Preferenze bocciate per un voto: la promessa che Meloni ha provato a mantenere
L’emendamento Bignami respinto in Aula per un solo voto. Dietro la sconfitta tecnica, il tentativo di dare finalmente ai cittadini il potere di scegliere i propri parlamentari.
Un voto. È bastato un solo voto contrario per affossare il tentativo di Giorgia Meloni di restituire agli italiani qualcosa che non hanno più da oltre trent’anni, la possibilità di scegliere davvero chi li rappresenta in Parlamento. «Ci abbiamo provato. Ha vinto di nuovo la palude», ha scritto la premier commentando l’esito del voto sull’emendamento Bignami, quello che avrebbe reintrodotto le preferenze al posto delle liste bloccate.
Il punto che merita di essere raccontato con onestà è cosa chiedeva davvero quell’emendamento. Non un cavillo tecnico, ma la fine dei “calati dall’alto”, quei parlamentari scelti nelle segreterie di partito senza che l’elettore potesse mai esprimersi su di loro. Meloni aveva chiesto anche che il voto fosse palese, perché ogni deputato mettesse la faccia sulla propria scelta. Le opposizioni hanno preteso invece lo scrutinio segreto, lo stesso strumento che ha permesso poi la sorpresa in Aula.
Cosa è successo davvero nel voto
Alle 19.09, quattro minuti dopo un altro voto segreto, il governo è andato sotto per un solo voto sull’emendamento. Il sottosegretario Galeazzo Bignami è rimasto in silenzio per lunghi minuti. La ministra Elisabetta Casellati, che aveva espresso parere favorevole a nome del governo, ha assistito sconcertata all’esultanza delle opposizioni. «La scena dell’opposizione che esulta come se avesse vinto un Mondiale per aver impedito ai cittadini di poter scegliere i propri parlamentari dice tutto», ha commentato Meloni.
Quello che emerge dalla ricostruzione parlamentare è che il vero ostacolo non è arrivato solo dai banchi dell’opposizione, compatta contro l’emendamento, ma anche da voti mancanti dentro la stessa maggioranza. «Anche nella maggioranza sono mancati diversi voti, e su questo serve una riflessione», ha ammesso la premier, senza nascondere il problema. Il capogruppo leghista Riccardo Molinari ha difeso il proprio gruppo. «Secondo i nostri calcoli sono 31, e non c’è nessuno dei nostri». Gli otto deputati vicini a Vannacci si sono persino filmati al momento del voto per dimostrare la propria lealtà, mostrando in Transatlantico il dito infilato nella buchetta secondo la tecnica che, come ha spiegato il deputato Gianangelo Bof, «ci insegnò Bobo Maroni, così è impossibile barare».
Un’occasione persa, non una resa
Meloni lo ha detto senza giri di parole: «Un’occasione persa per gli italiani, ma era giusto provarci». È la differenza tra chi prova a cambiare le cose scontrandosi con resistenze trasversali, dentro e fuori la maggioranza, e chi si accontenta di gestire lo status quo. Le liste bloccate hanno prodotto per trent’anni una classe politica scelta a tavolino, lontana da chi dice di rappresentare. Un solo voto non ha permesso di cambiare rotta stavolta. Ma la battaglia, a quanto pare, non è finita qui.
