Centrodestra siciliano, un vertice da separati in casa
Schifani non invitato convoca la giunta, gli alleati litigano su Serradifalco e sul bando agricoltura. E torna lo spettro del voto anticipato.
Vertice
Renato Schifani al vertice della sua maggioranza non c’era, perché nessuno lo aveva invitato. E ha risposto a modo suo: mentre all’Hotel delle Palme di Palermo gli alleati provavano a ricucire, il presidente della Regione ha dettato alle agenzie due righe per annunciare la giunta convocata alle 11 del mattino dopo. Nient’altro. Quanto basta, in una giornata già carica di tensione, perché tra i segretari di partito partisse il giro di telefonate agli assessori: dietro quella convocazione poteva esserci di tutto, persino il passo indietro che avrebbe aperto la strada alle elezioni anticipate.
Il mea culpa e i fantasmi del voto anticipato
Il vertice nasceva per ricucire dopo la batosta delle amministrative, e già questo dice molto. Nella nota finale i leader ammettono che «non si può ignorare il messaggio che arriva dalle urne» e che «sarebbe un errore fingere che questo problema non esista o negare che gran parte della responsabilità vada attribuita all’esserci presentati divisi in tante realtà locali». Un mea culpa sincero, ma incompleto: in quel comunicato non c’è una sola parola sull’esperienza di governo in corso, né su un eventuale bis di Schifani, e nemmeno una smentita netta sul voto anticipato. Sullo sfondo Cateno De Luca soffia sulle divisioni, convinto che in Sicilia si torni alle urne in autunno. Uno scenario che, se la manovrina di luglio finisse impallinata dai franchi tiratori, oggi non viene escluso più da nessuno.
Quando essere rieletti diventa una colpa
Dentro questo clima è esploso il caso di Serradifalco. Il prefetto di Caltanissetta ha segnalato un’anomalia che tutti conoscevano: il sindaco Leonardo Burgio è stato eletto per la terza volta consecutiva, ed è vietato dalla legge siciliana. La lettera, «sventolata» nel vertice dall’Mpa, è diventata un segnale di battaglia contro la Lega di Luca Sammartino, a cui Burgio è iscritto. Ma vale la pena fermarsi su questo punto. Burgio è stato riconfermato da solo, perché in paese non gli si è candidato nessuno contro. La norma esiste e va rispettata, su questo non si discute. Ma è onesto chiedersi come sia possibile che essere amati dai propri concittadini, al punto da non avere avversari, diventi una colpa da espiare. Un amministratore che chiude i bilanci, tiene aperti i servizi e viene riconfermato all’unanimità non è il sintomo di una malattia della democrazia: ne è semmai la prova migliore. Il limite ai mandati serve a evitare i feudi personali, ed è sacrosanto. Ma usarlo come una clava in un piccolo centro dove manca persino l’alternativa rischia di punire proprio chi ha fatto il proprio dovere.
Pretesti, non problemi
Il guaio è che a nessuno, nelle segreterie, Serradifalco interessa per ciò che è davvero: interessa per ciò che rappresenta, un pretesto. L’Mpa di Raffaele Lombardo lo usa per regolare i conti con il Carroccio; Fratelli d’Italia rilancia chiedendo verifiche sulle liste di De Luca a Messina; e in mezzo finiscono anche il bando per l’agricoltura, con la soglia minima da 250 mila euro che l’opposizione e l’Mpa vogliono modificare, e le variazioni di bilancio. Tutto si tiene, tutto diventa merce di scambio. Nel frattempo la macchina amministrativa rallenta, la manovra resta in stallo, il tesoretto da oltre 400 milioni attende una destinazione. E quando la politica si avvita su se stessa, a pagare il conto sono sempre i cittadini: quelli di Serradifalco, ma anche tutti i siciliani che da quelle aule attendono risposte. Lasciare che siano gli elettori a rimetterci per le faide tra alleati non è solo un errore tattico: è una scorrettezza verso chi ha votato.
I conti tornano, manca il dialogo
Eppure la Sicilia, sul terreno che conta, ha numeri da mostrare con orgoglio. Le casse regionali, dopo anni di disavanzo, hanno chiuso il 2024 con un avanzo di 2,15 miliardi e Standard & Poor’s ha alzato il rating a BBB+; l’ultimo dossier di The European House – Ambrosetti stima oltre 126 miliardi di investimenti entro il 2030, un terzo di quelli dell’intero Mezzogiorno, con il potenziale di centinaia di migliaia di posti di lavoro. «Da ultimi siamo passati a una regione che dà lezioni di efficienza», rivendica il presidente. Ma i conti in ordine, da soli, non bastano a fare buon governo. Dietro le percentuali resta una ferita che nessun rating può sanare: oltre 375 mila residenti persi in dieci anni, di cui 102 mila laureati. È la fuga dei cervelli, il vero deficit dell’Isola, e non si combatte con un comunicato trionfale. Quello che manca, da qualche anno, è il dialogo: la capacità di mettere la crescita della Sicilia davanti a quella personale di ciascun leader. Finché la maggioranza misurerà le proprie forze sulla pelle di un sindaco di paese, e non sul futuro di chi quel territorio lo sta lasciando, anche l’avanzo record resterà un’occasione mancata. Perché un bilancio si risana in pochi anni. La fiducia dei cittadini, e di chi se ne va, molto più difficilmente.
