«Tetto al 42% e stop al ballottaggio»: il piano di Meloni per salvare la legge elettorale dal Quirinale

Riforma elettorale al bivio: la maggioranza trova l’accordo su tre modifiche salva-Costituzione, ma si arena sulle preferenze. Per schivare il rischio di illegittimità, l’asse Meloni-Salvini-Tajani innalza la soglia del premio al 42% e cancella il ballottaggio; resta tuttavia lo scontro frontale tra Fratelli d’Italia, favorevole al voto di preferenza per evitare l’accusa di un nuovo “Porcellum”, e gli alleati di Forza Italia e Lega, un muro contro muro che minaccia di trascinare il provvedimento nell’incognita del voto segreto in Aula.

Il centrodestra tenta di blindare lo “Stabilicum”, la nuova proposta di riforma elettorale, apportando correttivi strutturali per allontanare lo spettro di una bocciatura da parte della Consulta. La presidente del Consiglio, Giorgia Meloni, ha condiviso la necessità di un’importante revisione del testo originario, definendo una linea di massima che verrà testata a breve nella commissione Affari costituzionali della Camera.

Le tre modifiche per evitare l’incostituzionalità

Il testo sostituitivo su cui le forze di governo hanno raggiunto un’intesa punta a bilanciare la governabilità con la rappresentanza democratica attraverso tre interventi mirati:

  • Innalzamento della soglia: l’asticella minima per far scattare il bonus di maggioranza sale dal 40% al 42%. Questa modifica aumenta lo scenario di un potenziale pareggio tra i poli, con la conseguente necessità di esecutivi di larghe intese.
  • Abolizione del ballottaggio: scompare definitivamente il secondo turno, inizialmente previsto nel caso in cui le coalizioni si fossero attestate in una forbice compresa tra il 35% e il 40%.
  • Tetto ai seggi e clausole di salvaguardia: il numero massimo di deputati ottenibili alla Camera tramite il premio scende da 230 a 220-222, rimanendo invariato a Palazzo Madama. Viene inoltre stabilito che, in caso di risultati difformi tra i due rami del Parlamento, si applicherà il sistema proporzionale puro. Resta ferma la soglia di sbarramento al 3% per i partiti non coalizzati, introducendo l’ingresso alle Camere per il miglior perdente di ciascuno schieramento.

Lo stallo sulle preferenze e la proposta La Russa

Se l’accordo sui tecnicismi dei seggi appare solido, la mediazione politica si è completamente arenata sulla modalità di scelta dei parlamentari. Giorgia Meloni teme una forte penalizzazione d’immagine e di consenso derivante dal ritorno alle liste bloccate, che annullerebbero la facoltà di scelta diretta da parte dei cittadini. Di contro, Forza Italia e Lega considerano inaccettabile il ritorno al meccanismo delle preferenze.

Nel tentativo di sbloccare l’impasse, Fratelli d’Italia valuta un’opzione di compromesso ideata da Ignazio La Russa: introdurre i capilista bloccati, concedendo le preferenze solo per le restanti posizioni. Nei fatti, un simile schema permetterebbe solo ai primi due partiti nazionali di esprimere un secondo nome non bloccato nelle varie circoscrizioni. Un’alternativa su cui il leader azzurro Antonio Tajani non ha ancora concesso il via libera e che vede la netta contrarietà del Partito Democratico, pronto a dare battaglia contro quelle che definisce forzature della destra.

Il rischio del voto segreto alla Camera

I nodi irrisolti rischiano di rallentare in modo decisivo l’iter della legge. Se nei prossimi giorni non si troverà una sintesi politica, la maggioranza eviterà di presentare l’emendamento in commissione per non congelare i lavori, rimandando il confronto direttamente all’Aula. Affidare la partita delle preferenze all’emiciclo di Montecitorio espone però la riforma a forti rischi di tenuta interna: i regolamenti parlamentari consentono infatti il ricorso al voto segreto, scenario che si preannuncia pericoloso per la compattezza del centrodestra.