Il Papa sullo scoglio di Lampedusa, un gesto che pesa più di mille vertici

Leone XIV attraversa la Porta d’Europa, si arrampica sugli scogli e guarda il mare. La sferzata sui «morti vittime di decisioni prese e mancate».

Un uomo vestito di bianco si arrampica da solo su uno scoglio, il vento gli porta via lo zucchetto, e lui resta lì, fermo, a guardare il mare. Chiunque abbia visto quella scena, stamattina a Lampedusa, ha capito che non serviva altro. Papa Leone XIV lo aveva annunciato pochi minuti prima, salutando i lampedusani. «Questo è un luogo in cui, più che le parole, parlano i gesti». E i gesti, oggi, hanno parlato una lingua che tutti conoscono e molti fingono di non capire.

Il Papa si è inginocchiato al cimitero di Cala Pisana, davanti alle croci ricavate dal legno delle barche naufragate, tombe senza nome di uomini, donne e bambini inghiottiti dai viaggi della speranza. Nessun pontefice lo aveva mai fatto. Ha attraversato da solo la Porta d’Europa, la mano appoggiata sul ferro, mentre sul fondo passava una nave militare. Ha scoperto la targa che intitola il molo Favaloro a Papa Francesco, che da lì, nel luglio 2013, al primo viaggio del suo pontificato, gridò al mondo la vergogna della «globalizzazione dell’indifferenza». Tredici anni dopo, un altro Papa è tornato a chiudere il cerchio. Segno che quella ferita è ancora aperta.

Le parole che nessun governo vuole sentire

Poi, davanti a quattromila persone al campo sportivo trasformato in cattedrale a cielo aperto, l’omelia costruita sulla parabola del Buon Samaritano. Dentro c’è la frase destinata a restare. «C’è anche chi sceglie di non farsi prossimo e chi decide di non decidere. I morti in questo mare sono vittime sia di decisioni prese, sia di decisioni mancate». Non è teologia, è politica nel senso più alto. Il Papa ha denunciato i «calcoli criminali di chi lucra sul dramma altrui», ma anche il «lento e difficile passaggio da una mera gestione delle emergenze all’elaborazione di politiche organiche e condivise».

All’Europa ha rivolto una chiamata che definisce «epocale». Per storia, cultura e posizione geografica, il continente «è in grado di affrontare la crisi in modo organico», accogliendo e integrando chi arriva e insieme «lavorando per lo sviluppo, così che nessuno sia costretto a emigrare». È la risposta ai professionisti della semplificazione, di qualunque colore. Né porte spalancate senza governo, né muri spacciati per soluzioni.

Il grazie a un’isola che non ha mai chiuso la porta

La parte più commovente, però, è stata il grazie. «Sono venuto a ringraziarvi, fratelli e sorelle di Lampedusa, per la prossimità che molti fra voi hanno scelto di esercitare. È avvenuto ancora il miracolo della compassione». Il grazie ai volontari, alla Guardia Costiera, ai medici, ai sindaci, a chi «con o senza il dono della fede» ha scelto di esserci. Su quel fazzoletto di terra più vicino all’Africa che all’Europa, dove i grandi del continente non hanno saputo costruire una politica, dei pescatori e delle famiglie hanno costruito una civiltà. E il Papa l’ha riconosciuto con il saluto più intimo dell’isola, «O’scià», respiro mio.

Chi scrive da un’altra isola sa cosa significa quella parola. La Sicilia conosce la partenza e l’approdo, l’addio e l’accoglienza, da sempre. Per questo la giornata di oggi ci riguarda tutti. Mentre i governi rinviano e i vertici producono comunicati, un uomo su uno scoglio ha ricordato che davanti a chi annega non esistono ideologie, esiste solo la scelta di fermarsi o di passare oltre. Lampedusa, ancora una volta, ha scelto di fermarsi. Il resto d’Europa deve ancora decidere. E anche non decidere, ha detto il Papa, è una decisione che lascia morti in mare.