Magistratura e Politica, quella linea sottile che non va confusa né spezzata
Equilibrio tra poteri dello Stato e rischio di una contrapposizione permanente
Il rito si è compiuto. Con la solenne inaugurazione dell’Anno Giudiziario, le toghe sono tornate a sfilare nei palazzi di giustizia, da Roma a Catania, scandendo la liturgia laica che ogni anno misura lo stato di salute della nostra democrazia. Eppure, mai come in questa occasione, dietro l’ermellino e le sue autoreferenzialità si è avvertita la vibrazione di una tensione irrisolta. Il rapporto tra magistratura e politica torna prepotentemente al centro del dibattito pubblico, non come accademica disquisizione sui massimi sistemi, ma come nodo politico di carne e sangue. Spesso affrontato con toni accesi e semplificazioni da stadio, questo scontro rischia di oscurare il vero cuore della questione: la tenuta dell’equilibrio tra i poteri dello Stato.
Parlare oggi di “subalternità della magistratura alla politica” – o viceversa di una “supplenza giudiziaria” che invade il campo del legislatore – non significa evocare scenari distopici da regime autoritario. Significa, piuttosto, interrogarsi seriamente su quel delicato sistema di pesi e contrappesi che è il fondamento di ogni democrazia costituzionale. L’indipendenza della magistratura non è, e non può mai diventare, un privilegio corporativo o una torre d’avorio. Lo afferma con chiarezza la Costituzione, lo ribadiscono da decenni giuristi e istituzioni. Tuttavia, come emerso anche dalle relazioni distrettuali di quest’anno, l’indipendenza non coincide con l’autoreferenzialità. Autonomia non può tradursi in impermeabilità a ogni forma di controllo, responsabilità o critica.
È su questa linea sottile, invisibile ma tagliente, che si innestano le tensioni degli ultimi anni. Non è un tema nuovo, né figlio esclusivo della cronaca recente. Come ha opportunamente ricordato Bruno Vespa in un suo recente editoriale, basta riavvolgere il nastro della storia fino ai lavori dell’Assemblea Costituente per scoprire che il timore di uno squilibrio non era estraneo ai Padri fondatori. Giuristi raffinati e figure chiave della nostra Repubblica, come Piero Calamandrei e Palmiro Togliatti, pur da prospettive ideologiche distanti, colsero il rischio insito in un potere privo di contrappesi. Si temeva già allora che un corpo di magistrati totalmente svincolato potesse trasformarsi in un ordine chiuso, potenzialmente in conflitto con il legislativo o l’esecutivo, fino al rischio di “disapplicare le leggi” o di erigersi a “terza camera”. Quelle riflessioni, che oggi tornano di straordinaria attualità, dimostrano che il problema non è ideologico, ma strutturale: come garantire giudici liberi senza creare un potere sottratto a ogni bilanciamento?
Nel dibattito che ha accompagnato l’apertura di questo anno giudiziario, il rischio maggiore che si è percepito è la radicalizzazione. Da un lato, una certa politica tende talvolta a presentare la magistratura come un ostacolo all’efficienza, un corpo ostile politicizzato o un freno allo sviluppo del Paese (si pensi alle polemiche sui controlli della Corte dei Conti o sui tempi della giustizia amministrativa). Dall’altro, una parte della magistratura, reagisce con un riflesso, forse condizionato, leggendo ogni proposta di riforma – anche quelle necessarie per l’efficienza richiesta dal Pnrr – come un possibile attacco mortale all’autonomia e allo Stato di diritto.
In mezzo a questo fuoco incrociato, l’opinione pubblica assiste smarrita a uno scontro che logora la credibilità delle istituzioni. Il cittadino, che chiede risposte in tempi certi per un contratto non onorato o per un reato subito, vede la giustizia trasformarsi in un’arena politica. Parlare di subalternità, allora, non dovrebbe essere uno slogan da talk show, ma una domanda onesta: esistono meccanismi che possono condizionare l’azione dei magistrati? E, parallelamente, esistono comportamenti delle toghe che rischiano di sovrapporre il ruolo giudiziario a quello politico?
Le parole pronunciate in questi giorni da diversi Procuratori Generali, che hanno invitato all’autocritica sia i membri togati che quelli laici del Csm per gli scandali passati, indicano una via. Affrontare queste domande richiede sobrietà, dati reali (come quelli sulle carenze d’organico che smentiscono le narrazioni sui magistrati “fannulloni”), rispetto reciproco e la consapevolezza che nessun potere è intoccabile. La riforma della giustizia, qualunque sia il giudizio di merito sui singoli provvedimenti, non può essere trasformata in un referendum ideologico sull’esistenza stessa dell’autonomia giudiziaria. Allo stesso modo, la difesa dell’indipendenza non può diventare un alibi per rifiutare ogni confronto sulla produttività o sull’organizzazione degli uffici.
La democrazia vive di equilibri dinamici, non di contrapposizioni assolute. In un tempo segnato da crisi di fiducia e polarizzazione estrema, magistratura e politica sono chiamate a un dovere comune, forse il più difficile: abbassare i toni. Chiarire i confini. Rafforzare le garanzie senza indebolire i controlli. Perché quando lo scontro diventa permanente e la giustizia viene tirata per la giacchetta da una parte o dall’altra, a perdere non è un potere o l’altro. A perdere è lo Stato di diritto, e con esso, i cittadini.
