Mentre Catania riprende il suo respiro quotidiano, resta l’eco di una processione infinita che ha sfidato il tempo e la pioggia, tra l’orgoglio di un popolo e il rigore di un futuro sotto l’egida dell’UNESCO.
Le tredici di un pomeriggio che profuma di stanchezza e incenso. Il portone della Cattedrale si chiude, e con esso cala il sipario su un’edizione della festa che definire “storica” sarebbe riduttivo. È stata l’edizione dei record di attesa, del tempo che si dilata fino a farsi preghiera e, talvolta, sfinimento. Catania ha vegliato per tutta la notte, seguendo quel fercolo che avanzava con una lentezza solenne, quasi a voler trattenere il più possibile il contatto con la sua “Santuzza”. Una processione che ha attraversato il cuore interno della città, segnata da un’allerta meteo che fortunatamente non ha spezzato il legame tra la Santa e i suoi devoti, nonostante quel breve acquazzone mattutino che ha reso le basate laviche insidiose come specchi di ghiaccio.
I momenti di pura commozione si sono intrecciati ai ritmi di una città che non si è mai arresa al sonno. Alle 11.40, il silenzio irreale di via Crociferi è stato squarciato dal canto angelico delle monache di San Benedetto. Un istante di sospensione dove la voce di Madre Cecilia si è levata “chiara e forte”, portando il saluto di chi vive nell’ombra della preghiera per l’intero anno. È in quel contrasto tra il fragore dei fuochi e l’intimità del monastero che risiede il mistero di Catania: un popolo che sa essere fiume in piena nelle piazze e devoto silente sotto i sagrati.
La festa del 2026 apre anche una riflessione necessaria sui ritmi della manifestazione e sulla gestione delle risorse. Vedere i tradizionali fuochi del Borgo esplodere alle 7.30 del mattino, immersi nella piena luce del giorno, ha sollevato interrogativi che vanno ben oltre il folklore. Il sindaco Enrico Trantino è stato perentorio nel sottolineare l’inutilità di alcuni sfarzi quando viene meno la loro funzione scenografica. «Dobbiamo metterci d’accordo», ha ammonito il primo cittadino, ponendo l’accento sulla necessità di contenere i costi per iniziative che perdono significato se non possono essere effettivamente ammirate. Il ragionamento è chiaro: non sarebbe giustificabile spendere denaro pubblico per fuochi d’artificio che nessuno vede.
Quest’anno, infatti, la processione è stata osservata con uno sguardo diverso: quello del Comitato per la candidatura a Patrimonio Immateriale dell’Umanità. Essere sotto la lente dell’UNESCO non significa ingabbiare la spontaneità di un popolo, ma garantirne la valorizzazione e la salvaguardia. Significa dimostrare che Catania è capace di custodire la sua unicità senza tradirla con l’inefficienza. Mentre gli spazzini sono già al lavoro per restituire Piazza Duomo alla normalità, la sfida resta aperta: preservare quel “sì” che solleva la città, rendendolo degno di un riconoscimento universale.
