Catania, 42 piazze di spaccio sotto controllo mafioso. Antimafia: «Droga e disagio, duplice contrasto»
La commissione Antimafia in visita nel capoluogo etneo. Cracolici denuncia i tempi lunghi della giustizia; Burtone: «La mafia non si sconfigge solo con le manette».
Il presidente della commissione Antimafia dell’Ars, Antonello Cracolici, ha visitato oggi la Prefettura di Catania insieme ai magistrati e ai vertici dell’ordine pubblico per fare il punto su una recrudescenza criminale che non lascia tregua. Le cifre parlano da sole. Nel capoluogo etneo ci sono 42 piazze di spaccio controllate dalle famiglie mafiose; nei soli primi sei mesi del 2026 sono stati sequestrati 160 chilogrammi di cocaina dalla polizia, pari all’intera quantità del 2025. Guardia di finanza e Carabinieri riferiscono dati analoghi. Quello che preoccupa è lo scarto tra sequestri e consumo reale. Per ogni chilo intercettato, centinaia circolano in città.
La rotta della droga per la Sicilia orientale
Catania rimane il centro di smistamento dello spaccio per tutta la Sicilia orientale, con un controllo territoriale che si tramanda di generazione in generazione tra le famiglie mafiose. Cracolici ha sottolineato come la recrudescenza della violenza non sia frutto di scontri fra storiche cosche, ma di assalti di nuove leve che aspirano a entrare nei ranghi dell’organizzazione. Dietro la maggior parte degli episodi cruenti c’è una logica semplice: esercizi di egemonia territoriale e riscossioni sul traffico.
Non meno allarmante l’approvvigionamento di armi. Le forniture sono in aumento e principalmente comprendono armi da guerra, un salto di qualità nella disponibilità di mezzi offensivi rispetto ai decenni passati.
Il buco nero delle carceri
Nel colloquio con il prefetto Pietro Signoriello e il procuratore Francesco Curcio, la commissione ha affrontato anche il capitolo carceri. «Le carceri sono una groviera», ha detto Cracolici. Il telefonino è diventato negli istituti di pena «quasi obbligatorio, come la forchetta e il coltello per mangiare». Da dentro, i detenuti continuano a comandare verso l’esterno, coordinando le azioni di clan ancora attivi. Le carceri devono tornare a essere luoghi di sicurezza e dignità.
La giustizia che si ferma un anno intero
Il nodo più serio è la lentezza della macchina giudiziaria. Nelle indagini per reati di mafia, il tempo intercorso tra l’ordinanza della procura per misure cautelari e la pronuncia dei giudici per le indagini preliminari supera spesso l’anno. Nel frattempo, chi ha commesso il crimine circola liberamente nelle nostre città. Cracolici l’ha definito un «problema di funzionalità della giustizia» e ha promesso di porlo al Ministero, considerando anche le riforme annunciate. In particolare, la creazione di un gip collettivo per giudicare gli atti della procura rischia di peggiorare il quadro. Una cosa deve essere chiara: va garantita la certezza della pena.
La mafia pesca nel disagio sociale
Lo scenario che emerge dalla riunione di oggi tocca uno dei nodi centrali della capacità ricattatoria delle organizzazioni mafiose: il loro talento nel reclutare nelle fasce più vulnerabili della popolazione. Giovanni Burtone, componente della Commissione, lo ha spiegato bene in un’intervista. «Abbiamo voluto fare un aggiornamento rispetto a quelle che sono state le indicazioni date qualche anno fa. La situazione continua ad essere grave e c’è un impegno notevole da parte della magistratura e delle forze dell’ordine».
Disoccupazione, fragilità familiare, modelli culturali distorti: sono i canali attraverso cui Cosa Nostra continua ad alimentarsi. «La mafia continua ad aggregare soggetti deboli, persone senza lavoro o che vivono situazioni di difficoltà. A questo si aggiungono esempi negativi all’interno di alcuni contesti familiari e modelli distorti che vengono diffusi anche attraverso i social network». Un fenomeno che non si combatte solo con le manette.
Repressione e prevenzione: due fronti paralleli
La posizione della Commissione su come affrontare il problema è netta: le indagini rimangono indispensabili, ma da sole non bastano. Secondo Burtone, occorre un doppio binario, investigativo e sociale. «Bisogna proseguire con l’attività repressiva e giudiziaria, attraverso indagini capaci di colpire chi crea e rafforza le organizzazioni mafiose. Allo stesso tempo occorre prestare particolare attenzione alle dinamiche sociali che alimentano il fenomeno». Il punto di partenza, in entrambi i casi, è lo stesso: capire perché la mafia continua ad attrarre.
Tra le preoccupazioni più concrete c’è il traffico di stupefacenti, che rimane una delle principali fonti di reddito per le organizzazioni criminali siciliane. «Il vero problema è il disagio sociale che porta al consumo di droga. Il traffico rappresenta uno dei principali interessi economici della mafia. Per questo è necessario intervenire sulle cause del disagio e impedire che la mafia continui a infiltrarsi in settori strategici, compresa la pubblica amministrazione». Le infiltrazioni negli enti pubblici rimangono uno dei rischi più insidiosi, proprio perché meno visibili rispetto alla violenza aperta.
Lo scetticismo su esercito e demagogia
Quanto alle pressioni per militarizzare il territorio, Cracolici ha alzato la guardia. «Affrontare problemi complessi con strade semplificate rischia di essere solo demagogico», ha detto. La risposta non può essere ridotta a chiamate per l’Esercito nelle strade di Palermo e Catania.
Alla domanda se la situazione sia ancora gestibile, Burtone non ha usato mezzi termini. Il messaggio è di non abbassare la guardia in nessuna fase. «Manteniamo alto il livello di preoccupazione e registriamo una crescente attenzione da parte delle forze dell’ordine, il cui lavoro diventa ogni giorno più impegnativo. L’impegno delle istituzioni, a tutti i livelli, deve essere quello di non sottovalutare il fenomeno. La mafia può anche scegliere momenti di minore visibilità, ma continua a rappresentare il vero cancro della nostra comunità».
La commissione si è impegnata su un fronte triplo: supportare scuola e comuni nel contrasto al degrado sociale, alzare l’azione repressiva, e garantire che gli inquirenti, grazie a intercettazioni e videosorveglianza, mantengano contezza di ciò che si muove in città.
