dell’Etna quanto della sua cattiva organizzazione.

Oggi è Ferragosto. E nonostante tutto, questa terra continua a esistere, a resistere, a mostrarsi bella agli occhi di chi arriva. Come ha sempre fatto.